Dall’ Iraq alla Siria: storie di distruzione dei patrimoni dell’umanità Dall’ Iraq alla Siria: storie di distruzione dei patrimoni dell’umanità
La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei... Dall’ Iraq alla Siria: storie di distruzione dei patrimoni dell’umanità

La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani […]. La maggior parte dei giovani, alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono.1

Queste le parole di aspra condanna espresse dal grande storico Hobsbawm nell’introduzione al suo capolavoro Il Secolo Breve. Certamente, il panorama a cui egli fa espressamente riferimento è ben diverso da quello che oggi ci si presenta dinnanzi. Tale riflessione appare, però, pienamente calzante nell’intento di comprendere le ragioni, tanto simboliche quanto reali, che sottostanno ad atti di grande sconcerto, a cui da tempo ci si è abituati nel Medio Oriente. Si parla, evidentemente, della distruzione dell’enorme patrimonio archeologico ivi custodito, certamente messo in luce dai media, ma ben lungi dal trovare una sua pronta risoluzione.

L’assunto di fondo è evidentemente il riconoscimento di una deliberata e intenzionale eliminazione di intere importanti pagine di Storia per ragioni spesso oscure, ma politicamente ricostruibili. In tal senso, l’attrattività del patrimonio archeologico è indiscussa: come il noto studioso Boytner2 ha ben osservato, esso rappresenta un nucleo fondamentale intorno al quale costruire, modificare ed eliminare non soltanto le pagine politiche e culturali più antiche, ma soprattutto quelle più recenti. In quanto fisicamente collocato, laddove sia sopravvissuto indenne al tempo, esso costruisce un vero e proprio “regno dei simboli”, di cui i popoli, ma anche i regimi si nutrono quotidianamente. E ciò è ancora più evidente nei casi in cui i resti archeologici conservino i segni di un antico splendore, di una guerra o di un desiderato fasto. Proprio perché così connotati, essi hanno avuto e continueranno ad avere una rilevante funzione nelle interazioni sociali tra i popoli e nella persuasività della comunicazione.

Un punto di partenza imprescindibile, per quanti si affaccino al mondo sconosciuto e spesso sommerso dell’impiego di beni storici per finalità propagandistiche, è quello iracheno tra il regime di Saddam Hussein e la Seconda Guerra del Golfo.
Negli anni Ottanta, infatti, il sito di Babilonia subisce le ricostruzioni ed i riadattamenti, poco filologici, piuttosto propagandistici, voluti dal dittatore Hussein e dal suo Partito Baath con il chiaro intento di realizzare la “mesopotamizzazione dell’Iraq”3 e su invito del Ministero del Turismo, il governatore della provincia di Babilonia realizza un adeguamento delle infrastrutture, nei pressi dell’Eufrate, in un’area a ridosso delle antiche mura. Il quadro si complica ulteriormente con il noto caso del Museo Iracheno, occasione nella quale, nel pieno della guerra del 2003, la maggior parte dei beni archeologici ivi custoditi sono stati razziati e rivenduti al mercato nero senza un formale e sostanziale intervento delle forze americane. Da una parte, il generale Bogdanos, di stanza dinnanzi al Museo, sostenne che la situazione era del tutto fuori controllo; dall’altra, i dirigenti dello stesso lo accusarono di aver ricevuto rassicurazioni circa la protezione del sito.

Ciò che emerse qui in maniera evidente, e che tutt’oggi sembra essere un paradigma assolutamente valido, è il ruolo del patrimonio culturale come leva di potere, se adoperato con l’esplicito intento di sopprimere un tratto di Storia e di aprirne uno nuovo all’insegna di valori e credenze del tutto differenti e costruiti ad hoc. Non solo, se analizzata da un punto di vista assolutamente materiale, la razzia dei patrimoni dell’umanità alimenta un mercato nero di grandissimo rilievo economico, fonte non secondaria di arricchimento di gruppi criminali e terroristici nel Medio Oriente.
Il fenomeno, comunemente noto come “blood antiquities” rappresenta, infatti, la seconda più proficua entrata dopo la vendita del petrolio, benché anche comuni operai, già addetti allo scavo, pratichino tale attività come fonte di sostentamento in tempi di guerra.
Il viaggio del reperto trafugato continua verso Paesi a basso controllo, quali Libano e Turchia, per poi soddisfare la domanda di un Occidente sempre più affamato di pezzi da collezioni private. É in questo modo, dunque, tra gli altri, che la stessa cultura occidentale finanzia l’IS.

Degna di interesse per le complesse vicende è anche la cosiddetta Primavera Araba, da più di un intellettuale definita come Autunno dei Beni Culturali.
È curioso sottolineare come linee di continuità e, fortunatamente, di innovazione si riscontrino nel caso libico. Durante il conflitto con la Nato, le truppe leali al regime di Gheddafi stanziarono, infatti, sei veicoli radar proprio vicino ad un fortino romano, certi che gli episodi iracheni avrebbero funzionato da deterrente all’attacco aereo dei blindati. Si sbagliavano. Lungi dal voler giustificare l’intervento militare in Libia (con le conseguenze ancora oggi visibili), grazie alla cooperazione tra alcuni docenti della Newcastle University e i dipartimenti di protezione dei beni culturali delle forze armate alleate, è stato comunque possibile distruggere le vetture con piccolissimi danni alle strutture antiche.
Simbolicamente diverso, invece, l’episodio del furto al Museo Nazionale egiziano che, profanato nel pieno degli scontri di piazza Tahrir del 28 gennaio 2011, vide accorrere la popolazione locale in un cordone umano di oltre duemila persone. I danni erano oramai stati compiuti, ma l’attaccamento al proprio patrimonio, alla propria Storia, è stato un bellissimo esempio di orgoglio nazionale (i più cinici, o forse i più consapevoli, hanno interpretato il gesto come salvaguardia per i flussi turistici che il Paese spera di tornare ad ospitare).

Quanto al caso siriano, la situazione è certamente più complessa perché esposta a vicissitudini politiche in rapido mutamento e non necessariamente collocate in linea di continuità. Il 21 luglio 2012, nel pieno degli scontri della guerra civile, il gruppo Palmyra Area School District, con il tramite dei social network, lanciò al popolo siriano questo accorato appello:
“O voi, figli del grande popolo siriano. La ricchezza del vostro passato è indissociabile dall’onore del vostro presente e dallo splendore del vostro avvenire. In questo momento cruciale che sta attraversando il nostro Paese, vogliamo indirizzarvi questo messaggio: la storia della Siria è la vostra storia. Assicurate la preservazione delle vostre antichità, dei vostri musei, degli antichi quartieri delle vostre città, dei vostri siti archeologici e delle biblioteche presenti su tutto il territorio della Siria: essi sono la culla della civiltà. Coloro che oscurano il passato non hanno futuro. Questo patrimonio culturale appartiene tanto a voi quanto all’umanità intera: è vostra responsabilità di preservarlo per le generazioni future.”4

Recentemente, in un contesto politico diverso, che nel disinteresse generale ha visto l’IS penetrare sempre più in profondità in Siria, è stata la volta di Palmira.
La dinamica, a ben vedere, ha dei tratti ben più inquietanti, se si considera che l’ultimo a raccogliere l’invito rivolto ai “figli del popolo siriano”, Khaled Asaad è stato torturato per quattro settimane prima di essere sgozzato e legato ad una colonna del tempio corinzio al tramonto del 18 agosto 2015. La ragione, tutt’altro che banale, è stata il continuo rifiuto da parte dell’ottantaduenne professore di rivelare dove egli avesse nascosto le bellissime statue romane prima custodite nel tempio. Poi, cinque giorni dopo, il colpo di grazia: la distruzione della struttura di Baal Shamin, già conquistata lo scorso 20 maggio e ambientazione di inenarrabili esecuzioni.

Intervistato dall’International Business Times, il dott. Tabita ha sapientemente commentato l’accaduto, sostenendo che l’intento dell’IS è certamente quello di attaccare il cuore del popolo iracheno. Se è vero che non esiste alcuna identità senza memoria, anche il confronto tra le intricate etnie dell’Iraq e della Siria è seriamente minacciato. Dunque, la distruzione del patrimonio storico sembra portare con sé l’impossibilità di una futura tolleranza tra i popoli. Ha poi aggiunto: “la distruzione del patrimonio culturale destabilizza psicologicamente la comunità locale nella sua consapevolezza identitaria di popolo, e l’ISIS ha campo libero per “riscrivere” la storia.”5
L’affondo più grande viene, però, dal professor Paolo Matthiae che ha commentato l’accaduto, sottolineando come ci si attenda l’ennesima condanna, formale più che sostanziale, dall’Unesco e dall’Onu, che in un clima di impasse, parleranno di un ulteriore crimine contro l’umanità. “L’Is inesorabile colpisce umanità e cultura in una situazione di impunità oggettiva in Siria e in Iraq, mentre la coalizione delle massime potenze mondiali dell’Occidente, si muove con singolarissima prudenza.”6

Quale futuro, dunque, per la cultura del Medio Oriente? E inoltre, quale domani per l’identità di un popolo, frutto della Storia e delle sue rovine? Sarebbe davvero auspicabile una riflessione approfondita sugli strumenti giuridici e politici a disposizione dell’Occidente per limitare quello che si profila come un vero e proprio disastro. I gruppi terroristi, che hanno ampie capacità comunicative, hanno oramai compreso come tali generi di notizie suscitino paura e sdegno; non è quindi escluso che il patrimonio archeologico sarà ancora strumento di visibilità mediatica. Ciò, evidentemente, a tutto scapito di una già martoriata area geografica, desiderosa di tornare a mostrare le proprie bellezze.

NOTE:

1Hobsbawm, Il secolo breve, Introduzione, BUR, 2014.
2Boytner R., Controlling the past, Owning the Future, The political use of Archaeology in the Middle East, The University of Arizona Press, 2010.
3Fales, Tell Shiukh Fawqani, I-II, 1994-1998, (Ed., con L. Bachelot), Padova.
4Brusasco, Tesori rubati, il saccheggio del patrimonio artistico nel Medio Oriente, Mondadori, Milano, 2013, pag. 120.
5Alessandro Martorana, Lo stato islamico e la distruzione dei beni archeologici. Parla l’esperto, International business times, IT edition, 04/05/2015.
6Paolo Matthiae, Palmira, La repubblica.it, Archivio 02/09/2015.


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