Il 9 Febbraio 2015 Valentina Gullo, ricercatrice associata dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), ha incontrato a Roma la Dott.ssa...

Il 9 Febbraio 2015 Valentina Gullo, ricercatrice associata dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), ha incontrato a Roma la Dott.ssa Akiko Fukushima per discutere delle implicazioni e delle prospettive della Strategia di Sicurezza Nazionale del Giappone. Nel corso della loro conversazione, hanno messo in luce l’importanza di una rete globale di scambi tra studiosi, istituti di ricerca e gruppi di esperti, sottolineando la necessità per una condivisione sistematica ed efficace delle informazioni.

La Dott.ssa Akiko Fukushima è attualmente docente presso l\’Università Aoyama Gakuin di Tokyo, in Giappone. Precedentemente ha ricoperto gli incarichi di Director of Policy Studies e Senior Fellow al National Institute for Research Advancement (NIRA), Senior Fellow della Japan Foundation e Visiting Professor presso la University of British Columbia in Canada. Al momento è anche membro dell’International Advisory Board del EU-Asia Centre di Bruxelles e Co-Direttore della rivista Global Governance. È inoltre Consigliere dell’Organo Consultivo per la Difesa e la Sicurezza Nazionale del Primo Ministro Abe.

Questa intervista fornisce una visione d’insieme del contesto della sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico dal punto di vista giapponese. Esplora inoltre gli aspetti fondamentali della Strategia di Sicurezza Nazionale del Giappone e le sue implicazioni per le politiche estere e di sicurezza del Giappone. La reinterpretazione dell’Articolo 9 della Costituzione Giapponese è un tema molto discusso, che potrebbe avere un impatto considerevole non solo nella regione dell’Asia-Pacifico, ma anche a livello globale. Ciononostante, le implicazioni pratiche di questa reinterpretazione vengono spesso trascurate, con conseguenze non solo nel settore della difesa ma anche su un insieme più ampio di settori, come quello degli aiuti economici allo sviluppo, economico, della cooperazione internazionale e nondimeno sui processi multilaterali.

 
V.G.: Di recente, la reinterpretazione dell’Articolo 9 della Costituzione Giapponese, promossa dal Governo del Premier Abe, è stata un tema ampiamente discusso a livello internazionale, in particolare a seguito delle brutali uccisioni di due cittadini giapponesi rapiti dall’ISIS. Potrebbe delineare i principali elementi di continuità e di cambiamento riguardo l’interpretazione dell’Articolo 9 in riferimento ai precedenti governi giapponesi? Come si è evoluta quest’interpretazione?

A.F: Nel 1946, quando il Progetto di Costituzione fu deliberato dalla Dieta Giapponese, venne posta una domanda: «Cosa significa l’Articolo 9 in relazione al diritto di autodifesa del Giappone?». Il Primo Ministro Shigeru Yoshida rispose: «Se il Giappone diventa un membro delle Nazioni Unite verrà protetto dallo Statuto delle Nazioni Unite». Pertanto al momento dell’attuazione della Costituzione del Giappone, il Governo giapponese prevedeva che avrebbe affidato la sicurezza del Paese al sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite.

Il Giappone riteneva allora che le Nazioni Unite potessero svolgere la funzione di organo di sicurezza collettiva, ma la divisione tra Est e Ovest fece naufragare tale ipotesi. Il Giappone doveva, quindi, modificare necessariamente la sua interpretazione. Nel 1954, il Giappone istituì le proprie Forze di Autodifesa (FDA). La questione della costituzionalità delle FDA fu sollevata nella Dieta e la risposta di Ōmura, allora Direttore Generale dell’Agenzia di Difesa, fu: «La Costituzione, rinunciando alla guerra, non ha però rinunciato al diritto di autodifesa. Respingere attacchi armati nell’eventualità di un’aggressione da parte di altri Paesi è di per sé autodifesa, ed è sostanzialmente diverso dal risolvere controversie internazionali. Perciò l’uso della forza come strumento di difesa dei territori nazionali nel momento di un attacco armato lanciato alla nazione non viola la Costituzione. Per il Giappone non è considerata una violazione della Costituzione istituire un corpo di forze armate come le Forze di Autodifesa».

Nel 1959, il caso fu discusso dalla Suprema Corte la quale decretò che il Giappone doveva dotarsi di tutti gli strumenti necessari per difendere se stesso. Fu inoltre dichiarato che «l’Articolo 9 ripudia la guerra e proibisce il mantenimento di un potenziale di guerra stabilito nello stesso Articolo, ma non c’è nulla in esso che neghi il diritto intrinseco di autodifesa del Giappone come nazione sovrana. Il pacifismo nella nostra Costituzione non stabilisce senza mezzi termini una condizione di passività e di non difesa […] È solamente naturale per il nostro Paese, nell’esercizio dei poteri propri di uno Stato, prendere misure di autodifesa necessarie a mantenere pace, sicurezza ed assicurare la propria sopravvivenza». Gli organi giudiziari si espressero ritenendo che nell’Articolo 9 non si neghi il diritto all’autodifesa e che pertanto sia naturale per il Giappone prendere i necessari provvedimenti per mantenere la pace, la stabilità e per assicurarsi la sopravvivenza. È doveroso far presente che la distinzione tra il diritto all’autodifesa individuale e il diritto all’autodifesa collettiva non era ancora stata concepita.

Il dibattito sul diritto all’autodifesa collettiva emerse nel 1960 con l’aggiornamento del Trattato di Sicurezza Nippo-Americano. Quell’anno il Primo Ministro Kishi (il nonno dell’attuale Primo Ministro Shinzō Abe) intervenne sulla tematica nel seguente modo: «Secondo la Costituzione corrente, se un Paese che condivide relazioni particolarmente strette col Giappone fosse soggetto ad un attacco armato, il Giappone non sarebbe in possesso del diritto di autodifesa collettiva che consentirebbe alle forze giapponesi di proteggere il Paese oggetto di attacco».

È in questo modo che la discussione sul diritto all’autodifesa collettiva è entrata in gioco. Anche successivamente il Governo ritenne che l’esercizio del diritto all’autodifesa collettiva non fosse previsto dalla Costituzione. Nel 1981 il Governo presentò la propria visione per iscritto alla Dieta, evidenziando che «è un fatto naturale per un Paese avere il diritto di autodifesa collettiva previsto dalla legge internazionale, in qualità di Stato Sovrano». Il Governo, nondimeno, ritenne che il diritto all’autodifesa permesso dall’Articolo 9 della Costituzione fosse limitato al minimo indispensabile per la sola difesa del Paese e che l’esercizio del diritto all’autodifesa collettiva oltrepassasse quanto permesso dalla Costituzione. Il Governo mantenne questa interpretazione. L’impostazione del dibattito prevedeva che il Giappone non dovesse fornire nemmeno un supporto di tipo logistico agli alleati, poiché questo avrebbe dato luogo ad una forma di autodifesa collettiva. Dagli anni Novanta, attraverso l’introduzione di diverse misure legali speciali, il Giappone fu in grado di iniziare a fornire supporto logistico agli alleati e ai Paesi con stretti rapporti col Giappone in aree non in guerra.

Nel luglio 2014 il Consiglio dei Ministri prese la decisione di modificare l’interpretazione dell’Articolo 9 della Costituzione. Progetti di legge legati alla modifica dell’Articolo 9 verranno discussi dalla Dieta nella primavera di quest’anno, per consentire l’attuazione di tali modifiche.

Attualmente il Giappone mantiene un esercito esclusivamente per la propria difesa ed ha precedentemente interpretato il pacifista Articolo 9 della Costituzione in modo da non poter essere coinvolto nella cosiddetta “autodifesa collettiva”. Lei pensa che la sicurezza del Giappone possa essere efficacemente garantita attraverso il solo diritto di autodifesa individuale?

Io credo che molto possa essere fatto per mezzo del diritto all’autodifesa individuale. Tuttavia in questo mondo globalizzato ed estremamente interconnesso esiste sempre un limite a quello che si può fare solo tramite questo. Per di più, secondo l’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, a tutti i membri delle Nazioni Unite sono riconosciuti entrambi i diritti di autodifesa individuale e collettiva. Date le attuali condizioni di sicurezza globali e regionali, credo sia giunto il momento di modificare l’interpretazione dell’Articolo 9 della Costituzione.

Potrebbe spiegare quali sono le principali argomentazioni a supporto di una reinterpretazione della Costituzione giapponese?

Innanzitutto concedere al Giappone una sufficiente capacità deterrente e fornire i mezzi necessari per proteggere la Nazione e la sua gente. Come secondo punto, fare del Giappone un Paese che può lavorare insieme ad altre nazioni per costruire pace e stabilità internazionale. Per illustrare meglio questo concetto, facciamo il seguente esempio. Se lei stesse camminando assieme a me lungo una strada ed io venissi attaccata, sarebbe obbligata a venire in mio aiuto. Se invece fosse lei ad essere attaccata, io l\’aiuterei volentieri, ma non mi sarebbe permesso in quanto non posso esercitare il diritto di autodifesa collettiva. Se non l\’aiuto nei momenti critici, sarebbe in grado di fidarsi di me? Vorrebbe lavorare con me in futuro? Questo non è il modo in cui funziona il mondo globalizzato. Dunque, come seconda argomentazione, abbiamo quella di dover essere un partner affidabile per la sicurezza globale. E ci sono certamente anche altri elementi.

Potrebbe fornire una spiegazione sul “contributo proattivo alla pace”? Quali sono le principali implicazione dell’applicazione di questo concetto?

Il “contributo proattivo alla pace basato sui principi della cooperazione internazionale” è la filosofia che abbiamo stabilito nella Strategia di Sicurezza Nazionale del Giappone. Siamo una nazione pacifista e questo non cambierà. Il pacifismo è estremamente radicato nei cuori e nelle menti del popolo giapponese. Ciò che abbiamo avuto in passato, tuttavia, è stato un pacifismo “reattivo”, ovvero: “Da pacifisti, non abbiamo intenzione di fare nulla proattivamente se non rimanere passivi e reagire soltanto quando ci viene chiesto di farlo”. Questo tipo di approccio è stato ritenuto per molto tempo accettabile dalla comunità internazionale. Eppure, non appena terminò la Guerra Fredda, la Comunità Internazionale cominciò ad aspettarsi maggiori contributi da parte del Giappone per la pace e la sicurezza internazionale, al di là delle semplici attività economiche. Il Giappone è stato certamente proattivo nel prendere provvedimenti nelle aree dove aveva competenza. Ad esempio, il Giappone sta fornendo Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Official Development Assistance, ODA) sin dal 1954 ed è stato il primo Paese donatore per un’assistenza di questo tipo durante gli anni Novanta.

Ciononostante, il Giappone venne criticato dalla Comunità Internazionale per essere stato troppo reattivo nella gestione della sicurezza. Ad esempio, nella Guerra del Golfo del 1990-91, il Giappone contribuì con 13 miliardi ma non poté inviare le FDA a causa delle restrizioni costituzionali che impedivano al Giappone di inviare truppe. Dopo la Guerra del Golfo, il Giappone inviò le navi della Forza di Autodifesa marittima (FDAM) per ripulire il Golfo dalle mine. Mentre gli Stati Uniti e i suoi alleati espressero la loro gratitudine al Giappone, si riscontrò poca consapevolezza di questo contributo a livello di opinione pubblica internazionale, eccezion fatta per i professionisti della difesa e della diplomazia. Il contributo giapponese passò di fatto quasi inosservato alla Comunità Internazionale. Nonostante il Giappone abbia fornito enormi contributi economici, si è ritrovato ad agire sempre in modo non continuativo, rispondendo di volta in volta alle richieste che venivano fatte. Questa modalità era ritenuta da alcuni riluttante e reattiva. È solo un esempio, ma ce ne sono molti altri di come il Giappone venisse considerato troppo passivo nei confronti di attività per la pace e per la sicurezza internazionale.

A seguito di questa esperienza, il Giappone ritenne di dover essere più proattivo e, nei fatti, lo è stato. Dal 1992, infatti, quando la Dieta approvò la legge sul PKO (Peacekeeping Operation), il Giappone ha inviato le FDA insieme ai civili nelle missioni di pace delle Nazioni Unite in Cambogia, sulle Alture di Golan, a Timor Est e attualmente nel Sud del Sudan, tanto per citarne alcuni. Quindi, abbiamo pian piano modificato il nostro atteggiamento in modo da essere più proattivi che reattivi nel nostro contributo alla pace e alla sicurezza internazionale ed abbiamo annunciato questo cambiamento come la nostra filosofia nella Strategia di Sicurezza Nazionale.

Mi affretto ad aggiungere che il Giappone non ha intenzione di agire da solo sulle questioni della pace e della sicurezza internazionale. Il Giappone vuole partecipare assieme agli altri Paesi che condividono valori e obiettivi comuni. Questa è la filosofia del contributo proattivo alla pace del Giappone nell’ambito della cooperazione internazionale.

Riguardo ai cambiamenti concreti, il Giappone ha annunciato nuovi principi sul trasferimento di tecnologie e equipaggiamenti militari e la modifica dell’interpretazione dell’Articolo 9 sul modello di Strategia di Sicurezza Nazionale che abbiamo in precedenza discusso. La modifica dell’interpretazione verrà più avanti discussa dalla Dieta in primavera assieme a progetti di legge ad essa correlati. In aggiunta, il 10 febbraio del 2015, il Giappone ha presentato la nuova Carta della Cooperazione allo Sviluppo (denominata in precedenza Carta ODA) al fine di formalizzare il contributo proattivo alla pace nel campo della cooperazione internazionale. Il Giappone contribuisce all’ODA sulla base della nozione di \”sicurezza umana\”. Sin dal 1998, il Giappone ha incentivato e applicato il concetto di sicurezza umana, basato sulle idee di ‘libertà dal bisogno’ e ‘libertà dalla paura’, in modo da lasciar vivere le persone con dignità. Sebbene in passato abbiamo posto l’accento maggiormente sulla ‘libertà dal bisogno’, nel futuro ci rivolgeremo ad entrambe le libertà.

Alcuni sono preoccupati che una reinterpretazione della Costituzione possa condurre ad un deterioramento delle relazioni tra il Giappone e i suoi vicini, tra cui la Cina e la Corea del Sud. Quali sono le principali preoccupazioni dei Paesi vicini e crede che possano avere ragione di esistere?

Credo che nessuno debba preoccuparsi in maniera eccessiva per un cambio di interpretazione dell’Articolo 9 della Costituzione Giapponese. In relazione alla decisione del Consiglio dei Ministri, penso non ci sia ragione per la Cina, la Corea o altri di sentirsi minacciati da essa. Come ho già accennato, leggi inerenti alla modifica dell’interpretazione sono in preparazione per essere discusse dalla Dieta. E come studiosa, ho la necessità di leggere le leggi prima di poterne discutere in maniera più approfondita.

Indubbiamente ogniqualvolta si presenta un cambiamento, le persone tendono a preoccuparsi. Le percezioni possono compromettere le nostre intenzioni. Spetta al Giappone chiarire ciò che si appresta a fare e ottenere il giusto grado di comprensione da parte delle altre nazioni in modo tale da dissipare qualunque tipo di preoccupazione oltreoceano. Il Giappone farà di tutto per rendere trasparenti le sue intenzioni. Allo stesso modo, se i vostri colleghi italiani riuscissero a condividere il loro punto di vista sui cambiamenti in corso, sarebbe particolarmente utile, specialmente in riferimento all’Articolo 11 della Costituzione Italiana.

Parte dell’opposizione contraria alla reinterpretazione della Costituzione giapponese è interna al Paese e proviene non solo dalla sfera politica, ma anche dalla società civile. Per quale motivo la pubblica opinione giapponese si oppone alla reinterpretazione dell’Articolo 9?

Il Giappone è un paese dove è presente la libertà di parola. Quando la decisione del Gabinetto fu presentata lo scorso luglio, ho esaminato le varie testate giornalistiche giapponesi. Non farò menzione di una testata in particolare, ma alcune hanno scritto ‘È da incoscienti’, ‘È un azzardo’, mentre altre hanno scritto ‘Finalmente il Giappone avrà un potenziale deterrente’, ‘Finalmente il Giappone potrà essere una nazione affidabile con cui collaborare’. Gli editoriali dei giornali erano evidentemente divisi. Ovviamente, c’è una componente molto forte nella società che si oppone al cambiamento.

Tuttavia la società giapponese potrà comprendere i cambiamenti nel momento in cui ha a disposizione maggiori informazioni. Permettetemi di fare un esempio. Nel 1992 la Dieta giapponese approvò la Peacekeeping Cooperation Law (anche nota come ‘PKO Law’), una legge che permetteva l’invio delle FDA Giapponesi per operare nelle missioni di pace e nelle attività umanitarie gestite dalle Nazioni Unite. All’epoca, la maggior parte dei giapponesi si espresse dicendo: «Non vogliamo inviare le nostre FDA a combattere oltreoceano. Non manderemo i nostri figli a combattere guerre straniere». Evidentemente la società giapponese non aveva ben compreso cosa effettivamente rappresentassero le missioni di mantenimento della pace. In un quotidiano, un editoriale affermava piuttosto risolutamente: «È una decisione assurda quella di introdurre la PKO law, che equivale ad assassinare i nostri ragazzi e ragazze. Questo non può essere tollerato, anche se per il bene della pace nel mondo». Passati dieci anni, lo stesso quotidiano ha cambiato infine posizione dichiarando che è nella responsabilità internazionale del Giappone impiegare personale umano per le missioni di pace. A detta dei sondaggi di opinione, in questo momento la maggioranza supporta il Giappone nell’invio delle FDA per il mantenimento della pace e l’assistenza umanitaria nelle operazioni oltreoceano. Al giorno d’oggi gran parte dell’opinione pubblica giapponese sostiene il Giappone nella partecipazione alle missioni del PKO ed è orgoglioso di tale contributo. Perciò, alla fine, l’opinione pubblica ha gradualmente preso coscienza di ciò che tutto questo implicava.

Concretamente, in quali circostanze il Giappone sarà in grado di schierare le sue Forze Armate, in accordo con l’interpretazione voluta da Abe?

Per rispondere a questa domanda dovremmo attendere il momento in cui verranno emanate nuove leggi. I disegni di legge verranno discussi dalla Dieta in primavera dopo le elezioni locali. I partiti politici hanno la loro visione sulle condizioni per le quali il Giappone dovrebbe essere in grado di inviare le FDA oltreoceano. Il nostro partito di governo è una coalizione. Di conseguenza il Partito Liberal Democratico deve consultarsi con il partito Kōmeitō prima di sottoporre la proposta di legge alla Dieta. Ci saranno consultazioni, negoziazioni e alla fine verrà presa una decisione. Non riesco a prevedere l’esito del dibattito parlamentare, ma osserverò attentamente la discussione su come il Giappone difenderà se stesso, in che modo fornirà supporto logistico, come favorirà la sua partecipazione nelle operazioni di pace delle Nazioni Unite e infine come proteggerà i suoi cittadini all’estero in caso di crisi.

Lo scorso Aprile, il governo giapponese, in conformità con la sua Strategia di Sicurezza Nazionale, stabilì tre principi denominati “i tre principi di trasferimento d\’equipaggiamento e tecnologia difensivi” che andavano a rimpiazzare i vecchi “tre principi sull\’esportazione d\’armamenti e linee guida della relativa politica”. Ciò è correlato al tema del supporto logistico che abbiamo appena affrontato. Potrebbe mettere in evidenza i principali punti e le differenze tra i Tre Nuovi Principi rispetto ai precedenti, e chiarire il significato nella struttura delle politiche di sicurezza giapponesi?

La modifica dei tre principi fu proposta nella Strategia di Sicurezza Nazionale. Riguardo ai principi precedenti, essi vennero introdotti nel 1967 quando il Primo Ministro Sato decise che il Giappone non doveva esportare equipaggiamenti di difesa nei paesi comunisti, in quelli sotto embargo dalle Nazioni Unite e in quelli in conflitto. Tuttavia nel 1976 il Primo Ministro Miki impose un divieto totale indipendentemente dalla destinazione. Ciò significò che il Giappone non poté più esportare né sviluppare congiuntamente tecnologie e attrezzature militari. Pertanto, quando il Giappone inviava le truppe FDA per una missione delle Nazioni Unite, doveva poi riportare indietro tutto l’equipaggiamento, incluse le attrezzature a duplice uso, civile e militare, anche quando tali tecnologie si rivelavano essere utili per la popolazione locale o anche quando non erano considerate di per sé armi. Dal 1986, il Giappone ha introdotto diverse eccezioni ai principi in riferimento a singoli casi a seconda delle necessità, messi in atto dal Capo-Segretario di Gabinetto, in modo da adattarsi a qualunque situazione. Più che continuare ad introdurre ogni volta eccezioni, era opportuno modificare alla base i testi e ciò portò alla stesura dei nuovi principi.

Introdotti nell’Aprile del 2014, i tre nuovi principi sono i seguenti:

1. Il trasferimento oltreoceano di equipaggiamento e tecnologie di difesa non sarà consentito nel caso in cui:
(1) Il trasferimento viola gli impegni assunti nei trattati o altri accordi internazionali che il Giappone ha siglato.
(2) Il trasferimento viola gli obblighi imposti dalle decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
(3) Le tecnologie e gli equipaggiamenti di difesa sono destinati ad un paese che partecipa ad un conflitto.

2. I casi non contenuti nel principio 1, ovvero in cui i trasferimenti possono essere concessi, sono limitati alle situazioni che andrò ad esporre in seguito. Questi casi verranno accuratamente esaminati per assicurare una totale trasparenza. Nello specifico, il trasferimento oltreoceano di tecnologie ed equipaggiamenti militari sarà permesso in tali situazioni in quanto considerati contributi alla promozione proattiva alla pace, alla cooperazione internazionale e alla sicurezza del Giappone nella prospettiva di:
-Rendere effettiva la collaborazione internazionale allo sviluppo e alla produzione di progetti con altri Paesi in collaborazione con il Giappone nell’ambito della sicurezza, inclusi gli USA.
-Migliorare la cooperazione per la sicurezza e la difesa tra gli alleati e gli altri partner.
-Sostenere le attività delle FDA, includendo la manutenzione delle attrezzature, e assicurare l’incolumità dei cittadini giapponesi.

3. Garantire un controllo adeguato sull’uso per altri scopi o sul trasferimento a parti terze. I casi che soddisfano il principio 2, il trasferimento oltreoceano di tecnologie e attrezzature sarà ammesso esclusivamente previo adeguato controllo.

Potrebbe delineare le principali sfide per la sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico dal punto di vista del Giappone?

Dato che viviamo in un mondo dove accadono avvenimenti imprevedibili, è piuttosto difficile prevederne gli sviluppi per un accademico come me. Ad esempio, chi di noi poteva predire che la situazione in Ucraina nel Gennaio del 2014 sarebbe degenerata a tal punto? Avevo certamente coscienza della situazione in Ucraina poiché ho avuto occasione di visitare il paese e condurre delle ricerche sul caso dei gasdotti. Ciononostante, non ho previsto che il contesto in Ucraina si sarebbe evoluto al punto che la Crimea venisse annessa alla Russia e che l’Ucraina occidentale si sarebbe trovata nella situazione attuale. È complesso per un accademico predire con certezza un tale scenario.

Abbiamo tuttavia qualche preoccupazione nell’area dell’Asia-Pacifico. Ad esempio il possibile impatto dell’IS nell’Asia-Pacifico. Abbiamo numerosi Paesi musulmani in questa regione e ognuno di essi sta attentamente studiando il quadro della situazione. Nessuno può predire con certezza quale impatto avrà in queste zone. Gli avvenimenti in Europa, nel Medio Oriente e in Africa hanno il loro impatto anche nell’Asia-Pacifico. Alcuni paesi, come per esempio la Corea del Nord, seguono con molta attenzione lo svolgersi degli eventi in Ucraina e in che modo la comunità internazionale reagirà e quali azioni verranno intraprese. Per quanto concerne la Corea del Nord ho delle preoccupazioni per lo sviluppo dei missili e degli armamenti nucleari.

La Cina sta dominando la scena nella regione dell’Asia-Pacifico. La sua crescita economica è un vantaggio per le altre economie dell’Asia-Pacifico. La Cina è preoccupata dall’attuale calo della sua crescita che è passata da percentuali a due cifre a poco più del 7%, che è comunque piuttosto significativo, confrontato con le economie degli altri Paesi. Mentre la crescita economica cinese è ben accetta, la sua ascesa come potenza militare rappresenta una preoccupazione, considerando la mancanza di trasparenza. Inoltre la Cina è attiva e impone le sue politiche nella gestione della sicurezza nel Sud-Est del Mar Cinese. La regione dell’Asia-Pacifico vuole comunque che la Cina rispetti lo stato di diritto.

Credo che nessun Paese dell’Asia-Pacifico persegua l’obiettivo di iniziare una guerra. Piuttosto il loro intendimento è quello di prevenire ogni tipo di conflitto e promuovere prosperità e crescita economica.

Il contributo del Giappone alla stabilità dell’Asia-Pacifico dopo la Seconda Guerra Mondiale è innegabile. Da una prospettiva giapponese, in che modo vede l’attuale condizione del regionalismo e del multilateralismo nell’Asia-Pacifico? Quali sono le principali problematiche da superare?

Questa è una buona domanda. Quali sono le sue osservazioni?

Ritengo, riguardo alla regione dell’Asia-Pacifico, che un problema importante sia quello dell’enorme livello di diversità tra i vari paesi. Ciò implica che ogni paese abbia necessità differenti rispetto agli altri. Riguardo al regionalismo e al multilateralismo, è indispensabile identificare obiettivi comuni. Credo sia piuttosto difficile data tale diversità e divisione tra i Paesi, ma è fondamentale cercare una “base comune”.

Come già rilevato, abbiamo certamente un certo grado di diversità nell’Asia-Pacifico che ha impedito al regionalismo di radicarsi fino al 1990. Si diceva che l’area fosse priva di regionalismo ad eccezione dell’ASEAN. Tuttavia sin dall’avvio dell’APEC nel 1990 e dell’ASEAN Regional Forum (ARF) nel 1994, la regione ha assistito alla creazione di numerose architetture regionali al punto che viene descritta come “una scodella di spaghetti” o “zuppa alfabetica”. Il processo regionale cominciò con l’impronta dell’Asia-Pacifico per poi evolvere nell’Asia Orientale con la proposta dell’EAEG del Primo Ministro malese Mahathir. Sebbene l’EAEG non fu mai realizzato, l’architettura regionale dell’Asia Orientale è stata costruita avendo l’ASEAN come base più tre elementi, il Giappone, la Cina e la Corea. In seguito, nel 2005, venne creato l’East Asia Summit (EAS), il quale includeva l’India, l’Australia e la Nuova Zelanda in aggiunta ai membri dell’ASEAN più i tre elementi dell’Estremo Oriente. Durante questo processo sembrava che ci fosse una sorta di competizione tra “Asia Orientale” e “Asia-Pacifico”. Successivamente sia gli USA sia la Russia si sono uniti all’EAS, rendendo l’impronta geografica ancora una volta identificabile nell’Asia-Pacifico piuttosto che nell’Asia Orientale.

Nonostante la diversità che ha fatto notare, la regione presenta architetture complesse per la gestione della sicurezza e dell’economia dagli obiettivi comuni volti alla pace, alla stabilità e alla prosperità. Alcuni processi hanno dato via a concrete azioni congiunte. L’ADMM+ (ASEAN Defense Ministers Meeting + ) realizza progetti di cooperazione pragmatici che comprendono azioni di assistenza umanitaria ed esercitazioni di soccorso in caso di disastri. Tali esercitazioni sono volte a creare fiducia tra i differenti corpi militari in azione e si sono rivelate estremamente utili in risposta ad eventi come il tifone delle Filippine del Novembre 2013.

Se avesse posto questa domanda a chiunque all’interno della regione dell’Asia-Pacifico, le sarebbe stato risposto che il multilateralismo nell’Asia-Pacifico riveste un ruolo predominante per la pace, la stabilità e la prosperità, specialmente quando siamo tutti interdipendenti e interconnessi.

Nei primi anni Novanta la Cina era riluttante a prendere parte agli impegni della regione. Questo costrinse gli altri Paesi ad adoperarsi affinché la Cina fosse maggiormente coinvolta. Da allora c’è stata una svolta radicale. La Cina è presente ora in numerose iniziative regionali, inclusa la CICA (Conference on Integration and Confidence Building Measures in Asia), proposta inizialmente dal Kazakhstan ma successivamente portata avanti dalla Cina ricoprendone attualmente la presidenza, e l’AIIB (Asia Infrastructure Investment Bank). Attraverso le sue iniziative, la Cina ribadisce quelli che sono i \”valori asiatici\” e sostiene che i problemi dell’Asia debbano essere risolti dai Paesi asiatici stessi. Non sappiamo ancora, però, in cosa consistono per la Cina questi “valori asiatici”.

Il regionalismo in Asia ha degli ostacoli da affrontare. I vari Paesi concordano comunque sulla necessità di promuovere la cooperazione nella regione.

Nell’ambito della cooperazione, del multilateralismo e – come lei ha ricordato – della risoluzione dei problemi asiatici \”al modo asiatico\”, se l’Articolo 9 verrà concretamente reinterpretato, in che modo il ruolo del Giappone all’interno della regione si modificherà? Dal punto di vista della cooperazione regionale e internazionale, crede che ci sarà un sostanziale impatto nell’equilibrio all’interno dell’Asia-Pacifico?

Ritengo che il Giappone svolga un ruolo attivo e propositivo nell’ambito del regionalismo e questa posizione non cambierà. Potremmo non aver svolto un ruolo di leader nel processo, ma certamente ci viene riconosciuta una posizione di guida e di sostegno. Se le modifiche legislative ci consentiranno di fare di più, questo rappresenterà un valore in più per il regionalismo, ma, come ho già detto, non conosco ancora in dettaglio le leggi future. Credo che modifiche legislative di questo tipo non avranno un forte impatto sugli equilibri regionali e il Giappone continuerà ad essere un esponente importante nel sostegno al multilateralismo regionale.

Lo scorso ottobre ha avuto luogo il Summit dell’ASEM. Secondo alcuni rappresenta un importantissimo forum di connessione tra Asia e Europa che tuttavia manca di sufficiente influenza. Crede che ci troviamo di fronte ad una crisi del multilateralismo? Quali azioni ritiene che debbano essere intraprese? In particolare, che tipo di contributo potrebbe fornire il Giappone verso un più efficace sistema multilaterale, specie a livello di relazioni Asia-Europa?

Prima del vertice di Milano, alcuni dei miei colleghi oltreoceano mi riferirono che secondo loro l’ASEM stava affrontando un momento di crisi esistenziale, ma io non ero d’accordo. In questo mondo globalizzato, l’Asia e gli USA hanno delle importanti relazioni nel Pacifico. Tuttavia, se hai uno sgabello con solo due gambe, risulterà piuttosto instabile. Trarremmo tutti enorme beneficio disponendo di un’altra “gamba”. Questa è la ragione per cui abbiamo l’ASEM. Le sfide da affrontare sono le più transnazionali e globali di sempre ed un possibile collegamento Asia-Europa è essenziale se miriamo alla stabilità dell’intero pianeta.

La sicurezza marittima è un ottimo esempio in tal senso. L’area che va dall’Oceano Indiano fino al Pacifico è cruciale per l’Asia e queste rotte marittime interessano in una certa misura anche l’Europa. Ed è questa la ragione per cui il Giappone sta inviando le FDAM nel Golfo di Aden per combattere la pirateria, in cooperazione con gli USA, l’Europa e la NATO. Il Giappone invierà presto un comandante per il CTF 151 che avrà un ruolo di leadership per tre mesi.

Nella Strategia di Sicurezza Nazionale del Giappone, una sezione fa riferimento a forme di cooperazione tra Europa-Giappone e NATO-Giappone in aggiunta a relazioni bilaterali tra il Giappone e i Paesi dell’Unione Europea. Allo stesso modo il Giappone supporta l’ASEM nel momento in cui i suoi membri hanno la giusta volontà politica di lavorare su problematiche comuni che possano far avvicinare le varie realtà per condividere un futuro assieme. È difficile mantenere questa direzione e le persone tendono ad occuparsi dell’ASEM solo per alcuni giorni nel periodo degli incontri per poi dimenticarsene. Credo che abbiamo sufficiente volontà politica per lavorare assieme e sarebbe piuttosto triste lasciarsi sfuggire potenziali benefici. Ci sono voluti molti sforzi per creare l’ASEM e non vedo per quale ragione non dovremmo tenerlo in piedi. Dobbiamo mantenere vivo il continuo processo di consultazione sulle tematiche comuni e, in concreto, mantenere la “terza gamba” del nostro sgabello.

(Traduzione dall\’inglese di Matteo Galassi)

NOTE:

Si ringrazia l’Ambasciata del Giappone per la collaborazione e assistenza fornita.


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