L’Algeria e la caduta dei prezzi del petrolio. Sfide e pericoli futuri L’Algeria e la caduta dei prezzi del petrolio. Sfide e pericoli futuri
Nel giugno 2014, il prezzo del greggio si aggirava ancora intorno ai 115 dollari al barile. Nel gennaio del 2015, lo stesso prezzo toccava... L’Algeria e la caduta dei prezzi del petrolio. Sfide e pericoli futuri

Nel giugno 2014, il prezzo del greggio si aggirava ancora intorno ai 115 dollari al barile. Nel gennaio del 2015, lo stesso prezzo toccava il minimo storico di 45 dollari al barile. Dai tempi della crisi del 2008, i prezzi non erano scesi così in basso.

Secondo alcuni analisti, questa situazione era prevedibile. Mentre negli ultimi dieci anni la crescita mondiale e il conseguente consumo di petrolio rallentavano, la scoperta di nuove e competitive tecniche per l’estrazione dello shale oil aveva reso Paesi come gli Stati Uniti e il Canada degli esportatori netti di greggio. Questo surplus produttivo doveva quindi generare un abbassamento dei prezzi poi effettivamente realizzatosi.

Sorprendente, invece, è stata la decisione dell’OPEC di non tagliare la produzione per mantenere i prezzi alti, forzata anche da una certa intransigenza saudita. Una decisione che ha destato sin dai primi momenti una serie di dubbi riguardanti i maggiori Paesi produttori di petrolio.

Aldilà delle dietrologie sulle reali motivazioni saudite che secondo alcuni non avrebbero tagliato la produzione per danneggiare l’Iran e la Russia, mentre per altri lo avrebbero fatto per tagliare fuori dal mercato le piccole produzioni americane di gas di scisto, è innegabile che questa variazione dei prezzi, di portata storica, abbia avuto e continuerà ad avere delle conseguenze importanti per i Paesi produttori.

Si è dibattuto molto in sedi accademiche sul futuro della Russia e sulle contromosse attuate dal Governo di Putin, sull’Iran e sul sistema sociale del Venezuela. In compenso, un Paese che è sfuggito ai riflettori mediatici è l’Algeria. In un Paese in cui la vendita d’idrocarburi assicura intorno al 95% delle entrate in valuta estera e 60% del budget statale, una situazione del genere non può che generare forti dubbi sul futuro del Paese.

Alla luce degli avvenimenti che hanno scosso il Paese negli anni Novanta, la reazione delle autorità algerine per far fronte a quest’improvviso abbassamento dei prezzi è stata chiara nei discorsi legati alla politica economica nazionale. Nei fatti però, il Governo ha cominciato ad agire concretamente per far fronte alle previsioni future. Nel caso, seppur meno probabile, di un prolungato e costante aggiustamento dei prezzi intorno alla quota odierna, appare chiaro come l’Algeria si ritroverà a dover fronteggiare un obbligato cambio di politica economica nazionale, che potrebbe portare con sé una certa dose d’instabilità politica e sociale.

Quest’analisi tenta in un primo luogo di ripercorrere la storia della guerra civile algerina, soffermandosi in particolare sul ruolo ricoperto dalla caduta dei prezzi del greggio del 1986 nell’accensione dei conflitti sociali, e in seguito di trattare le reazioni del Governo riguardo alla sicurezza economica e sociale nazionale. Infine, si analizzeranno i possibili scenari e i dubbi futuri della politica economica algerina, concentrandosi sulle riforme necessarie per il sostentamento dell’economia nazionale.

I fantasmi della guerra civile

Non è la prima volta che l’Algeria deve far fronte ad un abbassamento drastico dei prezzi del greggio. Il crollo dei prezzi del petrolio a metà degli anni Ottanta e le conseguenti restrizioni riguardanti il bilancio (restrizioni che intaccarono soprattutto il welfare e i servizi sociali) sono oggi annoverati come una delle cause principali della guerra civile algerina degli anni Novanta.

Verso la fine dell’anno 1985, il prezzo del barile scese da 30 a 10 dollari per unità. Il Paese, che soffriva già di disoccupazione strutturale, non riuscì a digerire i tagli sociali. Il Governo dell’allora presidente Chadli Benjedid, segretario del Fronte di Liberazione Nazionale, partito che aveva guidato il Paese sin dall’indipendenza, dovette fronteggiare un crescente malcontento popolare dovuto ai tagli, al rigore e alla corruzione dilagante.

A questi tagli si aggiunse l’inevitabile calo delle importazioni e il conseguente collasso del tessuto economico nazionale, fortemente legato alle importazioni estere. Questi disagi economici e sociali favorirono l’emergere di un terreno propizio all’impianto di cellule islamiste, e in particolar modo salafite, che agirono inizialmente come sistema di welfare sostitutivo a quello statale.

Questo diramato réseau di cellule agì per quasi un decennio e fu, effettivamente, un potente mezzo di attenuazione della povertà. Il “partito della moschea” cominciò anche a canalizzare lo scontento in azione politica, tant’è che un famoso generale algerino dell’epoca formulò una frase divenuta poi leggendaria: “Come si può vincere contro un partito che ha cinque meeting al giorno e un congresso alla settimana?”. Nell’ottobre 1988, le numerose correnti dell’islamismo politico organizzarono imponenti manifestazioni in tutte le grandi città del Paese che culminarono con una violenta repressione e l’uccisione di 500 manifestanti nella città di Algeri.

Queste manifestazioni, inizialmente programmate con l’intento di mostrare il disagio sociale, rivelarono alle autorità l’estesissima influenza islamista nella nuova società algerina. Per questo motivo Benjedid ordinò una serie di riforme politiche nel febbraio 1989 che prevedevano la soppressione della referenza al socialismo, l’apertura alla libertà d’espressione e di riunione e l’abbandono del partito unico con la conseguente possibilità per i partiti minori di candidarsi.

Verso la fine dello stesso anno, la galassia di cellule e movimenti di matrice islamista si fuse nel Fronte Islamico della Salvezza (FIS), partito d’ispirazione apertamente islamista ma contenente al suo interno due correnti distinte. Da una parte, i moderati di Abbassi Madani, professore universitario ed ex-partigiano durante la guerra di liberazione contro la Francia, dall’altra parte, l’ala più intransigente e rivoluzionaria di Ali Belhadj, che raggruppava le fasce sociali più duramente colpite durante la crisi degli anni Ottanta. Nell’ala di Belhadj, confluivano soprattutto operai e agricoltori, ma anche rappresentanti del clero più massimalista. Belhadj, predicatore e oratore di qualità, riuniva i suoi seguaci nel quartiere popolare di Bab El-Oued e aveva moltissimi contatti con i movimenti sindacalisti più massimalisti.

Nel 1990, la prima prova elettorale del FIS fu un successo: vinse le elezioni locali con il 54% dei suffragi battendo, per la prima volta nella storia algerina, il FLN. Il 26 dicembre 1991, dopo alcuni soprusi da parte del Governo e dopo alcuni incidenti, il FIS vinse il primo appuntamento elettorale delle legislative, l’elezione più importante nel panorama politico algerino. Quando però, con l’avvicinarsi del secondo turno, divenne chiaro che il FIS avrebbe vinto anche la seconda tornata elettorale, il Governo tagliò fuori il rivale islamista, dando il via alla guerra civile che costò 100.000 morti.

L’intera vicenda dimostra come un taglio dei proventi petroliferi, accompagnato da condizioni economiche instabili, permisero alle cellule di Belhadj di installarsi progressivamente in tutto il territorio e, dopo la forzatura militare, di liquefarsi nella clandestinità per continuare la lotta attraverso l’uso della violenza.

La reazione delle autorità

Il passato recente ha convinto le autorità algerine alla massima cautela. In questi ultimi mesi, le dichiarazioni in merito ai prezzi del petrolio sono state poche. Questo immobilismo è provato dal fatto che il budget del 2015 è rimasto ancora tarato su un prezzo medio del “Sahara blend”, il greggio di referenza dell’Algeria, stimato intorno ai 100 dollari al barile. Un indice ovviamente caduco adesso, dato che il prezzo di mercato del greggio si aggira intorno ai 50 dollari per barile.

Il budget 2015 prevede 65 miliardi di dollari di importazioni, più del triplo rispetto ai dati del 2005. Il ministro del commercio, Amara Benyounès, affermava in una conferenza stampa che per l’anno in corso “è fuori discussione ridurre le importazioni di prodotti essenziali, poiché i programmi d’investimento nei settori pubblici e privati necessitano l’importazione di equipaggiamenti e di materie prime per il funzionamento dei progetti”. La risposta delle autorità economiche e politiche è stata quindi chiara: nessun cambiamento di rotta, anche perché molti sono gli analisti, nazionali e stranieri, che considerano la crisi come passeggera.

Anche istituzioni economiche internazionali come la Banca Mondiale chiedono una riduzione delle spese. Il responsabile della regione mediorientale Shanta Devarajan, ha sollecitato in più occasioni la questione dei piani d’investimento, invocando una rapida ridefinizione della spesa. Anche se le autorità algerine hanno negato qualsiasi forma di rigore riguardante il bilancio, il Governo ha diffuso nel gennaio 2015 una circolare alle grandi imprese pubbliche e alle amministrazioni regionali e comunali del Paese, obbligando una “razionalizzazione delle spese”. Rappresentanti del ministero dell’economia hanno specificato che la circolare mirava appunto a responsabilizzare gli attori regionali, ma non implicava nessun taglio di spesa specifico.

Nettamente più incisivo è stato il primo ministro Abdelmalek Sellal, che ha annunciato la chiusura di qualsiasi reclutamento nella funzione pubblica per l’anno 2015 ad eccezione del settore sanitario e di quello educativo. Tra i progetti sospesi dal Governo, figurano in prima linea l’autostrada degli altipiani, che doveva in un primo momento connettere la città orientale di Tebessa, situata vicino ai confini con la Tunisia, con la città di Saida ai confini con il Marocco, passando dall’entroterra collinoso del Paese. Sono stati temporaneamente accantonati anche i progetti per la costruzione di tram nelle grandi città, e le linee aggiuntive della metro di Algeri.

Aldilà di questa serie di aggiustamenti, il Governo algerino può ancora fare affidamento su un fondo di sicurezza, stabilito nel 2000 proprio per evitare contraccolpi economici derivati da possibili shock petroliferi. Negli ultimi dieci anni, questo fondo è stato utilizzato come riserva di sicurezza par assicurare un certo grado di stabilità sociale, abbastanza da far preoccupare il Fondo Monetario Internazionale che ha più volte espresso le sue perplessità sull’eventualità che il fondo non riesca più a proteggere il Paese in caso di shock petrolifero.

Le sfide per il futuro

Anche se il Governo algerino ha negato più volte una qualsiasi forma di rigore, confermando quindi le massicce sovvenzioni pubbliche e i programmi di alloggio territoriali, il crollo dei prezzi del greggio potrebbe modificare, sul medio o lungo termine, le ingenti spese pubbliche. Per l’Algeria si rivela necessario un incremento della produzione locale che possa perlomeno ridurre il peso delle importazioni di beni e servizi, ma soprattutto che possa variare la produzione di beni e limitare la dipendenza dalle importazioni finanziate dalla vendita d’idrocarburi. Con una disoccupazione giovanile stimata intorno al 25% e in forte emigrazione, l’Algeria deve variare le produzioni in loco. Una migliore gestione delle risorse nazionali, soprattutto nelle politiche di redistribuzione e d’investimento, è tra l’altro la rivendicazione principale dell’opposizione politica al Presidente Bouteflika. Ali Benflis, il maggiore sfidante di Bouteflika alle elezioni legislative del 2014, aveva fatto di questo tema il punto principale della campagna elettorale. Sebbene Bouteflika abbia vinto anche le ultime elezioni, è chiaro a tutti che il futuro dell’Algeria si fonda su questi temi di politica economica.

Nonostante i continui rilevamenti di nuovi giacimenti d’idrocarburi e i piani d’investimento quinquennali, l’Algeria è ancora temuta dalla gran parte degli investitori internazionali. Una corruzione dilagante e un terrorismo mai sopito sono gli ostacoli più duri per i grandi investitori stranieri, che giudicano “poco affidabile” un Paese dalle grandissime potenzialità. Aldilà della veridicità di questi pur sempre troppo facili giudizi, la legge algerina limita drammaticamente il movimento di capitali all’interno del Paese, alternando politiche protezionistiche utili a cavilli deleteri per il commercio.

Conclusioni

Le autorità algerine conoscono le conseguenze critiche che possono sopraggiungere in caso di un abbassamento dei proventi petroliferi. Infatti, il decennio nero della guerra civile annovera tra le cause principali una diminuzione della spesa sociale e delle importazioni, che hanno determinato un parziale collasso economico e un indebitamento, per l’epoca, molto elevato.

Forte di questa esperienza, il Governo algerino ha provveduto a varare alcune contromisure. Nei primi anni 2000 fu istituito un “fondo di sicurezza” mentre il Governo si impegnava nell’industrializzazione del Paese con alterni risultati perseguendo la diminuzione delle importazioni e favorendo un’embrionale produzione locale.

In seguito al crollo dei prezzi del greggio avvenuto a cavallo tra il 2014 e il 2015, il Governo ha assicurato più volte l’intoccabilità del welfare state e la solidità dell’economia nazionale. Per quanto i budget del welfare state algerino non sembrino in pericolo, e per quanto le assunzioni nel settore educativo e sanitario non siano state bloccate contrariamente agli altri settori del pubblico impiego, il futuro del Paese è sempre più legato alle questioni di politica economica. Le elezioni del 2014, quasi esclusivamente basate su temi economici, sono la riprova che il sistema algerino non potrà evitare le domande riguardanti la propria assuefazione ai proventi petroliferi ed energetici in generale.

NOTE:

Roberto Caponera, Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso Sciences Po Paris.


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