L’impatto della guerra in Siria sui flussi migratori in Libano e le sue conseguenze sugli equilibri politici del Paese L’impatto della guerra in Siria sui flussi migratori in Libano e le sue conseguenze sugli equilibri politici del Paese
di Alexandre BRANS Il conflitto in Siria ha avuto profonde conseguenze sui precari equilibri interni del Libano. Il Paese dei cedri è stato messo... L’impatto della guerra in Siria sui flussi migratori in Libano e le sue conseguenze sugli equilibri politici del Paese

di Alexandre BRANS

Il conflitto in Siria ha avuto profonde conseguenze sui precari equilibri interni del Libano. Il Paese dei cedri è stato messo a dura prova dal costante flusso di rifugiati in arrivo dalla Siria, nonché dal proliferare di gruppi estremisti che ne hanno minacciato la sovranità nazionale. Il ritiro dell’esercito siriano in seguito all’omicidio dell’ex primo ministro Rafik Hariri nel 2005 ha messo fine a una presenza militare diretta durata 15 anni. Ciononostante, i rapporti con Damasco continuano a frammentare un sistema politico fortemente condizionato dal potere dei leader comunitari.

Geograficamente, il Libano, è un piccolo Paese in gran parte montagnoso del Medio Oriente, situato sul margine orientale del mare mediterraneo che ne costituisce il confine occidentale, confina poi a nord e a est con la Siria, a sud con Israele. Osservando il Paese dei cedri dal punto di vista dei culti professati, si riscontra che è la patria di numerosi gruppi religiosi tra cui cinque sette religiose musulmane e 11 cristiane. I musulmani si dividono in sciiti nel sud, nella pianura della Bekaa e nella periferia a sud di Beirut; sunniti a Beirut, Tripoli e Sidone. I maroniti vivono per lo più nella parte orientale di Beirut e nella regione del Libano. Questa divisione si riflette nella divisione della scena politica in due schieramenti opposti in merito all’atteggiamento da riservare al regime siriano: da una parte, troviamo una coalizione composta dalle formazioni politiche sciite di Amal e Hezbollah e dal Movimento Patriottico Libero del generale cristiano Michel Aoun, favorevoli al rafforzamento dei legami con la Siria e l’Iran; dall’altro la coalizione del 14 Marzo formata dagli oppositori al regime siriano tra cui spicca la Corrente del Futuro, movimento prevalentemente sunnita sostenuto dalle monarchie del Golfo, guidata dal figlio di Rafik Hariri, Saad.

Questa divisione politica e religiosa ha avuto un forte impatto sul Paese fino a trasformarlo in un microcosmo soggetto a ingerenze di poteri regionali in competizione tra loro. Dopo l’inizio del conflitto siriano nel 2011, il governo libanese ha adottato un atteggiamento di neutralità, rifiutando di schierarsi a favore delle due parti belligeranti e rimanendo così inizialmente al riparo dal caos siriano. Ciononostante gli scontri non hanno tardato a verificarsi e, la causa scatenante delle tensioni può essere individuata nell’arresto dell’attivista anti-Assad, Shadi Al Mawlawi, avvenuto nel maggio del 2012 da parte dei servizi segreti libanesi, accusati dai sunniti di essere vicini a Hezbollah, e ciò ha provocato violenti scontri tra sunniti di Bab al Tabbaneh e alawiti di Jebel Mohsen nella città di Tripoli. Il Governatorato del Nord Libano, di cui Tripoli è capoluogo, rappresenta uno dei settori più condizionati dalla guerra in Siria sia per l’estrema povertà che vi regna, sia per i legami culturali e religiosi che esistono tra la popolazione di maggioranza sunnita e le vicine città siriane. Questo clima ha quindi rafforzato alcuni gruppi salafiti, tra cui spicca il caso dello Sceicco Ahmad Al-Assir, noto per i suoi discorsi infuocati contro il presidente Assad e Hezbollah accusati di intromettersi negli affari dello Stato.

Ulteriori scontri si sono verificati nell’estate del 2013 tra sostenitori di Assir e membri di Hezbollah nella città costiera di Saida. La violenza degli scontri ha richiesto l’intervento dell’esercito che ha sconfitto la milizia di Assir. Uno dei motivi del successo di predicatori come Assir è la mancanza di una solida leadership all’interno della comunità sunnita, la quale si sente sempre più abbandonata dalle istituzioni del Paese. Dopo la caduta del governo di unione nazionale guidato da Saad Hariri nel 2011, causata dall’uscita di 10 ministri dell’8 Marzo, Mikati, nel giugno del 2011 ha formato un governo senza rappresentanti del 14 Marzo, in cui spicca il peso del Hezbollah che nonostante i suoi 2 seggi rimane la componente politica più potente del governo.

Ma i fattori di instabilità non cessano qui. Ciò che concorre a minacciare ulteriormente la stabilità del Paese è il diretto coinvolgimento di alcuni partiti nel conflitto in Siria fra cui Hezbollah spicca nettamente su tutti gli altri. Il partito, guidato da Hassan Nasrallah, presente sia in Parlamento che nel governo, dal 2013 è direttamente coinvolto nei combattimenti che si svolgono in Siria a sostegno del regime del presidente Assad. Questa frammentazione politica ha profonde ripercussioni sul funzionamento delle istituzioni politiche: da un lato il parlamento non è stato in grado di eleggere un presidente dal maggio 2014, dall’altro le elezioni parlamentari sono state rimandate due volte dal 2013. Il 15 febbraio del 2014, dopo dieci mesi di tentativi, il primo ministro Tammam Salam è riuscito a formare un governo di unità nazionale includendo componenti sia dell’8 marzo che del 14 marzo, rompendo così con la politica esclusoria dei precedenti governi. 

La paralisi politica e l’inasprimento delle tensioni settarie devono fare i conti con un altro fattore di grande instabilità. L’intensificarsi degli scontri in Siria ha avuto come conseguenza maggiore l’arrivo di oltre un milione e duecentomila rifugiati in fuga dalle violenze, più del 25% dell’intera popolazione, e la quota è destinata ad aumentare. Il numero di residenti in Libano, dal marzo del 2011, è così aumentato del 30% adducendo gravi implicazioni sull’economia. La crescita economica è rallentata: il tasso di crescita medio annuo del Prodotto Interno Lordo è precipitato passando dal 9% del periodo 2007-2010 al 2% del 2011. In aggiunta, il Paese accoglie 330.000 rifugiati palestinesi che arrivati in Libano dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948, ai quali si sono aggiunti 50000 connazionali in fuga dalle violenze in Siria.

Si stima che il costo totale della crisi siriana per il Libano ammonti a 7,5 miliardi di dollari. L’arrivo in massa dei siriani ha anche determinato un aumento della forza lavoro del 50% dall’inizio della guerra, mentre il tasso di disoccupazione è raddoppiato riducendo le opportunità lavorative dei lavoratori libanesi. Inoltre il settore turistico, molto importante per l’economia locale, è stato uno dei maggiormente colpiti con una perdita stimata al 41,5% per il periodo 2011-2013. 
Le crescenti pressioni sui servizi, le infrastrutture e le risorse del Paese comportano un crescendo di tensioni fra la comunità di rifugiati e quella degli ospitanti libanesi. In effetti, il costo della presenza dei rifugiati sulle infrastrutture del Paese è stato di 589 milioni di dollari per il solo 2014. Giacché il 50% della popolazione dei rifugiati è composta da bambini, le stesse scuole pubbliche sono vicine al punto di saturazione con 98.000 alunni siriani che si sono aggiunti ai 185.000 libanesi. La situazione dei bambini siriani assume i contorni della tragedia se si considera che 348.300 di essi non frequentano la scuola secondo le ultime stime dell’UNHCR. 
Oltre a ciò, il problema dell’approvvigionamento di acqua potabile è particolarmente sentito. L’elevato numero di rifugiati rende totalmente insufficienti i servizi igienici, già a rischio in un Paese caratterizzato da scarsità di acqua. A differenza di Iraq, Giordania e Turchia, il Libano non dispone di campi profughi per accogliere gli esuli siriani. Essi sono radunati in 1421 accampamenti informali sparsi in tutto il Paese o prendono in affitto appartamenti per cui devono sobbarcarsi il costo di affitti esosi, vivendo stipati in 10-15 persone in una sola stanza. Si stima che il 55% di essi abbia generato un debito superiore ai 400 dollari. Tra gli effetti collaterali di questa ondata migratoria il deterioramento della sicurezza è sicuramente uno dei fattori di maggiori tensioni all’interno del Paese. I 375 km di confini porosi con la Siria favoriscono traffici di ogni genere, compresi esseri umani e armi nonché una crescente instabilità nelle località di confine come dimostrato dagli scontri che, nell’agosto del 2014, hanno opposto l’esercito libanese a gruppi locali di Al Nusra e ISIS nella cittadina di Arsal. Nonostante la vittoria, l’esercito non riuscì a impedire il rapimento di 25 soldati e poliziotti da parte degli insorti.

Il 26% del totale dei detenuti presenti nelle carceri del Paese è siriano. Un altro dato a conferma dell’incapacità del governo di fare fronte a questa situazione è l’impennata di piccoli crimini i quali sono aumentati del 60% rispetto al 2011. Nel tentativo di gestire gli effetti sempre più insostenibili di questa migrazione di massa, il governo ha adottato un piano strategico svelando le tre priorità con cui intende fronteggiare il problema. Il primo provvedimento riguarda la riduzione del numero di siriani registrati come rifugiati presso l’UNHCR. L’obiettivo, oltre alla costruzione di campi in Siria, mira a distinguere tra migranti economici e rifugiati in fuga dalla guerra. Le altre priorità saranno la riduzione della crescente insicurezza nonché la spartizione del peso economico attraverso l’ampliamento della risposta umanitaria allo scopo di favorire un approccio che possa favorire istituzioni, comunità e infrastrutture.

Queste misure interessano anche i confini nazionali. In effetti, la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza libanese (i servizi segreti libanesi responsabili del rilascio di visti e passaporti) e il Governo, il 5 gennaio 2015, hanno introdotto una restrizione di visto nei confronti dei cittadini siriani. Per la prima volta da quando esiste il confine con la Siria, ogni siriano che desideri recarsi in Libano dovrà giustificare i motivi della sua permanenza. Prima di questa data ogni siriano poteva entrare in Libano senza autorizzazione per un periodo di 6 mesi. Le restrizioni riguardano varie categorie comprese il turismo e il trattamento medico. Ciononostante, il ministero degli Affari Sociali concederà eccezioni limitate per ragioni umanitarie. Un’ulteriore iniziativa per alleggerire il peso dell’effetto della crisi siriana sul Libano è stata lanciata nell’ottobre del 2014 con il nome di “Lebanon Crisis Response Plan”. Si tratta di una collaborazione tra il Governo libanese e le Nazioni Unite che dovrà portare aiuto a un totale di 2,9 milioni di persone nei prossimi 2 anni. L’ambizioso progetto non sarà destinato ai soli siriani ma coprirà anche i bisogni di 200.000 palestinesi e 1,5 milioni di libanesi che si trovano in condizioni sempre più precarie. La somma totale stanziata per il progetto è di 2,9 miliardi di dollari.

Nonostante una guerra civile durata 15 anni, una “doppia occupazione” territoriale nonché lo scoppio di un elevato numero di crisi politiche, il Libano ha dimostrato una straordinaria capacità di resistenza nel fronteggiare minacce alla sua integrità territoriale. Un elemento di forza è stato la volontà della maggioranza della popolazione libanese di evitare nuovamente la guerra civile. Inoltre, i blocchi parlamentari sono consapevoli della necessità di raggiungere un accordo su base nazionale allo scopo di fronteggiare le minacce di una regione sempre più instabile. L’elezione di un Presidente sarebbe il primo passo per uscire da questa fase di stallo. Malgrado il proseguimento del dialogo tra sostenitori dell’ 8 Marzo a supporto della candidatura di Michel Aoun, e quelli del 14 Marzo in appoggio al leader delle Forze Libanesi Samir Gagea, sembra arduo immaginare un compromesso tra le parti, almeno finché la turbolenta situazione regionale non si sarà placata. Fondamentale in questo senso sarà la volontà degli attori regionali di avviare un processo di riconciliazione e, dunque, l’uscita dalla crisi. In una fase di tale complessità, la stabilità del Libano dipenderà dalla capacità di quest’ultimo di assicurare la necessaria protezione ai rifugiati (non solo quelli provenienti dalla Siria), e dalla qualità del sostegno che sarà in grado di offrire alle proprie comunità.

NOTE:

Fonti -Amnesty International, Déclaration publique. Liban: les nouveaux critères d’entrée imposés aux Syriens risquent de bloquer les réfugiés, 6 gennaio 2015. -European Council On Foreign Relations, Lebanon: Containing Spillover From Syria, settembre 2012. -ILO Regional Office for The Arab States, Assessment of the impact of Syrian Refugees in Lebanon and Their Employment Profile, 2014. -UNHCR, Lebanon Crisis Response Plan, 2015-2016. -Université Saint Jospeh, The Syrian crisis and its implications on Lebanon, 9 Marzo 2015.


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