L’Afghanistan e i dilemmi del suo pres(id)ente L’Afghanistan e i dilemmi del suo pres(id)ente
Una premessa fondamentale, accingendosi a scrivere qualcosa sull’Afghanistan, concerne la difficoltà, per il forestiero che vi trascorre alcuni mesi, di conoscere in profondità la... L’Afghanistan e i dilemmi del suo pres(id)ente

Una premessa fondamentale, accingendosi a scrivere qualcosa sull’Afghanistan, concerne la difficoltà, per il forestiero che vi trascorre alcuni mesi, di conoscere in profondità la situazione attuale. Non è più il tempo in cui si poteva passeggiare per le strade delle città, assistere alle partite di buskashi e ad altri eventi pubblici, entrare nelle moschee e nei negozi, accettare gli inviti dei colleghi locali e trascorrere con le loro famiglie delle ore di fraterna amicizia.

Occorre farlo presente: viviamo e lavoriamo in luoghi fortificati, circondati da guardie armate fino ai denti; usciamo solo in macchine blindate, coscienti che queste sarebbero comunque insufficienti in caso di attacco suicida con autobomba; quando, per una qualche necessità, mettiamo un piede fuori dal mezzo di trasporto, temiamo la rapida sequenza di colpi, come martellate su un portone di legno duro, che abbiamo avuto occasione di udire da una certa distanza.

Tuttavia, nonostante i suddetti limiti, combinando quanto si può vedere dal finestrino di una macchina con quanto memorizzato in tempi migliori, confrontando quanto si percepisce a distanza, parlando coi colleghi, di questa società, con quello vissuto e digerito di persona nel nostro Paese d’origine (solo apparentemente più fortunato dell’Afghanistan), leggendo notizie, rapporti e statistiche di ogni sorta, un’idea della situazione non solo si arriva a concepirla ma si impone alla nostra attenzione… con una certa prepotenza.

Procediamo per gradi. Cosa si vede dal finestrino? Cominciando dagli edifici, i più grandi, luminosi, sontuosi, sono le wedding halls, veri palazzi di sogno per banchetti nuziali. Sono anche i più frequentati, a giudicare dai problemi di traffico che causano. Per un matrimonio di ricchi accolgono anche duemila persone, mentre le famiglie modeste si limitano a circa cinquecento (i poveri festeggiano in grandi tende colorate, meno imponenti ma non meno calorose e senz’altro molto capienti)1.

Numeri così alti in Italia si raggiungono piuttosto di rado e, quando si verificano, fanno pensare a un vanitoso sfoggio di ricchezza. Qui, invece, sono la norma e danno un’idea della solidarietà che sta alla base della giovane famiglia afghana, la rete di amici, di parenti vicini e lontani sui quali i novelli sposi possono contare quando mettono al mondo dei figli. Questi numeri sono collegabili con l’altro spettacolo che, sempre dal finestrino, colpisce noi “occidentali”: moltitudini diversificate, attive, ferventi, dai volti contenti, vivaci, coraggiosi; soprattutto, tanti, tanti bambini.

Bambini che sciamano dietro i loro genitori, che badano l’un l’altro, che giocano, che vendono qualcosa, ma tutti indistintamente contenti e determinati. È impossibile guardare tutto ciò senza confrontarlo con il suo corrispettivo italiano: il fiorire di centri commerciali, di cinema multisala, di ospizi; le strade con poca gente, con un’alta percentuale di stranieri, e le tante prostitute in autoesposizione; i nostri matrimoni a tarda età, spesso alla chetichella, ancora più spesso convivenze sperimentali che possono anche dimostrarsi durature ma che solitamente sono, ahimè, poco prolifiche. Già, questa è la grande differenza: da noi ci sono pochi, pochi bambini, come se lo spirito del profitto, dominante nell’urbanistica e infiltrato nei rapporti tra uomini e donne, fosse diventato un onnipresente, pervasivo sterilizzante.

Cosa si percepisce a distanza, parlando con colleghi e amici? Arrivato in ufficio, il primo con cui faccio conoscenza è un bel giovane (appena sotto i quaranta) che parla qualche frase d’italiano. Ha dieci figli ed è in attesa dell’undicesimo. Dopo un mese dà le dimissioni perché deve accompagnare in India, per qualche mese, sua madre malata. Spiega che tirarsi indietro sarebbe una grave mancanza perché lui è il figlio maggiore e il più istruito. Naturalmente, può contare sul sostegno di un vasto e affidabile parentado, che in sua assenza si occuperà dei figli.

Il suo collega di stanza di figli ne ha otto. Persona dall’intelligenza acuta, analitica, parlando del collega, mi cita il detto secondo il quale “il Paradiso è sotto i piedi della madre“. Mi viene voglia di darne notizia ai paladini dei “diritti umani” e a quanti altri, in Europa, si preoccupano delle sorti della donna afghana. Il prossimo che incontro è sulla cinquantina e di figli ne ha solo sei. Persona affabile, sempre sorridente, amante della conversazione intellettuale, che a queste longitudini è sempre connessa con la dottrina religiosa (cosa piuttosto naturale; lo strano è che da noi questi due settori siano stati separati).

Mi tranquillizza, nel sentirmi preoccupato per l’escalation di violenza che sta investendo il mondo: “Da noi si dice che dopo il buio viene lo splendore“. Questa galleria di personaggi saggi e prolifici potrebbe andare avanti per un bel po’… Sto idealizzando? Caduto nel luogo comune esterofilo per stupire il lettore? Non credo. Mi fa certo piacere evidenziare il bello di questo Paese, ma è un fatto che questo tipo di saggezza, nelle nostre conversazioni, è scomparso.

In Italia, ma ancora di più negli ambienti lavorativi internazionali, vige una “correttezza politica” per cui la riflessione filosofica o sociologica che metta in dubbio la bontà delle mode dominanti è accolta come una bislaccheria, frutto delle biasimate “teorie del complotto” (gradualmente, si arriverà a trattare l’intelligenza come una malattia mentale!). Qui, invece, la discussione sociologica è gradita e, valorizzando la conoscenza, l’esperienza e la saggezza, qualità più diffuse nelle generazioni mature, legittima queste ultime nella guida di una società strutturata, equilibrata e vitale.

Sembrerebbero due qualità antagoniste, anzianità e vitalità, e invece sono strettamente correlate: i vecchi, coscienti della prossimità della morte, si battono affinché la vita che declina in essi continui nei loro discendenti. E il loro contributo è della più alta qualità. Grande e complessa organicità sociale, quindi, nutrita di eventi e rituali di ogni sorta, ai quali non ci si può sottrarre.

E qui veniamo a un altro fenomeno, anch’esso percettibile a distanza… Per offrire un’alternativa alla summenzionata struttura, bisognerebbe, volendo essere logici e rispettosi, capirla in profondità e poi proporre un miglioramento, dando ai presunti beneficiari la facoltà di replicare. Invece… Ciò non succede! Attraverso una fitta diramazione di messaggi indottrinanti, la stampa e gli altri rappresentanti dei Paesi occidentali accusano di ingiustizia il sistema tradizionale e incoraggiano alcune categorie a ribellarsi ad esso.

L’accusa è superficiale e il sistema offerto come alternativa non è spiegato in dettaglio (farlo potrebbe risultare imbarazzante, visti gli effetti che esso ha prodotto in Europa, a pochi decenni dall’adozione) ma in compenso gli araldi del cambiamento sono ferventi, sostenuti da una solida formazione accademica, dalla superbia tipica di chi abbraccia le opinioni del più forte e dalla paura di finire nei folti ranghi dei senza lavoro. Quello che chiedono lo sappiamo fin troppo bene anche noi: alle donne, di diventare più aggressive e di non obbedire ai mariti (emblematica, in questo senso, è la promozione del taekwondo!); ai giovani, di contestare i genitori e di essere indipendenti; a tutti di credere a un sistema di teorie “scientifiche” la cui accettazione fa ritenere auspicabile un sovvertimento della società che ne faciliti lo sfruttamento totale. Insomma… scardinate tutto che poi a sistemarvi ci pensiamo noi!

Questo è il principale conflitto nel quale si dibattono il popolo e la dirigenza afghane. Quello tra una tradizione fondata su solidi meccanismi di giustizia, di solidarietà, ferocemente intollerante di gioghi stranieri, e una dottrina che, imposta dagli invasori, in nome di nuovi diritti concessi a certi gruppi artatamente creati e sobillati, aprano la strada alla confusione, al potere degli incompetenti e quindi a uno squilibrio che consenta lo sfruttamento incondizionato da parte del grande capitale.

La persona chiave, in tutto ciò, è senz’altro l’attuale Presidente. Forte dei suoi studi antropologici, incentrati sulle dinamiche delle compagini statali2, e della sua esperienza presso la Banca Mondiale, prima di essere eletto Ashraf Ghani stupiva per la sicurezza con cui prometteva di risolvere la multiforme crisi che travagliava il suo Paese, ragione per cui viene spontaneo seguire i suoi provvedimenti e le reazioni che questi suscitano. Purtroppo, per quanto uno possa sperare che il miracolo promesso si avveri, sono invece sempre più evidenti le sue difficoltà e il peggioramento della situazione.

E questo non perché egli non faccia tutto il possibile, bensì perché le forze in causa generano processi distruttivi e contrasti insanabili. Descrivere esaustivamente una situazione così complessa, senza uno studio specialistico sulla situazione politica, sarebbe a dir poco presuntuoso; però, chiudere questa breve panoramica con i dilemmi con i quali l’attuale governo sembra dover misurarsi, descritti con i limiti e le imprecisioni tipiche del profano, è possibile.

Il primo concerne le fondamenta stesse dello Stato. L’Afghanistan basa le proprie attività sugli aiuti finanziari di alcuni Paesi stranieri. Questi, che generalmente sono anche quelli che hanno occupato il Paese militarmente, come è logico che sia, ne condizionano profondamente le politiche, promuovendo ciò che loro conviene e non ciò che giova al popolo. In nome di diritti umani e di altri meccanismi manipolabili, quindi, sostengono i cambiamenti socio-culturali che comportano il sovvertimento delle strutture comunitarie, per aprire la via al saccheggio.

Il popolo, ancora piuttosto strutturato perché guidato da religiosi ed anziani, avverte e mal tollera dette influenze. A rafforzare i suoi dubbi contribuisce la particolarità che consorte e figli del Presidente sono cittadini USA mentre lui stesso ha rinunciato da poco a tale cittadinanza. Gli insorgenti vigilano su tale situazione, intensificando gli attacchi ogni volta che gli stranieri rimandano il rimpatrio delle truppe oppure un tribunale emette una sentenza ispirata ai “valori” occidentali. Come trovare un punto d’incontro che concili due fazioni dagli interessi così diametralmente opposti?

Associata all’ondata modernizzatrice, a preoccupare ulteriormente il popolo c’è un’emergente classe di speculatori che usa i soldi accumulati con la guerra e con l’oppio per acquisire quanto vi è di privatizzabile, che si tratti di latifondi o di palazzine. Costoro conservano molta dell’impostazione feudale cosicché usano il capitale acquisito per impiegare e sostenere, includendole sotto la propria egida, quante più persone possibili. Però, ovviamente, nessuno ama ricevere in beneficenza quello che prima era suo, anche perché, con la progressiva occidentalizzazione degli arricchiti, la situazione potrebbe transire ulteriormente verso la schiavitù nuda e cruda o, ancora peggio, verso la vera e propria miseria. Allora… come contenersi con questi oligarchi che da una parte danneggiano il popolo e dall’altra rappresentano e difendono una parte di esso, giocando così il ruolo di “grandi elettori”?

Legato alla generica classe dei potenti (“governanti, alti comandi dell’esercito, ricchi commercianti e politici importanti”3) ci sarebbe da combattere un altro mal costume particolarmente detestabile: i diffusissimi abusi sessuali e gli altri crimini legati al bacha bazi, l’uso di far ballare e cantare, vestiti da donna, bambini e adolescenti di sesso maschile, ovviamente provenienti dalle famiglie più povere. Stranamente, la stampa internazionale, così attenta ai crimini commessi sulle donne (anche quando tali crimini non sono frutto di discriminazione e sarebbero stati commessi ugualmente se al posto della donna ci fosse stato un uomo, come nel caso di Farkhunda, la giovane accusata di aver bruciato il Corano), presta pochissima attenzione a questa singolare usanza.

Altra difficile equazione: la produzione e l’esportazione di droghe oppiacee. L'”Afghanistan
Opium Survey 2014
“, rapporto pubblicato congiuntamente dall’UNODC (United Nations Office for Drugs and Crime) e dal MSN (Ministry of Counter Narcotics), documenta 224.000 ettari coltivati a papavero e una produzione d’oppio stimata a 6.400 tonnellate. Tali cifre indicano aumenti della superficie coltivata e della produzione rispettivamente del 7% e del 17% in più rispetto al 2013, il che lascia supporre un rapido miglioramento delle tecniche di coltivazione. Lo stesso rapporto spiega anche quanta eroina pura si può ricavare da una tale montagna d’oppio ma suppongo ci vogliano specialisti di altro tipo per calcolare quanti giovani stanno morendo dal suo consumo.

Questi dati impongono la valutazione di una tragica reciprocità: alcuni Paesi occidentali, oltre a bombardare l’Afghanistan in modo non sempre chirurgico, nel loro pacchetto di aiuti umanitari e programmi di sviluppo inseriscono dei contenuti ideologici funzionali alla destrutturazione della società locale; gli afghani, dal canto loro, in occidente mandano direttamente il veleno, in quantità massicce. A prima vista, questo scambio potrebbe sembrare equo ma, prendendo in considerazione la situazione demografica, ci si accorge che esso, oltre ad essere a dir poco diabolico, è anche notevolmente sbilanciato.

Infatti, gli afghani frequentano i nostri corsi pieni di gender equality, di women e/o youth empowerment, ma da essi trattengono soprattutto il per diem e altri benefici economici che costituiscono un significativo sostegno al summenzionato alto tasso di fertilità. L’esubero di popolazione che ne consegue alimenta un cospicuo flusso migratorio che va a colmare lo spaventoso vuoto demografico europeo, al quale il consumo di droga evidentemente contribuisce.

Se poi riflettiamo su quale miniera d’oro rappresentano il grande narcotraffico, le migrazioni clandestine e l’impiego degli immigrati per gli stessi grandi poteri, che gestiscono il tutto in collusione con la peggiore criminalità organizzata (chi su ciò avesse dei dubbi pensi all’orrore espresso dai media internazionali quando il governo indonesiano ha fatto fucilare sette trafficanti; al sostegno, spesso un vero e proprio invito a salpare verso i nostri lidi, che gli stessi media forniscono agli sbarchi e alla cosiddetta integrazione nei Paesi di asilo), non solo escludiamo che detto fenomeno si attenui spontaneamente, ci chiediamo anche fino a che punto Ghani intenda essere strumento di un gioco così criminoso.

Ma i dilemmi del Presidente non si esauriscono quì. Con i Talibani che conquistano vaste aree e persino città importanti; con lo Stato Islamico che si inserisce a suon di carneficine nella scena interna, in una probabile prospettiva centro-asiatica e anti-russa; con gli americani che, oltre a intensificare i bombardamenti tramite droni, a volte si sbagliano e attaccano le postazioni dell’esercito nazionale; con dei vicini come Russia, Cina, India e Iran sempre più saldamente solidali e allertati dalla crescente instabilità, anche le sue competenze geopolitiche devono essere messe a dura prova.

Molte scelte, quindi, che possono contribuire alla giustizia e all’equilibrio del mondo oppure all’escalation del caos, all’avanzata della violenza e della schiavitù. Speriamo che il Presidente prenda le giuste decisioni. Lo speriamo per noi, popolo a rischio di estinzione, poco amato dalla sua classe politica, ma lo speriamo anche per lui perché c’è sempre la possibilità che il mondo torni ragionevole, che la saggezza e il senso di equità tornino a affiorare anche negli strati alti della società. E se ciò dovesse accadere, per quelli che in questo periodo avranno assecondato gli assassini, gli avidi e gli sfruttatori, per trarne dei vantaggi spiccioli, il verdetto sarà impietoso.

NOTE:

Giorgio Siriaco è consulente internazionale da anni attivo in missioni all'estero in vari Paesi, fra i quali l'Afghanistan.

1 Di recente, sono state proposte delle leggi per limitare i suddetti numeri.
2 La tesi di dottorato di Ashraf Ghani, intitolata Production and Domination, Afghanistan, 1747-1901, è disponibile al seguente indirizzo web
"https://easterncampaign.files.wordpress.com/2009/08/ghani1982.pdf"
3 http://www.cascaraamarga.es/sociedad/56-sociedad/1696-el-chico-que-danza-pedofilia-en-afganistan.html


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