Assistenza allo sviluppo e sicurezza nazionale. L’Official Development Assistance program e il “soft power” del Giappone Assistenza allo sviluppo e sicurezza nazionale. L’Official Development Assistance program e il “soft power” del Giappone
Secondo quanto riportato in un comunicato dell’agenzia ICE, stando ai dati pubblicati dall’OCSE nell’aprile 2014, nel 2013 i fondi destinati all’Assistenza Ufficiale allo Sviluppo... Assistenza allo sviluppo e sicurezza nazionale. L’Official Development Assistance program e il “soft power” del Giappone

Secondo quanto riportato in un comunicato dell’agenzia ICE, stando ai dati pubblicati dall’OCSE nell’aprile 2014, nel 2013 i fondi destinati all’Assistenza Ufficiale allo Sviluppo (Official Development Assistance, ODA) hanno raggiunto la cifra record di 134,8 miliardi di dollari. Nello stesso comunicato, si evidenzia il fatto che il Giappone figuri al quarto posto nell’attività di cooperazione allo sviluppo mondiale, dietro a Stati Uniti, Regno Unito e Germania, superando la Francia.
Un impegno massivo, quello del Giappone, nella sfera dell’Assistenza Ufficiale allo Sviluppo, che presenta connotati di natura strategica e politica e che ha origini storiche estremamente profonde e radicate.

Origini e sviluppi dell’Official Development Assistance program giapponese

Le origini dell’impegno giapponese nell’ambito dei programmi di assistenza allo sviluppo risalgono al decennio immediatamente successivo alla fine della Guerra.
Dopo un primo periodo (1946-1951) in cui fu lo stesso Giappone, uscito materialmente e psicologicamente devastato dal conflitto, a beneficiare di aiuti e assistenza da parte di organizzazioni internazionali come l’UNICEF, la Cooperative for Assistance and Relief Everywhere (CARE), o come il Government Aid and Relief in Occupied Areas Fund (GARIOA) e l’Economic Rehabilitation in Occupied Areas Fund (EROA) – che elargirono aiuti per un ammontare di 5 miliardi di dollari americani1 – a partire dal 1954, il governo giapponese si apprestò a pagare le cosiddette “riparazioni” di guerra, ovvero a saldare l’enorme debito – economico e morale – che esso aveva contratto con molti dei paesi di quella stessa “Sfera di co-prosperità”, una delle ideologie/concettualizzazioni geopolitiche fulcro, da cui il militarismo nipponico trasse linfa vitale negli anni in cui il Giappone imperiale progettava di proiettare la propria potenza nello scacchiere asiatico.

Il primo paese con cui il Giappone sottoscrisse accordi per riparazioni di guerra fu la Birmania (1954), seguito dalle Filippine (1956), dall\’Indonesia (1958), e dall\’allora Repubblica del Vietnam (1959). Concessioni in forma di contributi di natura “economica e tecnica” furono elargiti a paesi, come Laos e Cambogia, Singapore e Malesia, che avevano rinunciato a beneficiare delle riparazioni di guerra. Negli anni \’60 e \’70 il Giappone si impegnò a elargire contributi finanziari a Mongolia, Micronesia, la Repubblica Democratica del Vietnam (ovvero il Vietnam del Nord) e alla sua ex-colonia, la Corea del Sud.

Il 6 ottobre 1954, il Giappone firmò la propria adesione al Piano di Colombo (lanciato nel 1950 e inizialmente concepito dalle Conferenze dei ministri degli esteri del Commonwealth come “Piano di Colombo per lo Sviluppo Economico Cooperativo nell’Asia del Sud e del Sudest”), ufficializzando così il vero e proprio ingresso del Giappone nell’ambito della cooperazione economica con i paesi in via di sviluppo. A partire dagli anni ’60, grazie al grande “miracolo economico”, il Giappone fu in grado di estendere i suoi aiuti allo sviluppo pubblico in termini di quantità e diversificazione delle destinazioni (si pensi che già nel 1958 Tokyo aveva esteso i contributi ODA all’India).
A partire dalla seconda metà degli anni ’70, con il completamento delle riparazioni di guerra (nel 1976), il Giappone si apprestò a ridefinire il suo programma ODA non solo in termini di quantità, settori di intervento (ponendo ad esempio l’accento sullo sviluppo delle risorse umane) e distribuzione geografica (volgendo la propria attenzione all’America Latina, all’Africa e soprattutto al Medio Oriente, che aveva beneficiato di un ingente “riversamento” di aiuti assistenziali da parte del Giappone in concomitanza con la crisi petrolifera scoppiata nel 1973), ma anche in termini di filosofia e obiettivi. Iniziano infatti a delinearsi concetti come quelli relativi all’interdipendenza tra le nazioni e al rapporto tra il mantenimento della sicurezza e della stabilità politica e la prosperità economica; concetti che oggi l’attuale governo nipponico sta utilizzando nuovamente, e con più forza, per ridisegnare le nuove linee guida dell’Official Development Assistance del Giappone.

Nel 1991 vennero definiti i quattro principi per regolare la condotta del Giappone per la concessioni di aiuti esteri. Essi tenevano conto delle tendenze dei paesi beneficiari in materia di: attenzione al rapporto tra sviluppo economico e tutela ambientale; coinvolgimento dei potenziali paesi beneficiari in attività di natura militare; tendenze nei confronti dello sviluppo e produzione di armi nucleari e di distruzione di massa; gli sforzi per promuovere i principi democratici, un’economia di mercato e la garanzia dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
Queste linee guida avevano lo scopo di incoraggiare i potenziali paesi beneficiari verso un percorso di democratizzazione e allo stesso tempo di scoraggiarne la corsa al rafforzamento militare.

Il 30 giugno 1992, il Governo approvò la “Carta ODA”, la cui filosofia di base prevedeva:
(1) considerazioni di carattere umanitario, (2) il riconoscimento dell’interdipendenza tra le nazioni della comunità internazionale, (3) considerazioni ambientali, (4) il supporto per lo sforzo di auto-aiuto dei paesi beneficiari.
Nel 1993, il Giappone figurava tra i maggiori paesi donatori del mondo, con più di 150 paesi beneficiari. Oltre agli aiuti finanziari, il Giappone ha investito largamente nelle risorse umane, inviando un totale complessivo di oltre 38.000 esperti della Japan International Cooperation Agency (JICA) e un totale complessivo di oltre 13.000 membri del Japan Overseas Cooperation Volunteers (JOCV), ricevendo inoltre una media di 8.000 allievi provenienti ogni anno da paesi in via di sviluppo; suggellando la cooperazione tra il Giappone e le maggiori agenzie internazionali, come la Banca Asiatica di Sviluppo (ADB), il Fondo delle Nazioni Unite (UNFPA), La Banca Mondiale (di cui il Giappone figurava come il secondo contribuente), il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)2.

Le politiche di assistenza

Sin dall’epoca delle “riparazioni di guerra”, l’ODA ha sempre svolto un fondamentale ruolo diplomatico (esemplificato dal Ministero degli Affari Esteri o MOFA), specialmente nei confronti dei paesi asiatici, visti dal Giappone come perno del processo di “rebuilding” della propria politica estera. Dal punto di vista operativo, le considerazioni di natura economica hanno sempre rivestito un ruolo primario nella definizione delle politiche ODA nipponiche; il mondo imprenditoriale, attraverso il Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI), aveva tradizionalmente avuto una funzione “direzionante” rispetto a tali politiche3.
La gran parte della spesa relativa agli aiuti pubblici allo sviluppo è stata da sempre diretta principalmente al settore delle infrastrutture economiche, ed ha interessato per lo più i paesi asiatici4. Questo tipo di progetti ha contribuito a creare progressivamente un ambiente adatto alla fioritura di investimenti esteri diretti, promuovendo allo stesso tempo le industrie legate all’export.

I progetti di assistenza del Giappone hanno riguardato inoltre lo sviluppo del settore agricolo nei paesi beneficiari su vasta scala, nonché lo sviluppo delle risorse umane (attraverso l’assistenza attiva per la formazione di ingegneri e altro personale tecnico specializzato), sostenendone così in maniera estesa lo sviluppo economico.
All’assistenza di tipo economico si aggiungono gli aiuti per lo sviluppo delle infrastrutture sociali (educazione, salute pubblica e servizi igienico-sanitari), con l’obiettivo di migliorare il tenore di vita delle comunità locali e ridurre il gap tra aree urbane e rurali.
Pur non potendo misurare con precisione gli effetti che il programma ODA del Giappone ha avuto sulle economie dei paesi dell’area asiatica, alcuni numeri ne possono suggerire l’entità. In Indonesia, ad esempio, i prestiti ODA giapponesi hanno finanziato la costruzione di centrali elettriche (che generano il 15% della produzione di energia totale della nazione); la costruzione e la messa a nuovo del 12% dei sistemi ferroviari (circa 799 km); la costruzione del 15% delle sue strade a pedaggio e la costruzione del 54% degli impianti di filtraggio dell’acqua della città5.
Altri paesi beneficiari come la Corea del Sud e Singapore, avendo raggiunto un notevole grado di sviluppo generale, hanno iniziato ad affiancare il Giappone nella distribuzione di aiuti economici verso altri paesi in via di sviluppo.

Nuova parola d’ordine: approccio proattivo. L’ODA e la National Security Strategy

Una delle principali critiche interne che nel tempo sono state mosse al governo giapponese rispetto alla gestione delle politiche ODA, riguarda il cosiddetto principio della “request-based assistance”, secondo cui, nel rispetto del principio di “auto-aiuto”, la richiesta di assistenza sarebbe dovuta, in linea di principio, provenire dal paese beneficiario, il quale avrebbe dovuto presentare una propria formulazione di programma di sviluppo. Questo principio giustificò l’alta percentuale di prestiti ODA da parte del Giappone e l’intervento di alcune realtà del settore privato giapponese nella fase di progettazione, in particolare aziende operanti nella consulenza e nella costruzione. Tale approccio ha attirato una serie di critiche rispetto ai risultati relativamente improduttivi dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale dei paesi beneficiari, privilegiando invece la ricerca del profitto da parte delle grandi compagnie nipponiche e di quelle sostenute dai governi beneficiari. In particolare, la scelta di puntare sulla realizzazione di opere infrastrutturali dalla grande visibilità (come porti, aeroporti, strade, ferrovie, metropolitane, ecc.) ha reso evidente il dominio preponderante della quota delle infrastrutture economiche (definite come un vero e proprio “white elephant”)6 negli accordi ODA bilaterali tra Giappone e paesi beneficiari.

Un’ulteriore critica riguarda la scarsa volontà di instaurare una partnership o comunque una qualche forma di collaborazione con ONG, privati e membri della società civile. Questo deriva dal fatto che le attività legate ai programmi di assistenza ufficiale allo sviluppo, così come l’elargizione dei fondi, sono state sempre gestite dal Governo e dalle grandi società interessate ad essere coinvolte nel programma ODA; che viene inoltre visto con diffidenza da una parte della società civile per la sua conseguente mancanza di trasparenza, di coerenza e di un “volto” riconoscibile rispetto ai suoi reali obiettivi.

Gli ingenti finanziamenti riversati nei programmi di assistenza allo sviluppo verso paesi stranieri è stata inoltre oggetto di critica, soprattutto negli ultimi decenni, rispetto alle più “urgenti” necessità nazionali del Giappone, con riferimento alla persistente stagnazione economica in cui versa il paese (che per la prima volta, nell’anno fiscale 2001, si risolse a dare un taglio netto al budget complessivo dei fondi ODA del 7%)7.

La nuova filosofia contenuta nelle linee guida più recenti dell’ODA giapponese, che emerge dalla revisione della “Carta ODA” approvata dal Gabinetto di Governo nel febbraio del 2015, in concomitanza con il 60° anniversario del programma ODA del Giappone (la precedente revisione risale al 2003), mostra un’evidente inversione di marcia, in direzione di un atteggiamento maggiormente proattivo. La dicitura generica “ODA Charter” lascia dunque il passo alla “Development Cooperation Charter-For peace, prosperity and a better future for everyone”, in cui viene evidenziato l’aspetto della “cooperazione” orientata allo “sviluppo”; per perseguire gli obiettivi di “pace, prosperità e un futuro migliore per tutti”8.

Gli obiettivi e le modalità operative dell\’ODA giapponese si legano infatti, così come evidenziato dallo stesso documento9, alla più ampia strategia di politica estera promossa dal governo liberaldemocratico di Abe Shinzo, con riferimenti espliciti alla stessa strategia di Sicurezza Nazionale, atta a promuovere l’immagine di un Giappone quale “Contribuente proattivo alla Pace, sulla base del principio della cooperazione internazionale, per collaborare con la comunità internazionale, tra cui paesi in via di sviluppo, al fine di affrontare le sfide globali.”10.

In tal senso, attività che ricadono tradizionalmente nella sfera d’azione dell’ODA, come la costruzione di un ambiente adatto allo sviluppo di condizioni di miglior tenore economico e sociale (promozione di un’economia di mercato, dei diritti umani e democratici di base e dello stato di diritto, assistenza umanitaria e medica in caso di calamità naturali o epidemie, lotta alla povertà, istruzione ecc.) rientrano in quelle che sono le precondizioni di base per garantire la pace, la stabilità e la prosperità dell’intera comunità internazionale, a cui la sicurezza e la stabilità dell’Asia-Pacifico e dello stesso Giappone sono intimamente legate11.

Questo tipo di impegno prevede infatti una maggior collaborazione in senso sinergico (anche considerando i continui obbligati tagli di budget) con realtà del settore privato e agenzie non-governative, così come con la società civile, le università e i governi locali. La nuova Development Cooperation Charter prevede inoltre un approccio orientato in senso maggiormente “strategico” e trasparente, attraverso la valorizzazione della cooperazione tra il Governo e le varie agenzie e realtà coinvolte in senso più integrato, e la pubblicazione di report di valutazione periodici sullo stato del programma ODA (White Paper annuali).

Sviluppo, cooperazione e sicurezza vengono dunque visti come un unicum. È dunque significativo il passaggio dalla dicitura “Development Assistance” a “Development Cooperation”. Come sottolineato infatti da Ishikane Kimihiro, Direttore generale dell’Ufficio Cooperazione Internazionale del Ministero degli Affari Esteri del Giappone, «vi sono alcuni paesi che ancora hanno bisogno di assistenza vera e propria, ma altri stanno gradualmente crescendo da sé. Per quest’ultimo tipo di paesi non è più l’assistenza ad essere necessaria, ma una partnership. Assistenza non può essere sempre dunque la parola appropriata per descrivere il nostro rapporto con i paesi in via di sviluppo»12.

Permangono tuttavia alcune perplessità, in particolare per ciò che riguarda il possibile coinvolgimento dell’ODA in attività di natura militare, sebbene all’interno della Development Cooperation Charter si specifichi chiaramente la volontà di “evitare qualsiasi uso della cooperazione allo sviluppo per scopi militari o per aggravamento dei conflitti internazionali”, nel rispetto della natura pacifista della Costituzione giapponese. Voci critiche si sono inoltre alzate nei confronti della non totale ottemperanza di uno dei quattro principi che dovrebbero regolare la condotta delle attività ODA, ovvero l’attenzione alle realtà di paesi coinvolti in “spese militari, sviluppo e produzione di armi di distruzione di massa e di missili, esportazione e importazione di armi”; paesi come la Cina, ad esempio, che a partire dal 1979 risulta tra i principali paesi beneficiari tanto a livello di prestiti che di sovvenzioni e attività di assistenza e cooperazione13.

La Cina si configura tra l’altro come un “competitor” non trascurabile per il Giappone, proprio nell’ambito delle politiche assistenziali. Dal 2008 in poi, appare infatti evidente il fortissimo impulso che il Paese ha saputo dare al proprio programma di aiuti verso i paesi esteri, passando dal 16° posto nel 2001 al 6° posto nella classifica dei paesi membri del Comitato per l’Assistenza allo Sviluppo (DAC) nel 2012 e 2013; in contrasto con il sostanziale trend a ribasso dell’ODA nipponico. Nel Libro Bianco sull’assistenza cinese all’estero del 2011, il primo documento rilevante sugli aiuti esteri cinesi, sono evidenziate le caratteristiche principali delle politiche del “Foreign aid” (questo il termine ufficiale utilizzato dal Governo) cinese. La prima differenza che salta all’occhio è il focus geografico, che mostra la concentrazione degli aiuti cinesi nell’area dei paesi africani (area privilegiata sin dalle origini del programma cinese di aiuti esteri, iniziato negli anni ’50-’60). L’aiuto cinese ai paesi esteri prevede i seguenti ambiti: progetti completi, delle merci e materiali, cooperazione tecnica, cooperazione allo sviluppo delle risorse umane, personale medico inviato all’estero, aiuti umanitari in situazioni di emergenza, programmi di volontariato in paesi stranieri, e di riduzione del debito. Pur mantenendo anch’essa, come il Giappone, un’attenzione nei confronti delle infrastrutture economiche, la Cina ha sempre tenuto in grande considerazione il settore dell’industria e delle strutture pubbliche (che secondo il Libro Bianco, alla fine del 2009 contava il maggior numero di progetti realizzati attraverso l’assistenza cinese), oltre a quello agricolo.
Interessante è poi comparare i “Quattro principi” della “ODA Chart” nipponica agli Otto principi per l’aiuto all’estero stabiliti nel 1964 dall’allora premier Zhou Enlai, ovvero: 1) Uguaglianza e benefici reciproci alla base degli aiuti cinesi; 2) rispetto della sovranità e non imposizione di condizioni né richiesta di privilegi; 3) fornire aiuto per alleggerire gli oneri con prestiti senza interessi o a basso tasso di interesse, estendendo i termini di estinzione quando necessario; 4) Scopo degli aiuti è di rendere i Paesi autonomi; 5) favorire i progetti che a fronte di minori investimenti danno risultati più veloci; 6) fornire attrezzature di qualità e materiali prodotti in Cina ai prezzi del mercato internazionale; 7) fornire aiuto affinché i Paesi padroneggino le tecniche dell’assistenza tecnica fornita; 8) Gli esperti cinesi avranno lo stesso standard di vita di quelli dei Paesi riceventi e non hanno facoltà di chiedere trattamenti speciali.

Ma è nell’area del Sud-Est asiatico che si svolge la vera “competizione umanitaria” tra Cina e Giappone per ottenere il primato in termini di presenza nella regione. Pur decontestualizzando accuratamente i singoli paesi membri ASEAN dall’Associazione di Stati in cui essi sono riuniti, la Cina mantiene saldamente i propri interessi sulla doppia linea della cooperazione economica e dell’accrescimento della sicurezza nell’area. L’interesse reciproco dei due paesi nei confronti dell’area del bacino del fiume Mekong, le tematiche della sicurezza marittima, così come i rapporti diplomatici ed economici in gioco con alcuni importanti interlocutori, come l’Indonesia, sono solo alcuni esempi della “soft competition” tra Cina e Giappone all’interno della regione.

I programmi di assistenza e cooperazione allo sviluppo nella regione Asia-Pacifico come strumento di politica estera del Giappone

Come si è visto, più della metà degli ODA bilaterali sono destinati ai paesi del’Asia. L’aspetto strategico dello storico rapporto tra il Giappone e i paesi asiatici (in particolare dell\’area del Sud-Est asiatico) si può rintracciare nell’efficace ruolo che le politiche di assistenza hanno svolto nella costruzione dei rapporti diplomatici bilaterali con tali paesi. Essenziale è la relazione tra il Giappone e la comunità degli stati dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations)14, l’organizzazione “ombrello” fondata nel 1967 con lo scopo di promuovere la cooperazione e l’assistenza reciproca fra gli stati membri, per garantire un progresso economico e la stabilità della regione.

L’alleanza tra il Giappone e l’ASEAN community possiede aspetti tanto di natura strategico-diplomatico che di natura economica: è vero infatti che la forte spinta all’integrazione economica da parte dei paesi membri dell’associazione ha sicuramente pesato nell’attrarre gli investimenti esteri diretti giapponesi. Inoltre, il forum dell’ASEAN + 3, istituito nel 1997, si è rivelato un importante canale di dialogo politico ufficiale tra i principali attori dell’Asia Orientale.

Il modello Giapponese di cooperazione economica, estremamente diverso dall’approccio occidentale, maggiormente focalizzato sull\’assistenza umanitaria si basa sin dalle sue origini sul paradigma dell\’ “aiuto per l\’auto-aiuto”, nell\’ottica di ottenere un “ritorno” di profitto dallo sviluppo dei paesi beneficiari, ottenuto attraverso gli aiuti stessi.

Proprio nell’area ASEAN il Giappone ha sviluppato la triade commercio estero-investimenti diretti esteri-ODA, dove questi ultimi rappresentano il “trampolino di lancio” per i primi due15, oltre che per il mantenimento delle relazioni diplomatiche e di una buona immagine pubblica del Paese. Il commercio bilaterale ha raggiunto la quota di 240.9 miliardi di dollari nel 2013, corrispondente al 9,6% del commercio totale dell’area ASEAN16. Il modello nipponico si configura così essenzialmente basato su logiche di mercato, piuttosto che sui basic human needs promossi dall’OCSE e dalle realtà occidentali. È solo dall’inizio degli anni 2000 che il Giappone ha iniziato a investire più concretamente (e non solo sulla carta) in termini di ODA nell’ambito umanitario, anche a causa delle forti pressioni dell’opinione pubblica e dell’OCSE. Nel 2003, infatti, all’interno della nuova Carta ODA, la “human security” è stata introdotta come obiettivo rilevante della politica estera nazionale.

Inizia poi a profilarsi un crescente interesse nei confronti di tematiche quali la tutela ambientale, da sempre relegata a un ruolo secondario. A modificarsi è anche poi, significativamente, il rapporto quantitativo tra prestiti da ripagare e sovvenzioni, a favore di queste ultime.
Rientra nel pieno interesse del Giappone, pur orientando i propri investimenti e i fondi ODA, oltre che naturalmente la propria diplomazia, verso i singoli paesi membri e non verso l’organizzazione ASEAN in quanto tale, promuovere in tutti i modi il progetto di integrazione economica inter e intra-regionale perseguito dalla roadmap dell’ASEAN.

Nonostante la riduzione del flusso di finanziamenti ODA e le diverse problematiche relative all’efficace costruzione di un’integrazione economica in un’area caratterizzata da forti disparità economiche, religiose e culturali e ancora troppo soggetta a frequenti instabilità politiche, il programma ODA giapponese ha in sostanza apportato un contributo positivo alla crescita economica del Sud-Est asiatico, e i paesi ASEAN rimangono una priorità nella strategia ODA e della politica estera giapponese in generale, soprattutto in relazione alle nuove linee guida che privilegiano evidentemente l’aspetto strategico e della sicurezza. Il dialogo Giappone-ASEAN è infatti ampiamente orientato anche sui temi della cyber-sicurezza, terrorismo, pirateria marittima e minacce non convenzionali. Ma non solo. La già citata rivalità con la Cina per assicurarsi una salda presenza economica e diplomatica nell’area, insieme alle crescenti tensioni provocate dalle dispute territoriali in corso nel Mar Cinese Meridionale, fanno sì che il Giappone mantenga un forte interesse nell’incoraggiare il progetto di integrazione regionale, e dunque una crescente “compattezza” economica e politica dei paesi membri dell’ASEAN Community.

Conclusioni

Nel report dal titolo “Informing the Future of Japan’s Official Development Assistance (ODA)”, commissionato nel 2011 all’Overseas Development Institute (ODI) dall’ufficio britannico del JICA, sono esposte delle valutazioni di carattere generale sullo “stato dell’arte” dell’ODA nipponico e sulle prospettive future dello sviluppo dei programmi di assistenza in relazione allo scenario internazionale in forte mutamento.
Quel che emerge è innanzitutto il carattere “peculiare” del modello ODA giapponese, se paragonato agli standard occidentali, e dunque vengono sottolineati alcuni aspetti considerati “problematici”; come l’eccessivo accento posto sulla componente “hardware” dello sviluppo (ovvero le infrastrutture), trascurando invece il “software” interno, rappresentato dalle problematiche politiche, sociali e umanitarie17. Il programma ODA nipponico peccherebbe poi di scarsa coordinazione e coerenza e continua a essere ritenuto non sufficientemente trasparente nei suoi obiettivi e criteri di attuazione. Ma è esattamente a partire da questi punti “deboli” che dovrà prendere l’avvio il nuovo corso della politica di cooperazione allo sviluppo giapponese (che presumibilmente manderà in pensione la stessa dicitura “Official development assistance”): è infatti grazie ai caratteri distintivi del proprio modello che il Giappone ha l’opportunità di apportare un valore aggiunto allo scenario internazionale, grazie anche alla sua radicata storia di “paese donatore”. Per realizzare questi propositi e mantenere le sue qualità di leadership in tale settore, il Giappone dovrà essere in grado di trasformare le caratteristiche specifiche del proprio modello in punti di forza, impegnandosi sempre più in direzione di una crescente proattività internazionale e di un maggiore engagement con le varie realtà non governative che concorrono ai programmi di aiuto allo sviluppo.

NOTE:

Priscilla Inzerilli è laureata in Lingue e Civiltà Orientali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha collaborato con il portale Agichina24, la rivista "East" e il quotidiano online "L’Indro".

1 Fumitaka FURUOKA, Mikio OISHI, and Iwao KATO, From Aid Recipient to Aid Donor. Tracing the Historical Transformation of Japan's Foreign Aid Policy, Electronic journal of contemporary Japanese studies, 2010
2 Ministry of Foreign Affairs, History of Official Development Assistance, (ultima visita 21/04/2015)
3 In passato l'elargizione dei prestiti ODA era per lo più connessa agli interessi delle imprese e dunque l'influenza del METI sui prestiti ODA era forte, fino a che la sua influenza non iniziò a scemare, con la crescita della quota di aiuti slegati e l'apertura alle imprese straniere. Si veda: Masahiro KAWAI e Shinji TAKAGI, Japan’s official development assistance: Recent issues and future directions (2001), p. 4
4 Nel 2012 i contributi ODA bilaterali verso l'Asia corrispondevano al 56.2% della quota totale. Dati tratti dal Japan’s Official Development Assistance White Paper 2013, p. 109, [Chart II-7, Japan’s Bilateral ODA by Region]. (ultima visita 21/04/2015)
5 History of Official Development Assistance, op. cit.
6 Masahiro KAWAI e Shinji TAKAGI, Japan’s official development assistance: Recent issues and future directions, (2001), p.12
7 Masahiro KAWAI e Shinji TAKAGI, op. cit.
8 Cabinet decision on the Development Cooperation Charter, February 10, 2015, p.2 (ultima visita 21/04/2015)
9 Currently, as it commemorates the 60th anniversary of its ODA, Japan and the international community are at a major crossroads. In this new era, Japan must strongly lead the international community, as a nation that contributes even more proactively to securing peace, stability and prosperity of the international community from the perspective of “Proactive Contribution to Peace” based on the principle of international cooperation, while continuing to adhere to the course that it has taken to date as a peace-loving nation. This is also a juncture at which Japan’s ODA activities should further evolve so as to strengthen further its role as an equal partner of developing countries in the joint efforts to address challenges facing the international community. In the international community today, a huge amount of private funding flows to the developing countries, and various actors including the private sector, local governments, and non-governmental organizations (NGOs) are involved in global activities. These actors play important roles in dealing with development challenges and promoting sustainable growth in developing countries. Under these circumstances, Japan needs to address such development challenges not only through ODA but also by mobilizing various other resources. Based on this recognition, the Government of Japan revises the ODA Charter and hereby establishes the Development Cooperation Charter, also bearing in mind the National Security Strategy decided by the Cabinet on December 17, 2013. Riportato in: Cabinet decision on the Development Cooperation Charter, February 10, 2015, p. 1
10 Cabinet decision on the Development Cooperation Charter, February 10, 2015, p. 2
11 Fundamental Principles of National Security, National Security Strategy of Japan, Dicembre 2013, p. 17
12 Intervento di ISHIKANE Kimihiro nell'ambito del convegno Revising Japan’s ODA Charter: Aiding National Security , presso il Brookings Institution Washington, D.C., Febbraio 13, 2015, p. 7
13 For a variety of reasons many Chinese people don’t know much about Japan’s ODA to China. However since 1979,over the past 30 years, Japan’s ODA to China has played a very important role in China’s reform and open as well as in the social and economic development. From that time to the present China has altogether obtained approximately 3.4 trillion (3,400,000,000,000) Japanese Yen loans (approximately 224,800,000,000 Renminbi Yuan) as well as other types of technical cooperation assistance and grant aid etc.. Over the past 30 years Japan is the largest donor country to China, China is also the largest recipient country to Japan. Japan’s official assistance to China stands for over 60% of all bilateral aid provided to China in all donor countries. Many large-scale construction projects that have been built or being built from Japan’s Yen loans or grant aid can be found in China’s provinces, autonomous regions and municipalities. Riportato in: Zhigang WU, Research on Japan’s ODA to China and It’s Contribution to China’s Development, , relazione presentata in occasione del 9° Workshop tenuto dal Project on the Chinese Economy, presso la Kyoto Sangyo University, Marzo 2008, p. 1
14 Al momento l’organizzazione ASEAN è composta da dieci Paesi membri (Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Birmania, Cambogia), un Paese ‘osservatore‘ (Papua Nuova Guinea) e una serie di Paesi definiti come dialogue partners(tra cui la RPC, Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone, Stati Uniti, India e la UE).
15 Evgeny B. Kovrigin, Aiuto Allo Sviluppo Giapponese Dell’Asia Pacifica Nel XXI Secolo: Nuovi Obiettivi, Incentivi e Barriere, in Italian Science Review, Gennaio 2015; 1(22), pp. 237-245
16 Asean-Japan dialogue relations – Overview, 22 Gennaio 2015 (ultima visita 21/04/2015)
17 Alina Rocha Menocal, Leni Wild, Project Briefing, Overseas Development Institute, Febbraio 2012


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