Mediterraneo: la scelta italiana Mediterraneo: la scelta italiana
L’Occidente (Unione Europea e NATO) si trova posto oggi di fronte a due diverse sfide: una è quella proveniente dalla rinnovata assertività russa, l’altra... Mediterraneo: la scelta italiana

L’Occidente (Unione Europea e NATO) si trova posto oggi di fronte a due diverse sfide: una è quella proveniente dalla rinnovata assertività russa, l’altra dalle continue turbolenze nell’area mediterranea e mediorientale, oggi in particolare incarnate da Da’ish. Attualmente l’Occidente sembra focalizzare i propri sforzi sull’arginare la Russia, ma questa è una scelta e non certo una necessità. Per l’Italia la priorità è rappresentata da stabilità e sicurezza nel Mediterraneo, il mare in cui è fisicamente immersa e da cui provengono le risorse fondamentali per la sua prosperità.

Gli ambiti d’azione della politica estera italiana del Dopoguerra sono, per uso ormai consolidato, generalmente descritti secondo l’immagine dei tre “cerchi”: quello nord-atlantico, consistente nel rapporto fondamentale con gli USA e nell’inserimento nell’Alleanza Atlantica; quello europeo, palesato dall’adesione alla CEE, poi Unione Europea, fino al sistema monetario unico attuale; e infine quello mediterraneo che, a parte talune fasi di “filo-arabismo” tipico della “Prima Repubblica” cui si è sostituita la sollecitudine verso Israele nella “Seconda”, è sempre risultato piuttosto sacrificato ai primi due, sovente teatro d’azione più di attori para-statali come l’ENI che della diplomazia ufficiale italiana.

Quest’ordine gerarchico è ancora attuale? Forse sì; ma sicuramente non lo è l’estrema disparità con cui i primi due cerchi sono favoriti sul terzo. La fine della Guerra Fredda e il declino della potenza moscovita hanno cessato ogni pericolo di confronto bellico su ampia scala nel continente europeo: per lo meno nel futuro prevedibile, è difficile immaginarsi una minaccia ai nostri confini terrestri. Ciò si osserva nell’evoluzione stessa della NATO che, da alleanza di tipo difensivo qual era, sta assumendo sempre più i connotati di un soggetto attivo (vedasi l’allargamento pacifico verso est e le non pacifiche operazioni che hanno favorito la disgregazione della Jugoslavia, in particolare indebolendone la componente serba) e in grado di proiettarsi anche al di fuori degli angusti confini europei.

Il momento delle decisioni per NATO e Unione Europea

Parallelamente, però, quanto più la NATO esce dal guscio e si fa assertiva, tanto più perde in coesione. Se in Bosnia e Kosovo la NATO ha agito in maniera unitaria con vere e proprie operazioni di guerra, in Afghanistan e Iraq ha lasciato quest’ultime a “coalizioni di volenterosi” intervenendo in un secondo tempo con funzioni di occupazione del territorio e consolidamento delle nuove istituzioni. Soprattutto a livello politico sono emerse aperte contraddizioni: Francia e Germania nel 2003 si opposero alla guerra all’Iraq patrocinata dagli USA, mentre nel 2011 in Libia il terzetto USA-Francia-Gran Bretagna eseguì il mandato dell’ONU (interpretandolo in maniera molto estensiva), contro l’opinione di paesi come la Germania e, in tutta apparenza, contro gl’interessi concreti dell’Italia – che pure, in ultimo, ritenne di dover partecipare in maniera intensiva alle operazioni militari contro quel regime con cui aveva di recente firmato un trattato di amicizia, cooperazione e non aggressione.

Il fatto che la NATO, col procedere della sua storia e col volgersi verso una maggiore proattività, mostri numerose divergenze tra i suoi membri è in fondo ovvio ed era prevedibile. I fattori che spingono gli Stati a comporre un’alleanza sono molteplici. Certe visioni riduzioniste, ideologizzate e romantiche delle relazioni internazionali hanno a lungo creduto che, in ultima analisi, contassero solo il regime politico e la civiltà. Da qui l’idea che, quando qualche paese atlantico non è d’accordo con un altro, si tratti di mere incomprensioni: vale a dire che, se si comprendessero correttamente, non vi sarebbe problema. Purtroppo non è così. Paesi occidentali e liberal-democratici possono, non di meno, essere in disaccordo tra loro su specifiche questioni, anche di vasta portata, perché i loro interessi nazionali sono diversi. Come si può pensare che gli enormi Stati Uniti, racchiusi tra due oceani, abbiano sempre gli stessi identici interessi del piccolo Belgio incastonato nell’Europa, o che la baltica Estonia veda il mondo come la mediterranea Italia? La geografia conta perché – ed è una fortuna che sia così – le classi dirigenti dei paesi non ragionano come oligarchie avulse dal proprio popolo e legate a una sorta di Herrenrasse transnazionale. E quando, talvolta, lo fanno, è là che dovremmo realmente preoccuparci.

La grande questione che oggi divide i paesi atlantici è: dove dobbiamo concentrare in maniera prioritaria i nostri sforzi e a che pro?

L’ombra lunga del Califfato

Washington, dopo la stagione di Bush Jr. che aveva focalizzato la propria attenzione sull’area cosiddetta MENA (Middle East and North Africa) o, in un’accezione più estesa, “Grande Medio Oriente”1, ha da alcuni anni annunciato lo spostamento del proprio perno sull’Asia-Pacifico: là dove si staglia la figura possente della Cina che risorge, ma si notano pure i malumori di grandi potenze come India o Giappone restie ad adattarsi a vivere nel cono d’ombra di Pechino. È un ritorno al passato per gli USA, che all’epoca del Capitano Mahan guardavano all’Asia Orientale come alla loro “nuova frontiera”2.

Ciò però inquieta più d’uno in Europa. Soprattutto coloro che, per storia e posizione geografica, temono la Russia e si sentono protetti dall’ombrello statunitense: è il caso di paesi come Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia ed altri ancora. Ben diversa è la percezione italiana, per cui la Russia è un partner e le minacce provengono semmai dall’instabilità nell’area mediterranea.

Se Nordafrica, Levante e Medio Oriente non hanno mai brillato per stabilità, almeno nella storia moderna, dal 2011 è iniziato un nuovo capitolo di turbolenza. Quella che allora fu chiamata, con scarsa fantasia ma in compenso abbondanza di superficialità d’analisi, “la Primavera araba”, solo in Tunisia ha seguito un corso apparentemente in linea con quello che i media dominanti occidentali prevedevano: ossia il passaggio dalla dittatura alla democrazia. E ciò non senza contraddizioni e difficoltà, come segnalano le crisi istituzionali, il numero senza pari di volontari partiti dal paese per ingrossare le fila dello “Stato Islamico”, la guerriglia a bassa intensità nel Jebel Chaambi3, l’attentato terroristico al Museo del Bardo a Tunisi. In Egitto l’esperimento democratico è durato pochi anni, prima che i militari decidessero di porvi fine: in tanti altri paesi non è nemmeno cominciato, in alcuni come Libia e Siria è deviato verso la guerra civile. Sullo sfondo di questi sommovimenti, le azioni palesi o nascoste delle potenze, prima di tutto regionali e non sempre statuali: wahhabiti4 contro Fratelli Musulmani5, sunniti contro sciiti, Arabia Saudita contro Iran, Turchia e Qatar, e così via.

In questo clima di profonda crisi della statualità nel mondo arabo, di sommovimenti ideali in seno all’Islam, di flussi sotterranei di armi, danaro e strategie orchestrati dagli attori più disparati – in questo caotico brodo di coltura ha potuto sorgere un esperimento tanto estremo e feroce come quello dello “Stato Islamico” (ad-Dawlah al-Islāmiyah)6.

Putin fa più paura di al-Baghdadi?

Eppure, l’Occidente sembra più preoccupato di quanto sta accadendo in Europa Orientale, precisamente in Ucraina. Il Gymnich7 di marzo è stato dominato dal tema Ucraina, mentre il di poco successivo consesso dei 28 capi di Stato e governo dell’UE a Bruxelles ha trattato, nell’ordine, di sicurezza energetica, di rapporti con la Russia, di economia, di TTIP con gli USA, e solo come ultimo tema di Libia. La NATO fin dall’aprile 2014 ha sospeso ogni cooperazione pratica civile e militare con la Russia e inviato nuovi consiglieri civili e militari a Kiev. Inoltre con l’Ucraina è stata rafforzata la cooperazione per favorirne lo sviluppo e la modernizzazione in vari settori militari e securitari, come C4, logistica, cyberdifesa, e anche diplomazia pubblica e strategie di comunicazione. A seguito del vertice di Newport del 2014 la NATO Response Force in Europa Centro-Orientale è stata rinforzata con la creazione della Very High Readiness Joint Task Force (VJTF) Infine, gli USA, l’UE e altri paesi hanno emanato gravi sanzioni finanziarie, commerciali e personali contro la Federazione Russa.

Posti di fronte a un attore – lo “Stato Islamico” – certo meno legittimo e razionale ma più aggressivo e criminale della Federazione Russa, i paesi occidentali hanno reagito sì, ma con minore verve. Non sono state varate sanzioni contro quegli Stati che hanno finanziato e agevolato la nascita dello “Stato Islamico” e da cui ancora oggi giungono sovvenzioni. L’intervento militare in Iraq e in Siria ha dato un contributo ad arginare l’avanzata dei takfiristi8, ma il ruolo occidentale è stato probabilmente meno decisivo di quello iraniano (quanto meno perché quest’ultimo è cominciato prima e ha coinvolto uomini sul terreno).

L’Occidente è libero di scegliere di focalizzare la propria attenzione sulla Russia più che su Da’ish, ma va pretesa l’onestà intellettuale di riconoscere che trattasi di una scelta, non di una necessità. La crisi ucraina è scaturita da ciò che difficilmente si potrebbe definire altrimenti se non colpo di stato contro un presidente democraticamente eletto; purtroppo, al di là della retorica tanto cara a noi occidentali, in questo caso la Realpolitik è stata manifesta e l’autoritario Putin si è trovato a sostenere la democrazia e i democratici occidentali i putschisti. È stato questo golpe, seguito dalle misure radicali contro la corposa minoranza russofona e dalla linea favorevole all’ingresso nella NATO, a creare la crisi interna e internazionale: perché l’Ucraina fino a quel momento era sopravvissuta alla propria lacerazione interna (un Nord-Ovest filo-occidentale e un Sud-Est filo-russo) esclusivamente grazie al duplice equilibrio, domestico ed esterno, che ne faceva un paese rispettoso delle specificità locali e neutralista. Mosca è intervenuta, in maniera criticabile e irrispettosa del diritto internazionale quanto si voglia, ma per difendere propri interessi limitati, e non per offendere quelli altrui. L’obiettivo russo non è la conquista dell’Europa ma il mantenimento di una sfera d’influenza minima che le garantisca profondità strategica. In qualsiasi caso, l’odierna Federazione Russa ha un potenziale ben lontano da quello della fu Unione Sovietica, e non costituisce una minaccia comparabile per la NATO. La Guerra Fredda si è chiusa definitivamente: nessuna reale minaccia militare si staglia sul nostro fronte orientale.

Ben diversa è la situazione a sud e sud-est. In Siria, Iraq e forse anche Libia e Yemen abbiamo una realtà che fa dell’espansionismo sfrenato e dell’intolleranza religiosa le sue ragion d’essere. Connaturato a Da’ish è il progetto di un nuovo califfato, che dovrà includere almeno le terre oggi musulmane. Intrinseca a tale progetto è la lotta senza quartiere contro gli “apostati” (i musulmani sciiti), gli “ipocriti” (i musulmani sunniti che non aderiscono al califfato) e gli “infedeli” (i non musulmani). Quest’entità ha fatto sfoggio di brutalità, con sgozzamenti, roghi e altri avvenimenti ampiamente pubblicizzati nei media e noti quindi a tutti, tanto da non essere necessario il ripeterli qui e ora. Ci ricorda Al Qaida ma sotto un determinato aspetto almeno è assai peggiore: lo “Stato Islamico” non è, secondo molti musulmani, realmente islamico, ma Stato lo è di nome e di fatto. Come ci insegna la dottrina geografico-politica, si ha uno Stato in presenza di tre fattori: un territorio, una popolazione e un’autorità su di essi. Da’ish li possiede tutti e tre. Il mancato riconoscimento esterno è un dettaglio finché, armi in pugno, riesce a difenderli.

Certo: a differenza della Russia, lo “Stato Islamico” può essere spazzato via – su questo non v’è dubbio – con relativa facilità grazie alla superiorità militare dell’Occidente, se e quando quest’ultimo la eserciterà nella sua pienezza. Ma sappiamo che le operazioni militari sono solo una parte della guerra e la guerra è solo una parte della politica. Eliminare Da’ish manu militari non significherà eliminare quella mala pianta da cui è sorta e da cui è germogliata anche Al Qaida e che sicuramente ci offrirà qualche nuovo venefico frutto in futuro. L’emergenza legata all’estremismo “islamista” (tra virgolette, perché meglio sarebbe definirlo “wahhabita” o “takfirista”) – emergenza ch’è non solo, forse non prevalentemente, ma sicuramente anche militare – resterà ancora a lungo nel Mediterraneo.

Perché l’Italia deve scegliere il Mediterraneo

È naturale che in compagini tanto ampie e varie geograficamente emergano sensibilità, percezioni e interessi differenti. La logica di un’alleanza non è la cancellazione della specificità di chi la forma, quanto la sintesi dei vari interessi particolari. Tocca perciò a ciascun portatore di interessi specifici farli valere in sede di contrattazione collettiva. L’Italia, un paese letteralmente immerso nel Mediterraneo, dovrebbe essere in prima linea per distogliere l’attenzione dell’UE e della NATO dall’Ucraina e da tensioni auto-lesioniste e non inesorabili con la Russia.

Ovviamente, però, per l’Italia l’interesse prioritario verso il Mediterraneo va ben oltre l’emergenza rappresentata dall’estremismo takfirista. Il 54% del commercio estero italiano transita via mare, grazie anche alla nostra flotta mercantile di oltre 1.600 navi per più di 18 milioni di stazza lorda – la 11esima flotta mondiale per navi d’oltre 100 di stazza lorda, la prima al mondo per navi traghetto. Il complesso marittimo (industria, istituzioni, turismo nautico) pesa per circa il 3% del PIL. Inutile dire quanto sia importante tutelare questo cespite nazionale

Il Mediterraneo ha un valore strategico che va oltre le coste dei paesi che lo bagnano: costituisce anche la nostra via verso altri continenti. Il Nordafrica e il Medio Oriente pesano già da loro per il 10,5% delle nostre esportazioni e il 13,5% delle importazioni. Tramite il Mediterraneo possiamo però commerciare anche con l’Asia Orientale (7,7% export, 11,5% import) o con le Americhe (11% export, 7% import). In particolare, l’America Settentrionale è un’area fondamentale per riequilibrare parzialmente la nostra bilancia commerciale, poiché abbiamo con essa un saldo positivo di circa 11 miliardi di euro (la bilancia nel complesso è sfavorevole per 25 miliardi, di cui oltre la metà imputabili al commercio con la Germania).

Fuori dall’Europa, ma anche fuori dal Mediterraneo, l’Italia deve andare a reperire alcune materie prime rare ma essenziali per il suo sistema economico (più del 40% delle importazioni totali dell’Italia sono materie prime). L’antracite, usata nella metallurgia, proviene per il 70% da USA, Indonesia, Australia e Sudafrica. Il 75% dei metalli ferrosi sono importati dal Brasile. Si possono ancora citare dati di dipendenza meno elevata ma pure significativa: il 23% del foraggio importato dagli USA, il 24% dei semi oleosi dal Paraguay, il 50% di ovini, caprini e lana grezza dall’Australia, il 20% delle pietre da costruzione dal Brasile, il 21% di pasta-carta dal Brasile, il 24% di prodotti elettrochimici dall’Indonesia, il 25% di rame dal Cile, il 23% di minerali non ferrosi dal Sudafrica.

Perché è utile sottolineare questi particolari dati?

Nelle linee guida per il Libro Bianco della Difesa era citato il concetto di «estero vicino», cioè dell’area in cui si trovano i «prioritari interessi vitali nazionali»9. Per quanto sia ovvio che tali “interessi vitali nazionali” tendano a concentrarsi in prossimità del nostro territorio, non si può ignorare che spesso non è così per una nazione avanzata del mondo globalizzato. I dati appena citati lo dimostrano: per taluni approvvigionamenti strategici dipendiamo da paesi che non sono geograficamente prossimi. In tal senso, il ruolo del Mediterraneo è anche quello di porta verso il più ampio mondo, ed è in questo più ampio mondo che dobbiamo essere capaci di tutelare i nostri interessi.

Conclusioni

UE e NATO appaiono oggi più interessate ad arginare l’assertività di Mosca, equivocata per un rinnovato imperialismo russo, anziché contrastare il conclamato espansionismo dello “Stato Islamico”. Tale scelta è logica per taluni Stati, ma non risponde alle reali necessità dell’Occidente né tanto meno a quelle dell’Italia. L’Italia vive nel Mediterraneo e dipende da esso per quei collegamenti col più ampio mondo senza i quali non potrebbe sopravvivere, almeno non con l’attuale livello di sviluppo e benessere. La scelta italiana non può che essere mediterranea.

NOTE:

Daniele Scalea è Direttore Generale dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).

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LONGO Pietro (a cura di), L’Islam Politico alla prova del potere, numero monografico di “Geopolitica. Rivista dell’IsAG”, Vol. III, No. 1-2
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FONTE:

Rivista Italiana Marittima, giugno 2015.


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