Israele ed il quarto governo Netanyahu: analisi e scenari Israele ed il quarto governo Netanyahu: analisi e scenari
di Diego DEL PRIORE A quarantadue giorni dalla vittoria alle elezioni di marzo, Benjamin Netanyhau ha formato un nuovo governo, dopo che il 7... Israele ed il quarto governo Netanyahu: analisi e scenari

di Diego DEL PRIORE

A quarantadue giorni dalla vittoria alle elezioni di marzo, Benjamin Netanyhau ha formato un nuovo governo, dopo che il 7 maggio scorso è stato raggiunto un accordo per la formazione del nuovo esecutivo. Il percorso di costituzione del quarto governo presieduto da Netanyahu è stato caratterizzato da difficoltà di carattere politico, soprattutto dopo che il 4 maggio Avigdor Lieberman, ex ministro degli esteri e leader del partito nazionalista Israel Beiteinou, ha assunto la decisione di restare all’opposizione, negando al leader del Likud l’apporto di sei deputati. La nuova compagine di governo quindi si fonda sull’accordo tra Netanyahu ed il partito nazionalista religioso vicino ai coloni, Casa Ebraica, di Naftali Bennett, e su una maggioranza risicata alla Knesset (61 su 120 membri). Poco dopo la fine dello spoglio, Netanyahu aveva annunciato di aver “chiesto a tutti i leader dei partiti di destra di formare senza indugio un governo forte e stabile capace di occuparsi di sicurezza e benessere per tutti i tutti cittadini di Israele”.

Facendo un passo indietro, l’affermazione elettorale di Netanyahu del 17 marzo costituisce una conferma politicamente rilevante per il leader della destra israeliana, la cui formazione politica ha smentito le prospettive di un pareggio sostanziale di fronte alla concorrenza dell’Unione Sionista, nata dalla fusione dei laburisti di Haavoda, dell’avvocato Isaac Herzog, e la formazione centrista di Tzipi Livni. Il Likud ha conquistato 30 seggi su 120, incrementando il risultato delle precedenti elezioni del 2012, nelle quali si era attestato a 18. La coalizione di Herzog si è fermata a 24 seggi. I partiti arabi, unite le forze, hanno conquistato 14 seggi. Per quanto riguarda i partiti minori, da segnalare i 14 seggi del partito centrista di Yar Lapid, in calo rispetto alla precedente tornata elettorale, il buon risultato di Kuluna, il movimento fondato da Moshe Kalhon (10 seggi) ed i 7 deputati ciascuno per la destra ultraortodossa dello Shas e lo United Torah Judaism. Perde 2 seggi – da 6 a 4 – la sinistra di Meretz. Crollo del partito di Avigdor Lieberman che ha più che dimezzato i suoi rappresentanti alla Knesset, solo 6 contro i 13 conquistati nel 2013.

Il nuovo esecutivo israeliano sembra nascere nel segno della precarietà ma soprattutto risulta inevitabilmente marcato dal peso politico – per il decisivo sostegno a Netanyahu – della formazione vicina ai settlers, Casa Ebraica. Un’influenza che trova riscontro nell’assegnazione di cariche nevralgiche agli esponenti del partito. A Naftali Bennett, guida di Casa Ebraica, è stata attribuita la carica di ministro dell’istruzione, a Uri Ariel spetta il ministero dell’agricoltura, ad Ayelet Shaked quello della giustizia. Inoltre al partito nazionalista religioso è andato anche l’incarico di viceministro della difesa. Uno scacchiere governativo che sembra proiettare la politica degli insediamenti israeliani in Cisgiordania in una linea di coerenza con il passato, rendendo sempre più lontana la prospettiva di progressi sul versante del “processo di pace” con i palestinesi, sul paradigma dei due Stati per due popoli. Particolare cassa di risonanza ha avuto la nomina della giovane deputata Shaked alla giustizia, nota per le sue posizioni ultranazionaliste e radicali“Gli insediamenti verranno incrementati ed il finanziamento per costruirne di nuovi aumenterà”, ha affermato Moas Rosenthal dell’Interdisciplinary Center di Herzliya. “Naftali Bennett ha ottenuto le posizioni chiave affinchè questo avvenga”. Mouin Rabbani, dell’Institute for Palestine Studies, definisce il nuovo esecutivo “il più estremista della storia di Israele”.

La scelta politica di Lieberman ha lasciato mano libera a Netanyahu di prendere la guida della politica estera israeliana ponendosi alla guida del dicastero precedentemente presieduto dal leader di Israeli Beitenou. In relazione ai negoziati, in perenne stallo, con i palestinesi, gli elementi che emergono dagli ultimi sviluppi politici in Israele chiamano in causa gli stessi rapporti bilaterali con gli Stati Uniti, sul cui fronte nell’ultimo periodo si registrano delle novità che meritano di essere menzionate. È evidente che soprattutto su due capitoli il divario tra i due attori della storica special relationship si è fatto sempre più marcato: la questione palestinese e il dossier nucleare iraniano. Su quest’ultimo, l’establishment israeliano non ha mai nascosto la sua netta opposizione all’accordo con Teheran.

Il “processo di pace” sembra poi presentare un terreno dove le posizioni tra Israele e USA stanno conoscendo più di frequente momenti di non allineamento. Ciò è stato messo in evidenza recentemente dalle dichiarazioni di Netanyahu alla vigilia del voto, in cui ha promesso che sotto il suo mandato non si sarebbe mai costituito uno Stato palestinese. Una posizione che si scontra con la tendenza della presidenza Obama a fare della soluzione dei due Stati una direttrice portante della sua politica mediorientale, anche sulla scia del diffuso riconoscimento dello stato palestinese da parte di diversi paesi europei. In un’intervista rilasciata il due giugno alla televisione israeliana Channel Two, il presidente nordamericano ha affermato come la posizione di Netanyahu “contiene condizioni così numerose che è irrealistico pensare che possano essere realizzate nell’immediato futuro”. “Il pericolo – ha proseguito Obama – è che Israele perda credibilità agli occhi della comunità internazionale, già scettica sull’impegno israeliano in merito alla soluzione dei due Stati”. L’intransigenza verbale di Washington nei confronti dell’alleato mediorientale non ha lesinato di manifestarsi nella storia ma la sua reale portata si deve necessariamente misurare con l’andamento dei flussi di aiuti, soprattutto militari. Sotto tale aspetto, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, alla scadenza del primo pacchetto nel 2017 – in media 3 miliardi di dollari all’anno – il prossimo flusso potrebbe prevedere un aumento fino a 3,5-3,6 miliardi annui. Una prospettiva tutta da verificare ma che se si concretizzasse non smentirebbe un duplice approccio USA verso Israele dal punto di vista diplomatico ed economico-militare.

In questo scenario si innesta l’azione francese che contribuisce a portare un elemento di novità nel modello negoziale del “processo di pace”. Ciò attraverso la presentazione di una risoluzione sul riconoscimento dello Stato palestinese ed una proposta di settlement politico fondato sulla soluzione dei due stati in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Veto USA permettendo. La proposta di Parigi si fonderebbe sui confini pre-1967, su accordi di sicurezza, sull’impegno di una forza internazionale, su uno status di Gerusalemme capitale condivisa dei due stati. La percorribilità di una tale ipotesi e la creazione di uno stato palestinese dotato di una continuità territoriale non può prescindere da una riconfigurazione della politica di espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Una prospettiva che la composizione della squadra del quarto governo Netanyahu non rende politicamente e realisticamente disponibile.

NOTE:

Diego Del Priore è ricercatore associato dell'IsAG


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