L’alba della campagna presidenziale in Costa d’Avorio L’alba della campagna presidenziale in Costa d’Avorio
L’avvicinarsi della data delle elezioni presidenziali in Costa d’Avorio offre l’occasione per rinnovare analisi e discussioni sul quadro politico della nazione. In questo breve... L’alba della campagna presidenziale in Costa d’Avorio

L’avvicinarsi della data delle elezioni presidenziali in Costa d’Avorio offre l’occasione per rinnovare analisi e discussioni sul quadro politico della nazione. In questo breve contributo, cercheremo di riassumere la situazione politica recente del Paese, con dei cenni sulle forze in gioco ed i loro rispettivi candidati che vanno consolidandosi all’alba delle consultazioni elettorali.

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Il prossimo ottobre la popolazione della Costa d’Avorio sarà chiamata alle urne per l’elezione del nuovo Presidente: i primi partecipanti alla competizione ad aver già depositato la candidatura sono il discusso Presidente in carica Alassane Ouattara per la coalizione RHDP1 e l’inatteso outsider Boulou Guali Eloi. Alla tornata parteciperanno come candidati, tra gli altri, il Presidente del FPI (Fronte Popolare Ivoriano, partito dell’ex-Presidente ormai agli arresti Laurent Gbagbo) Pascal Affi N’Guessan e il leader liberale ex membro di spicco dell’Audace Institut Afrique Mamadou Koulibaly.

Vista la situazione di forti tensioni politiche e sociali presente nel Paese da ormai più di un decennio, è opportuno cercare di capire come le nuove elezioni possano influenzare – in maniera positiva quanto negativa – equilibri già instabili. Per comprendere appieno il contesto attuale e quanto possa pesare una nuova crisi nel periodo vicino al ritorno alle urne, bisogna soffermarsi su quanto le precedenti elezioni presidenziali – tenutesi nel 2010 – siano state contese e abbiano aperto tensioni che a tutt’oggi restano non completamente sopite.

Originariamente programmate per il 2005 e più volte posposte a causa della guerra civile e di generali difficoltà logistiche e organizzative, le elezioni videro opposti il candidato Alassane Ouattara, leader delle forze antigovernative e con grande supporto nel nord musulmano del Paese, e Laurent Gbagbo, Presidente in carica dal 26 ottobre 2000 all’aprile del 2011 con una forte base elettorale installata nel sud cristiano della nazione.

Il secondo turno elettorale fu anticipato da numerosi casi di tensioni e violenze: in ogni caso, nonostante la generale perdita in credibilità delle istituzioni nazionali, molti osservatori giudicarono le elezioni come svoltesi in un contesto favorevole e non distorto. I risultati videro inizialmente Ouattara decretato vincitore da parte della Commissione elettorale indipendente con il 54% circa dei voti; la vittoria fu comunque revocata di lì a breve quando il Presidente della Corte costituzionale decretò i risultati come “non validi” a causa di supposti brogli elettorali, concedendo quindi la vittoria – ai sensi dell’art. 94 della Costituzione ivoriana – al rivale Gbagbo. Sulla base dei decreti dei due diversi organi di Stato, entrambi i contendenti si proclamarono vincitori, innescando gli eventi che portarono alla seconda guerra civile ivoriana. Gbagbo ricorse all’uso della forza per contenere il dissenso, applicando anche misure impopolari per la comunità internazionale come l’impedimento per le organizzazioni giornalistiche estere di trasmettere dall’interno dei confini ivoriani. Il crescendo di violenza e l’uso sempre più massiccio di forze militari per la pacificazione del Paese vide l’attivarsi della comunità internazionale: oltre agli USA, alle Nazioni Unite e all’Unione Europea, anche l’Unione Africana e l’ECOWAS presero posizione, appoggiando il fronte di Alassane Ouattara. Il 30 marzo 2011, l’ONU invitò Gbagbo – con la risoluzione 1975 – a dimettersi e le forze contrapposte a cessare le ostilità.

Accanto a tale contenzioso, la posizione di Ouattara è resa ulteriormente instabile da una serie di affermazioni riguardanti le sue origini, per alcuni non ivoriane: questo, sulla base della Costituzione attuale, impediribbe senza possibilità di rettifica la candidatura di Ouattara, in quanto un cittadino straniero non potrebbe concorrere alla più alta carica dello Stato.
Su queste basi, è lecito osservare con attenzione i fatti che ci porteranno e che faranno seguito alla prossima tornata elettorale, percepibile come elemento chiave per la stabilità del Paese a breve quanto a lungo termine. Innanzitutto, è opportuno ricordare quanto l’importanza di questo evento sia percepita anche dal nostro lato del Mediterraneo: di recente, un gruppo di intellettuali italiani ha avviato una raccolta di firme per invitare gli attori locali ivoriani e internazionali a un processo elettorale sano, per evitare ulteriori conflitti localizzati nel Paese.

Il primo e più evidente problema giace nell’effettivo consolidamento dell’attuale esecutivo, e della percezione che di esso ha la popolazione. Un Presidente e un Governo consolidati e percepiti come frutto di un processo democratico non distorto sono un elemento fondamentale di stabilità per un Paese, specie in momenti critici come un’elezione che è stata preceduta da un’altra elezione contestata. Si richiede pertanto uno sforzo da parte delle autorità e dell’élite in carica per mantenere il processo democratico il più trasparente possibile, onde evitare nuove crisi e dare ulteriori motivi di scontro alle fazioni dei “delusi” e dei revanscisti. Si noti, infatti, che nonostante la chiara presa di posizione della comunità internazionale, nel Paese sono ancora presenti numerosi sostenitori di Laurent Gbagbo e del vecchio regime: da questo fronte, posizioni più vicine al non-voto e all’aggiramento del confronto democratico sono apparentemente in aumento.

In linea generale, va sottolineato il ruolo importante della propaganda “distruttrice” nella dialettica politica – elemento, per la verità, ormai fortemente diffuso e consolidato in qualsiasi sistema politico a carattere democratico o sedicente tale. Si pensi, ad esempio, al fatto che nelle scorse settimane la pagina social del comitato Cote d’Ivoire LibreExpression – a sostegno di Laurent Gbagbo – è stata apparentemente piratata da ignoti che l’hanno sfruttata per la diffusione di materiale pornografico. Di contro, il fronte dei pro-Gbagbo sta continuando il suo lavoro di campagna elettorale, improntandolo non tanto sulla discussione politica in quanto tale, ma tentando di rafforzare le accuse dirette al candidato favorito, Ouattara, ricordando la sua presunta ineleggibilità e invitando – come accennato sopra – l’elettorato al boicottaggio.

A latere, in queste settimane si è anche discusso dei problemi legali avuti da personaggi vicini – ora quanto qualche anno fa – al principale fronte avverso al Presidente in carica. Di recente, vi è stato un appello di Reporters Sans Frontières per la liberazione di Jospeh Titi Gnanhouha, direttore di un giornale pro-Gbagbo incarcerato con l’accusa di aver pubblicato informazioni false sul Presidente in carica; su un altro fronte, legato alle violenze della guerra civile, ai primi di agosto sono stati condannati a 20 anni di prigione gli ex comandanti militari (attivi sotto Gbagbo) Jean Noël Abehi e Anselme Séka Yapo. Sullo sfondo, restano aperte le inchieste proprio ai danni dell’ex-Presidente Gbagbo e del suo Capo della milizia Charles Blé Goudé, il cui processo alla Corte penale internazionale inizierà il prossimo novembre. In tema di CPI, è interessante notare inoltre come la nota ONG Human Rights Watch ne abbia denunciato l’operato ai tempi della guerra civile: per la ONG non sarebbero state intraprese azioni legali dovute contro la fazione di Ouattara, sospettata di violenze post-elettorali e di un potenziale conteggio vittime di 3mila morti2.

Se il contesto della politica e della sua dialettica si configura come la prima criticità da tenere in conto, il secondo riguarda la sfera economica e sociale. Il governo Ouattara, tra numerose critiche e azioni più lente del dovuto – per quanto comunque potenzialmente interessanti, sia in tema di apertura economica che di sviluppo sociale – rimane discusso e visto come élite di un Paese che cresce in maniera asimmetrica: corruzione, costo della vita in crescita e sviluppo deficitario di fondamentali economici come la sicurezza alimentare sono tutti elementi che vanno a costituire potenziali “mine” future alla stabilità nazionale, a prescindere dal vincitore. In un quadro simile, i vari “pilastri” della (in)stabilità – economia, politica e società – potrebbero finire scossi sia dal prosieguo della presidenza Ouattara che da un cambiamento, in quanto il persistere di una situazione percepita come insostenibile dalla popolazione getterebbe i presupposti per l’esplosione di scontri in una qualsiasi delle fazioni, fattasi forte delle mancanze – vere o presunte – dell’altra, senza dimenticare gli ulteriori possibili elementi aggravanti a radice etnico-religiosa.

NOTE:

Note: 1 RHDP - Rassemblement des houphouëtistes pour la démocratie et la paix, coalizione che raduna i partiti ispirati alla politica dello storico leader nazionale Felix Houphouet-Boigny. A differenza delle elezioni del 2010, dove ogni partito della coalizione portò un suo candidato per poi convergere su Ouattara, nel 2015 la coalizione supporterà dall’inizio il Presidente uscente.
2 Si veda il rapporto “Pour que la justice compte”, HRW, 5 agosto 2015.


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