I raid aerei russi in Siria: dalle reazioni dei paesi coinvolti agli scenari futuri I raid aerei russi in Siria: dalle reazioni dei paesi coinvolti agli scenari futuri
Raid aerei in Siria A partire dal 30 settembre, la Russia ha avviato una serie di operazioni militari in Siria in appoggio al regime... I raid aerei russi in Siria: dalle reazioni dei paesi coinvolti agli scenari futuri
Raid aerei in Siria

A partire dal 30 settembre, la Russia ha avviato una serie di operazioni militari in Siria in appoggio al regime di Damasco. Dopo aver schierato a Latakia circa 2000 uomini, oltre 30 aerei con diverse capacità, carri armati, pezzi di artiglieria ed elicotteri, le forze aeree russe hanno condotto più di 60 attacchi in tre giorni sul suolo siriano. Le zone colpite sono principalmente l’area a nord di Homs, la regione a sud e ad est di Idlib e qualche villaggio vicino Raqqa. Secondo le fonti ufficiali russe, gli obiettivi colpiti erano militanti di Daesh e di altri gruppi terroristici – definiti dal ministro degli esteri russi Lavrov con l’espressione “se sembra un terrorista, se agisce come un terrorista, se combatte come un terrorista è un terrorista, giusto?”. Lo stesso ministro ha poi spiegato che le truppe russe sono state schierate su invito del governo siriano e ha ribadito che la soluzione del conflitto non può prescindere da Bashar al-Assad.

Le dichiarazioni ufficiali

La reazione dei paesi coinvolti nella regione non si è fatta attendere. Turchia, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno infatti condannato l’intervento russo, accusando il governo di Mosca di “gettare benzina sul fuoco” della guerra civile siriana. Anche l’Arabia Saudita si è allineata sulla stessa posizione, chiedendo chiarezza sugli obiettivi degli attacchi russi.1
Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha accolto con favore l’intervento russo in una lunga intervista rilasciata a al-Manar TV ricordando come l’intervento americano contro Daesh non abbia sortito effetti.2 Anche l’Egitto si è schierato a favore dell’intervento russo elogiando gli sforzi per combattere il terrorismo. Fino a questo momento, al-Sisi non si era esposto nel sostenere apertamente il regime di Assad per non innervosire il suo principale alleato, l’Arabia Saudita, ma questo messaggio di solidarietà alla Russia testimonia il riavvicinamento tra Il Cairo e Mosca.

Oltre le dichiarazioni ufficiali

La grande maggioranza degli attacchi russi sono stati portati a territori non controllati dallo Stato Islamico, ma da Jaish al-Fatah, un’ampia coalizione di ribelli che include Ahrar al-Sham, Jabaht al-Nusra e altri gruppi, tra cui alcuni finanziati dagli Stati Uniti.3 Principalmente supportata da Arabia Saudita e Turchia, Jaish al-Fatah aveva lanciato nel marzo 2015 un’offensiva che aveva portato alla conquista della città di Idlib prima e di Jisr al-Shughur poi, fino alla conquista della base militare di Qarmeed in maggio. Questa è un’area chiave perché si trova al confine con la montagna alawita, roccaforte del regime di Assad: la sua eventuale caduta testimonierebbe la debolezza del regime. I raid russi hanno colpito la linea del fronte che divide Jaish al-Fatah e i territori sotto controllo del regime, ponendo così un freno alla lenta, ma determinata avanzata ribelle verso Latakia. In più, all’inizio dell’estate 2015, la Turchia aveva proposto una no fly-zone che comprendesse le aree tenute da Jaish al-Fatah nel nord della Siria, ma questo progetto, già di per se difficilmente realizzabile, diventa utopico con la presenza dei velivoli russi nel cielo siriano. Sono quindi gli interessi turchi e sauditi quelli più colpiti dai primi raid, e le schermaglie tra jet russi e turchi avvenute negli ultimi giorni testimoniano un certo nervosismo tra i due paesi.

Pur avendo condannato a gran voce l’intervento di Mosca, gli Stati Uniti sperano in realtà che le forze russe restino impigliate nel ginepraio siriano. In effetti, la guerra civile siriana non è più una priorità di Obama da quando l’Iran si è mostrato disponibile a trattare sul dossier del nucleare.4 Più preoccupati dagli sviluppi al di là del Pacifico, gli Stati Uniti hanno appaltato la gestione dei ribelli ai tre alleati regionali – Turchia, Arabia Saudita e Giordania – acconsentendo che questi ultimi perseguissero anche una propria agenda. Il programma di addestramento americano di un’Armata Siriana Libera è miseramente fallito (uomini e mezzi sono stati rapiti e utilizzati da Jabhat al-Nusra appena messo piede sul suolo siriano) e i raid aerei si sono rivelati efficaci solo in appoggio ai guerriglieri curdi sul terreno.5

Gli Stati europei, sempre meno inclini a sacrificare uomini, vogliono evitare un’altra Libia: così come gli Stati Uniti, temono Daesh molto più di una permanenza di un regime siriano. Se Assad è ormai diventato impresentabile – punto di frizione con i diplomatici russi – un’altra figura del clan alawita potrebbe risultare accettabile in futuro.

L’Iran e Hezbollah guardano con estremo interesse l’intervento russo in Siria. L’investimento di Teheran verso il regime siriano è stato enorme, in termini di denaro – 6 miliardi di dollari all’anno – e di uomini – centinaia di consiglieri militari della forza al-Qods e più 5000 uomini di Hezbollah.6 Per evitare la perdita di un alleato fidato e una zona di libero passaggio per armi e finanziamenti diretti in Libano, l’Iran potrebbe lanciare una nuova offensiva per mettere in sicurezza le zone nevralgiche. Un eventuale appoggio aereo russo potenzierebbe la forza di attrito di Hezbollah, incaricato di proteggere i valichi con il Libano e le zone a ridosso della Bekaa, e potrebbe respingere i ribelli di Jaish al-Fatah verso nord e verso est riconquistando terreno dalla montagna alawita. Non a caso gli altri raid russi hanno colpito anche alcune enclaves tenute dai ribelli tra Homs e Hama, area estremamente importante perché snodo di comunicazione tra la montagna alawita verso ovest, il valico con il Libano di Qusayr e la zona di Salamiya verso est. Ancora una volta, la permanenza di Assad in sé non è al momento in discussione, ma la scelta di un uomo nuovo per guidare il paese in futuro dovrà tener conto del placet iraniano.

Libanizzazione siriana

È molto probabile che Mosca non diventi il game changer della guerra civile, ma confermi la dinamica di “libanizzazione” del conflitto siriano, ovvero la formazione di un numero di entità semi-autonome con un nucleo stabile e confini soggetti a continui cambiamenti. Al momento se ne possono contare 5 sul terreno, da nord a sud:

– La zona curda al confine con la Turchia, formata da Afrin, a ovest, e dall’unione dei cantoni di Jazira e Kobane ad est.

- La presenza di Daesh, che prolunga i suoi possedimenti iracheni fino a Raqqa e prosegue fino al confine turco, impedendo la formazione di una sola entità curda territorialmente contigua.
– I ribelli di Jaish al-Fatah con base a Idlib, che mirano a prendere Aleppo a est e ad espandersi verso la montagna alauita ad ovest.
– Sulla costa e verso il centro il regime di Assad, la cui zona di controllo copre un corridoio che parte dalla montagna alawita, passa per tutta la lunghezza del confine libanese, per Damasco e che spinge le sue propaggini fino al confine giordano.

- I ribelli del Southern Front, il quinto attore del conflitto, sostenuto da Giordania, Arabia Saudita e Stati Uniti con base nella provincia di Dara’a. È molto probabile che il regime si ritirerà da queste zone meridionali, ritenute non prioritarie, e il Southern Front gli subentrerà.

L’intervento russo avrà quindi come effetto principale di prolungare il tempo di permanenza del regime di Assad. Prendendo un rischio maggiore rispetto all’Ucraina, Putin cerca di riportare Mosca al ruolo di potenza di primo piano nello scacchiere geopolitico mediorientale, imponendosi come mediatore internazionale per conto del regime.7 Non è escluso che in futuro il presidente russo cerchi di legare il dialogo sul fronte ucraino a quello siriano per ottenere maggiori concessioni, soprattutto per quanto riguarda le sanzioni. L’impegno bellico, limitato per il momento al solo appoggio aereo, ha il doppio obiettivo di proteggere l’unica base navale russa nel Mediterraneo – Tartus – e colpire i gruppi dove gli oltre 2000 foreign fighters caucasici hanno trovato spazio – Jabhat al Nusra e Daesh in particolare. Il sostegno simbolico fornito dalla Chiesa ortodossa russa alla “santa battaglia” di Putin contro il terrorismo conferma come i gruppi ribelli islamisti avranno una facile base ideologica per alimentare la propaganda anti-regime. Sul terreno, l’appoggio di Mosca avrà l’effetto indiretto di fissare i confini informali creatisi tra le entità semi-autonome siriane. Solo se Mosca dovesse veramente dispiegare un numero importante di truppe di terra in coordinazione con l’Iran, la situazione potrebbe cambiare radicalmente.

NOTE:

1“Saudi Arabia Demands End to Russian Airstrikes in Syria, US Is Concerned”, The Associated Press and Reuters, Oct 01, 2015, Haaretz
2“Assad satisfait de l’alliance constituée par la Syrie, la Russie, l’Iran et l’Irak“, AFP, Reuters, 4 Octobre, 2015, LeMonde
3“Al Nusrah Front, allies form new coalition for battle in Aleppo”, Thomas Joscelyn, July 3, 2015, The Long War Journal
4“Perché Obama apprezza la Russia in Siria”, Dario Fabbri, 2 Ottobre, 2015, Limes
5“U.S. and Russian Airstrikes in Syria Show Divergent Strategies”, Tim Wallace, Sergio Peçanha, K.K. Rebecca Lai, Karen Yourish and Sarah Almukhtar, October 3, 2015, The New York Times
6TSG IntelBrief:“Russian Airstrikes Change the Game in Syria” , TSG IntelVrief, October 5, 2015, The Soufan Group
7“Russia's War Plan in Syria”, Igor Sutyagin, October 2, 2015, RUSI Analysis


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