Furia iconoclasta e UNESCO in Mali Furia iconoclasta e UNESCO in Mali
Negli ultimi anni la furia iconoclasta dei gruppi islamisti di stampo terroristico ha saccheggiato e devastato il patrimonio storico e artistico di vaste aree... Furia iconoclasta e UNESCO in Mali

Negli ultimi anni la furia iconoclasta dei gruppi islamisti di stampo terroristico ha saccheggiato e devastato il patrimonio storico e artistico di vaste aree del pianeta. A seguito dei disordini che nel 2012 hanno lacerato il Mali, i movimenti di Ansar Dine, del Mujao e dell’Aqmi hanno causato danni incalcolabili ai siti culturali e religiosi del Paese. L’intervento francese nel 2013 ha arginato questi gruppi e le Nazioni Unite, che sono subentrate al governo francese nella gestione della situazione maliana con la missione MINUSMA, sono intervenute tempestivamente per proteggere l’eredità artistica della nazione. Sin dall’inizio delle ostilità l’UNESCO ha realizzato una serie di iniziative per catalizzare l’attenzione della comunità internazionale, giungendo a denunciare i soprusi compiuti sul territorio alla Corte Penale Internazionale e intervenendo direttamente con un Piano di azione per la restaurazione del patrimonio devastato, che nel luglio 2015 ha conseguito i primi risultati.

Le radici dell’iconoclastia o dell’iconociasmo (dal greco εἰκών – eikón, “immagine” e κλάω – kláo, “rompo”) risalgono ai tempi dell’Impero bizantino intorno alla prima metà del VIII secolo e per tale ragione non è possibile classificarlo quale fenomeno caratteristico della contemporaneità. Sebbene le origini primigenie ne facessero un movimento di carattere politico-religioso, l’iconoclastia è mutata progressivamente, adattandosi ai tempi e ai luoghi. È possibile rintracciare tracce di stampo iconoclasta nelle depredazioni di molte opere d’arte compiute da Napoleone nelle città italiane, o negli incendi appiccati da Adolf Hitler a sinagoghe e a centinaia di libri.1 Tuttavia, nel corso del XXI secolo le distorsioni terroristiche del fondamentalismo islamico hanno acutizzato il fenomeno, riallacciandolo alla sua essenza anti-idolatra e giungendo a toccare vette di brutalità mai viste in passato.

«Tra Africa sahariana e mediterranea, Medio Oriente e Asia meridionale, in una distesissima area del pianeta, sta avvenendo il più consistente saccheggio alle rovine, alle architetture, agli spazi, all’arte che la storia abbia conosciuto. (…) Solo una minima parte dei saccheggi e delle distruzioni del patrimonio storico – artistico che sono avvenuti o che sono tuttora in corso, ad opera di diversificati gruppo islamici, in vari Paesi del pianeta, è arrivata alla nostra conoscenza tramite filmati o fotografie o prove documentali».2 In Iraq l’ISIS è riuscita a conquistare 2000 dei 12.000 siti archeologici della nazione, razziando e saccheggiando il Palazzo del re assiro Assurnasirpal II e la moschea di Arbaeen Wali nella città di Nimrud, nonché profanando diversi santuari, come quelli sunniti di Sheikh Fathi e di Sultan Abdullah Bin Asim o quelli dei profeti Daniele, Shayth e Zarzis. In Siria sono stati gravemente saccheggiati o distrutti circa trecento siti archeologici tra le città di Aleppo e Palmira, mentre in Libia i Fratelli musulmani di Alba libica hanno distrutto e vandalizzato i sepolcri di Gurgi e della Karamanli, alcune moschee, diverse tombe ottomane nonché il sito neolitico di Tadrart Acacus, classificato quale patrimonio dell’umanità. In Libano è stata data alle fiamme la al Saeh, seconda biblioteca più grande della nazione, riducendo in cenere oltre 60.000 testi antichi dei 100.000 custoditi nell’edificio, mentre nella capitale Beirut è stato parzialmente abbattuto il palazzo Akar, edificio del XIX secolo di Zoqaq al-Blat. In Egitto al Cairo la Biblioteca Nazionale a Bab al-Khalq è stata colpita da una bomba, danneggiando pesantemente il Museo di arte islamica, mentre instancabili risuonano i cori che inneggiano alla distruzione della Sfinge e delle piramidi. In Indonesia, miliziani affiliati all’ISIS hanno provato diverse volte a colpire il tempio buddista di Borobudur, anch’esso patrimonio dell’UNESCO, e in India il tempio del dio indù Ram a Ayodhya è stato distrutto per diventare la moschea di Babri Masijid. In Cisgiordania nella città di Nablus i seguaci di Hamas hanno incendiato la tomba del patriarca biblico Giuseppe, mentre nella striscia di Gaza hanno danneggiato, avanzando con i buldozer, l’antico porto di Anthedon, ricco di mosaici e strutture dell’epoca romana e bizantina. In Afghanistan e in Pakistan i talebani hanno distrutto il Museo cittadino della città di Ghazni e numerose statue buddiste nella valle dello Swat, mentre nello Yemen il conflitto tra sunniti e sciiti sta mettendo a rischio la capitale Sana’a, nota tra i turisti di tutto il mondo per l’unicità architettonica e decorativa che la contraddistingue.3

Neanche l’Africa subsahariana è scampata agli atti di violenza e vandalismo perpetrati dai gruppi islamisti sul patrimonio artistico – culturale. Nel 2008 presso la città di Kismayo in Somalia i gruppi terroristici di al-Shabab hanno distrutto le tombe e i santuari sufi; nel 2013 nella città di Garissa in Kenya gli stessi hanno fatto irruzione in due chiese massacrando anche i fedeli raccolti in preghiera; nel maggio del 2013 in Tanzania due chiese di Zanzibar sono state incendiate. Tuttavia, tra i Paesi più colpiti dalla furia iconoclasta si annoverano quelli della regione del Sahel. All’inizio del 2015 in Niger e in Nigeria l’organizzazione estremista di Boko Haram ha assalito e incendiato le chiese cristiane di Niamey, Zinder, Maradi e Giurè, nonché quella battista di Suleja. In seguito agli attentati di Parigi e allo scoppio del caso “Charlie Hebdo” le manifestazioni anti-Charlie sono divampate ovunque nel mondo arabo e in Niger le proteste sono degenerate in devastazioni, saccheggi e incendi che hanno colpito altre sette chiese.4

Nel cuore del Sahel uno dei Paesi più colpiti è stato il Mali. All’inizio del 2012 un colpo di stato ha deposto il presidente maliano democraticamente eletto Amadou Toumani Touré. Il conseguente crollo del potere diede al gruppo separatista Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (MNLA) la possibilità di dichiarare unilateralmente l’indipendenza nella parte settentrionale del Paese. L’instabilità e la confusione che ne conseguirono resero fertile il terreno per l’incontro di tre gruppi islamisti di stampo terrorista: Ansar Dine, il principale movimento attivo in Mali, il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale. c.d. Mujao, nato in Mauritania e deciso ad allargare la propria sfera di influenza a tutto il Nord-Ovest, e Al Qaeda del Maghreb Islamico, c.d. Aqmi, organizzazione sorta durante la guerra civile algerina che dalla regione del Maghreb ha progressivamente esteso le sue mire sul Sahel e sul Corno d’Africa. Dopo il colpo di Stato questi gruppi hanno trovato la strada spianata e in pochi giorni nell’aprile 2012 sono riusciti a sottrarre all’MNLA le città settentrionali del Paese, tra cui Timbuctù, città già patrimonio culturale dell’umanità.5

Nel tentativo di introdurre un governo basato su una rigorosa interpretazione della shari’a, i gruppi terroristici non si sono fermati di fronte dalla bellezza della città, da molti decantata quale perla del deserto, finendo anch’essa per diventare preda della ferocia ideologica della guerra santa. “Tutto ciò che è pre-islamico, avvolto nella jahiliayya, ovvero nell’ignoranza della verità svelata da Maometto, oppure tutto ciò che idolatrico e allontana dalla shari’a, dalla strada da seguire, deve essere buttato giù”6. Questi gruppi terroristici sono in realtà esponenti del salafismo, corrente di matrice sunnita che propugna il ritorno ad un Islam puro, quello riferibile ai primi anni dopo la morte del Profeta. Essi ritengono che nel corso dei secoli, a seguito delle dominazioni straniere e della collusione con il mondo occidentale, la religione abbia perso le sue caratteristiche originarie. Dogma di riferimento è l’unicità di Dio, c.d. tawhid, e su tale assunto sono ancora combattute tutte le devozioni a santi o personaggi religiosi che nel corso tempo, in virtù della tradizione popolare, hanno riempito la religione islamica di persone o simboli da venerare. I salafiti intendono eliminare ogni forma di superstizione e di eresia, poiché solo cancellando i miti e le leggende di cui si nutre la povera gente sarà possibile non farla vivere più nell’ignoranza.7 La guerra alle deviazioni dalla retta via si tinge pertanto di note a carattere iconoclasta e gli atti di devastazione che hanno colpito la città di Timbuctù ne sono stati testimonianza. Per i salafiti l’inganno della superstizione risiede nei santuari dei sufi, dove il sufismo rappresenta l’altra corrente di ascendenza sunnita, ma decisamente più tollerante, intimista e spirituale. Il fratricidio che si consuma tra i due gruppi, oltre ad aver provocato l’uccisione e la persecuzione di migliaia di persone, ha anche lasciato dietro di sé un’altra grande vittima silenziosa: la cultura. I seguaci di Ansar Dine legati ad Al Qaeda hanno abbattuto con crudeltà e durezza quattordici dei sedici mausolei dei santi sufi, venerati come tali dagli abitanti della città: due nel maggio, sette a luglio, tre a settembre e uno nel dicembre 2012.8 Nel luglio dello stesso anno l’aggressività salafita ha profanato a colpi di piccone la porta sacra di Sidi Yahia, una delle tre moschee di Timbuctù, qualificata patrimonio dell’UNESCO e innalzata in memoria di uno dei 333 santi sufi sepolti nella città.9

Le frenesia iconoclasta non ha mai cessato di placarsi e ha mietuto vittime sino all’ultimo quando, il 26 gennaio 2013, a seguito dell’intervento militare congiunto tra le truppe maliane e quelle francesi, i gruppi islamisti hanno dato alle fiamme il Centro Ahmed Beba prima di fuggire da Timbuctù, causando l’incenerimento di migliaia di manoscritti di valore inestimabile.10 Le operazioni di soccorso guidate dal governo francese di Hollande, che dall’aprile del 2013 ha ridimensionato il proprio intervento passando il testimone alla missione MINUSMA sotto l’egida ONU11 , riuscirono a ripristinare un certo margine di stabilità nel Paese. Tuttavia il calcolo dei danni subiti durante quell’anno fu davvero allarmante: antichi manoscritti, moschee, mausolei, santuari e tombe sacre erano state ovunque depredati, incendiati o devastati. La criticità della situazione ha spinto il governo del Mali a rivolgersi nel maggio dello stesso anno all’UNESCO, onde ricevere il supporto necessario ad avviare un efficace intervento di ricostruzione e di preservazione del patrimonio storico – artistico.

In realtà l’UNESCO era già attiva sotto tale profilo dall’aprile 2012, immediatamente dopo ai primi atti vandalici. L’agenzia delle Nazioni Unite aveva un quadro molto chiaro della preoccupante condizione in cui versava la ricchezza culturale del Mali, non solo con riferimento ai quattordici mausolei di Timbuctù, alla porta di Sidi Yahia o alle migliaia di manoscritti bruciati nel Centro Ahmed Baba, ma anche alle perdite subite nella regione di Gao, di Douentra, nonché quelle che hanno riguardato il patrimonio c.d. immateriale.12 Dall’aprile 2012 l’UNESCO ha intrapreso una serie di azioni per far fronte ai disastri che hanno colpito il Paese, a partire da un intensa attività di sensibilizzazione dell’intera comunità internazionale e delle principali parti interessate. I capi di stato dei Paesi limitrofi al Mali (Algeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mauritania, Niger, Senegal) sono stati invitati ad osservare le disposizioni della Convenzione dell’UNESCO del 1970 concernente le misure da prendere contro il traffico illecito dei beni culturali; moniti sono stati indirizzati ai rappresentanti dei Paesi della sous-region, di quelli coinvolti nell’intervento militare (Mali, Francia, Benin, Senegal, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Togo e Ciad), dell’Unione Africana, del CEDEAO, dell’ISESCO e dell’Unione Europea affinché rispettassero le obbligazioni assunte in quanto parti della Convenzione del 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato.13 Gli appelli lanciati dall’agenzia delle Nazioni Unite hanno raggiunto la città dell’Aja, sede della Corte Penale Internazionale, richiedendo una sua pronuncia con riguardo alla possibilità di classificare gli eventi devastanti che hanno sconvolto il Mali quali crimini di guerra in base all’art. 8 par. 2 com. IV dello Statuto di Roma. Ai sensi del trattato è considerato crimine di guerra «le fait de diriger intetionalment des attaques contre des bàtiments consacra à la religion, à l’enseignement, à l’art, à la science ou à l’action caritative, des monuments historiques, des hopitaux et des lieus où des malades et des blessés sont rassemblés, pour autant que des bâtiments ne soient pas des objectifs militare». Dallo scoppio della crisi l’UNESCO ha regolarmente tenuto informato il Segretario Generale sullo stato del patrimonio artistico e ha preso parte alla formulazione delle quattro Risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza.14 Molte sono state anche le iniziative specifiche tra le quali l’iscrizione di Timbuctù e altri siti nella Lista del patrimonio mondiale in pericolo, la creazione di un Comitato speciale per la tutela dei beni colpiti dal conflitto, l’adozione di misure di protezione rafforzata per alcuni beni e l’appello affinché fosse portata avanti la lotta al traffico illecito di beni culturali. Spicca tra tutte l’assistenza fornita al governo nella preparazione dei documenti per l’adesione, divenuta effettiva il 15 novembre del 2012, al secondo Protocollo relativo alla Convenzione del 1954, che era stato concluso all’Aja nel 1999.15 L’UNESCO ha anche realizzato ben quattro missioni di assistenza e valutazione della situazione del patrimonio culturale in Mali, alle quali se ne aggiunge una ulteriore organizzata di concerto con il governo maliano. Nel corso di queste missioni sono state poste le premesse per la redazione del Piano d’azione per la riabilitazione del patrimonio culturale e dei manoscritti antichi del Mali, adottato dall’UNESCO il 18 febbraio 2013.16

Il Piano d’azione, predisposto da un Gruppo di lavoro di esperti17 , si è posto principalmente tre obiettivi: la riabilitazione del patrimonio culturale danneggiato durante il conflitto, con il coinvolgimento attivo della comunità locale; l’adozione di misure per una salvaguardia a lungo termine dei manoscritti conservati nella regione; il rafforzamento delle capacità necessarie a ristabilire le condizioni appropriate per la conservazione, la gestione e la salvaguardia sia del patrimonio culturale – ivi compresi i manoscritti – che del patrimonio immateriale. Il Piano d’azione è riuscito a guadagnare il sostegno finanziario e logistico di numerosi partner tra cui l’Unione Europea, la Svizzera, la Norvegia, la Francia e la MINUSMA. Seguendo la tabella di marcia, nel marzo del 2014 è stata avviata la prima fase di ricostruzione dei quattordici mausolei distrutti all’inizio del conflitto. I metodi utilizzati per la ricostruzione hanno ripreso le tecniche tradizionali, utilizzando manodopera e conoscenze locali, come specificato nel Piano stesso. Nel febbraio 2015 è iniziata la seconda fase dei lavori, conclusasi lo scorso 19 luglio con l’inaugurazione dei primi otto mausolei ricostruiti. La cerimonia si è svolta alla presenza della ministra della Cultura e del Turismo del Mali, Ramatoulaye Diallo N’Diaye, e della direttrice generale dell’UNESCO, Irina Bokova, la quale ha ricordato che presto l’istruttoria della Corte Penale Internazionale potrà formalizzare le accuse contro i gruppi terroristici18. La restaurazione dei restanti sei mausolei sarà portata a termine entro la fine del 2015.

NOTE:

1 Vedi Nannipieri L., Arte e terrorismo, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2015, p. 7;
2 Ibidem, p. 7;
3 Vedi Nannipieri L., Distrutti 14mila anni di storia in 14 anni di scempio islamico, del 28 febbraio 2015;
4 Vedi Corriere della Sera, Niger, proteste anti Charlie Hebdo. Incendiata chiesa, sette vittime, del 16 gennaio 2015;
5 Vedi Del Corso E., La perla del deserto ritrova la sua anima, del 20 luglio 2015;
6 Vedi Nannipieri L., Arte e terrorismo, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2015, p. 30;
7 Vedi Davide Sera, Mali: Timbuctù distrutta la porta della resurrezione, del 2 luglio 2012;
8 Vedi UNESCO, Dossier sur le Mali, p. 1;
9 Si narra che il pesante portone di legno fosse rimasto chiuso per decenni. Secondo la leggenda se fosse stato aperto ci sarebbe stata la fine del mondo. Gli integralisti lo hanno abbattuto, tra le urla e i pianti dei presenti. Secondo alcuni, la devastazione sarebbe stata pianificata proprio per dimostrare che anche aprendo le porte non sarebbe avvenuta alcuna catastrofe.
10 Il Centro Ahmed Baba è nato nel 1973 per la salvaguardia e la collezione dei manoscritti antichi. Nel 2009 è stato ricostruito e dotato di moderne tecnologie per la conservazione dei testi (ad esempio un sistema di refrigerazione) grazie ad un progetto sudafricano. Circa 6 milioni di euro per dare una cada a fogli e segni in arabo, tamashek, sonar, bambanà, ma anche ebraico e turco, sopravvissuti nei secoli grazie alla cura dei cittadini di Timbuctù. Alcune decine di migliaia di testi d’inestimabile valore culturale, la per la maggior parte risalenti al XIV-XV e XVI secolo - Età dell’oro della “Regina del deserto” - sono custoditi in biblioteche private, case e rifugi sparsi in tutta la città. Si pensi che ogni famiglia conserva gelosamente dei tomi tramandati di generazione in generazione.
11 La missione delle Nazioni Unite MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) è stata decisa con la Risoluzione 2100 del 25 aprile 2013 dal Consiglio di Sicurezza per sostenere il processo politico di transizione e aiutare la stabilizzazione del Mali. Adottando all'unanimità la Risoluzione 2164 del 25 giugno 2014, il Consiglio ha inoltre deciso che la missione si concentrasse su compiti, come garantire la sicurezza, la stabilizzazione e la protezione dei civili; sostenere il dialogo politico e la riconciliazione nazionale; assistere il ristabilimento dell'autorità statale, la ricostruzione del settore della sicurezza, e la promozione e protezione dei diritti umani nel paese. L’Ufficio delle Nazioni Unite in Mali (UNOM) è stato assorbito da MINUSMA dal 25 aprile 2013. Da luglio 2013, MINUSMA è subentrata alla missione Africana di supporto al Mali (AFISMA). MINUSMA ha una forza autorizzata fino a 12.640 soldati, inclusa una Quick Reaction Force e 1.440 agenti di polizia;
12 Vedi UNESCO, Dossier sur le Mali, pp.1-2 (la maggioranza delle tradizioni sono tramandate oralmente e il perpetuarsi delle ostilità sul territorio ha interrotto numerose manifestazioni e pratiche culturali);
13 Ibidem, pp. 2-3;
14 Le quattro risoluzioni sono state: 1) Risoluzione 2056 del luglio 2012 che esortava le parti a prendere tutte le misure necessarie per per assicurare la protezione dei bei del patrimonio mondiale in Mali; 2) Risoluzione 2071 dell’ottobre 2012 che condannava fermamente la distruzione dei siti culturali e religiosi in Mali; 3) Risoluzione 2085 del dicembre 2012 che reiterava la condanna della distruzione dei siti culturali e religiosi in Mali: Risoluzione 2100 dell’aprile 2013 che conferiva alla MINUSMA (Missione multilaterale integrata delle nazioni Unite per la stabilizzazione in Mali) del mandato di aiutare le autorità di transizione maliana a proteggere i siti culturali e storici del Paese contro tutti gli attacchi in collaborazione con l’UNESCO;
15 Vedi UNESCO, Dossier sur le Mali, p. 3;
16 Cfr. UNESCO, Appendice III, in Dossier sur le Mali;
17 Il Gruppo di Lavoro, presieduto dall’UNESCO, era composto da organizzazioni e partner quali l’ICOMOS (Conseil international des monuments et des sites), l’ICCROM (Centre international d’étude pour la conservation et la restauration des biens culturels), l’ICOM (Conseil international des musées), CRAterre-ENSAG (Centre international de la construction en terre), EPA (Ecole du patrimoine africain), FAPM (Fonds africain du patrimoine mondial) e l’IFLA (Fédération internationale des associations de bibliothèques et d’institutions).
18 Vedi Del Corso E., La perla del deserto ritrova la sua anima, del 20 luglio 2015.


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