L’Iran oltre l’accordo L’Iran oltre l’accordo
C’è un dato sul quale è necessario riflettere a poche ore dal possibile accordo tra l’Iran e il gruppo dei 5+1 (i cinque membri... L’Iran oltre l’accordo

C’è un dato sul quale è necessario riflettere a poche ore dal possibile accordo tra l’Iran e il gruppo dei 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania) che, dallo scorso 2 aprile, stanno lavorando alla fase finale dei negoziati sul nucleare iraniano. Non si tratta delle questioni prettamente scientifiche e militari che rappresentano, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, i punti sui quali apparentemente potrebbe fallire o avere successo il negoziato. Probabilmente nemmeno la fine delle sanzioni, questione dirimente per l’Iran e per lo sviluppo della sua economia, possono considerarsi come il vero punto di caduta dell’intero processo negoziale in corso – con alterne vicende – da quasi dieci anni.

Non si può negare come su questo punto l’Iran sia molto sensibile tanto che la sola idea che la revoca immediata dell’embargo sia condizionata dal dovere di accettare controlli da parte dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’anergia atomica), definiti dagli Stati Uniti “senza precedenti”, sui propri siti nucleari sta determinando delle durissime prese di posizione sia a Teheran, nella persona della stessa Guida Suprema Ali Khamenei, ma anche da parte del Ministro degli Esteri Russo, Sergej Lavrov. Questo potrebbe non precludere un accordo politico tra Obama e Rouhani che hanno scommesso buona parte della loro credibilità sull’esito del negoziato e che in questa fase finale hanno tutto l’interesse a condurre in porto un risultato tangibile presso le rispettive opinioni pubbliche.

Non è pertanto da escludere che a un ormai possibile accordo possa seguire una forte limitazione, se non una sonora bocciatura, da parte sia del Congresso americano a guida repubblicana sia da parte del Majlis, il Parlamento iraniano, dove potrebbe essere decisivo il ruolo dei parlamentari più nazionalisti e contrari all’accordo. Di fatto una possibile bocciatura da parte del Congresso americano, così come da parte del Parlamento iraniano, potrebbe offrire sia ad Obama sia a Rouhani dei validi argomenti in prospettiva rispettivamente delle elezioni statunitensi e del rinnovo del Parlamento iraniano. I due leader potrebbero così far ricadere sui rispettivi parlamenti le responsabilità della mancata applicazione dell’accordo. Lo stesso Ministro degli Esteri iraniano, Zarif, avrebbe più volte fatto notare ai negoziatori occidentali come un mancato accordo potrebbe favorire esponenti dell’ala più intransigente della politica iraniana, molto meno disponibile a raggiungere l’accordo e più propensa ad installare nuove centrifughe nucleari.

Qualora nelle prossime ore venisse siglato l’accordo l’Iran vedrebbe riconosciuto il suo programma nucleare scientificamente all’avanguardia, andandosi a collocare nel ristretto club dei paesi atomici. Non sfugge quindi quanto un simile riconoscimento, ottenuto nonostante la pressione dei Paesi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e l’isolamento internazionale, andrebbe a rafforzare il forte senso nazionale della popolazione iraniana. Non può sfuggire il fatto che da più di venti giorni, i ministri degli esteri delle superpotenze uscite vincitrici dalla Seconda Guerra Mondiale più la Germania siano sostanzialmente impegnati in una costante maratona diplomatica con l’Iran in cui nessuno sembrerebbe esser disposto a cedere. Per molti, il solo fatto che l’Iran stia dettando l’agenda della politica estera dei principali protagonisti internazionali rappresenta di per sé un riconoscimento di fatto della forza economica e militare dell’Iran in Medio Oriente.

Questo aspetto, più dei benefici che gli stessi paesi occidentali potrebbero trarre dalla ripresa di relazioni economiche e commerciali con l’Iran, sembra essere percepito come una vera e propria prova di forza della Repubblica Islamica dell’Iran, capace di tenere testa alle superpotenze. Un braccio di ferro, che indipendentemente dall’esito del negoziato e dalla sua reale applicazione viene percepito e vissuto in Iran come un potente e persuasivo messaggio anche ad altri paesi. L’indipendenza dell’Iran rispetto alle altre superpotenze può sicuramente avere effetti anche in altre parti del mondo e molti vedono questo negoziato come una prosecuzione della sfida che per ben otto anni vide protagonista l’Iran di Khomeyni contro l’Iraq di Saddam Hussein sostenuto da una vasta coalizione di paesi.

Ecco perché in queste ore a Teheran si vivono due stati d’animo in perfetta contrapposizione: se ci sarà l’accordo non vi sono dubbi che l’economia iraniana così come quella dei paesi occidentali ne trarrà beneficio ma se non ci sarà, molti a Teheran si aspettano manovre da parte degli Stati Uniti e di Israele per accerchiare e colpire l’Iran. Verosimilmente, sostengono a Teheran, non ci sarà un confronto militare diretto tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, ma si ritiene verosimile lo scenario secondo il quale i Paesi arabi e musulmani (Sauditi, Qatar, Emirati Arabi, Egitto e Sudan) alleati degli Usa e oggi impegnati nella coalizione contro lo Yemen, possano essere lo strumento per mettere pressione, sfruttando anche il ruolo del Pakistan, all’Iran. A queste possibili minacce convenzionali si aggiungono i sospetti, più volte manifestati dagli iraniani, sul ruolo che potrebbero giocare gruppi quali l’Isis e Al Qaida, considerati dalle autorità iraniane come strumenti nelle mani degli Stati Uniti per la destabilizzazione del Medio Oriente.



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