L’emergenza migranti nel Mediterraneo e il nodo libico L’emergenza migranti nel Mediterraneo e il nodo libico
Il forte e repentino incremento quantitativo di popolazione immigrata, sbarchi di migranti e richieste d’asilo in Italia rivela una “emergenza migranti” che è necessario... L’emergenza migranti nel Mediterraneo e il nodo libico

Il forte e repentino incremento quantitativo di popolazione immigrata, sbarchi di migranti e richieste d’asilo in Italia rivela una “emergenza migranti” che è necessario affrontare. Le operazioni SAR nel Mediterraneo hanno lo scopo di salvare vite umane e gestire gli sbarchi, ma non sono finalizzate né potrebbero esserlo a risolvere la crisi. La dimensione dei flussi dipende dagli squilibri socio-economici dell’Africa e dalla destabilizzazione della Libia. Se i primi richiederebbero decenni, forse secoli, per la loro correzione, la soluzione della seconda è possibile nel breve periodo e avrebbe effetti risolutivi sulla crisi. È pertanto sulla stabilizzazione della Libia che dovrebbe focalizzarsi la risposta italiana.

 
“Emergenza migranti” è un termine divenuto ormai moneta comune nel dibattito europeo. Ciò malgrado, alcuni negano che esista realmente una “emergenza”: ci confronteremo innanzi tutto con la correttezza di quest’espressione. Si cercherà dunque di comprendere quali ne siano le cause e le soluzioni, individuando tre livelli della crisi: uno a monte, strutturale, che è lo squilibrio intrinseco all’Africa; uno a valle, contingente, che è la gestione dei flussi nel Mediterraneo; e uno mediano, che è la destabilizzazione della Libia. Tesi di quest’articolo è che sia prioritario intervenire proprio sul livello mediano per ottenere risultati apprezzabili e alleviare la situazione d’emergenza.

Emergenza migranti?

È dunque corretto parlare di “emergenza migranti”, laddove alcune voci1 contestano tale definizione? Secondo l’OIM al 21 agosto 2015 sarebbero morti nel Mediterraneo, nel corso dell’anno, 2373 migranti, dei quali 2266 nel Mediterraneo Centrale. L’anno scorso, nel complesso dei dodici mesi, le vittime furono 20812. Nei primi otto mesi del 2015, in tutto il resto del mondo i migranti morti nel corso del viaggio sono stati 897. È evidente come il Mediterraneo sia divenuto il territorio al mondo più letale per i migranti: circa il 65-70% delle morti avvengono qui.

1: Rifugiati e richiedenti asilo in Italia (2008-2014). Elaborazione da dati UNCHR

Rifugiati e richiedenti asilo in Italia (2008-2014). Elaborazione da dati UNCHR

L’Italia nei primi otto mesi dell’anno è stata investita dall’arrivo via mare di 107.633 migranti, contro i soli 2.166 della Spagna; peggio è andata però alla Grecia, con 157.228 arrivi (dati OIM)3. L’UNHCR informa che dal 2013 al 2014 le richieste d’asilo in Europa sono aumentate del 25% e che l’Italia è il quarto maggiore destinatario delle stesse: in questo momento i richiedenti asilo sono 45.749 e i rifugiati che l’hanno ottenuto 93.715. Come si può notare dal Grafico 1, il complesso di rifugiati e richiedenti asilo in Italia, costantemente in crescita, ha avuto un’impennata tra 2013 e 2014, quando è aumentato del 55%. Dal 2008 a oggi, l’incremento è stato da 47.061 a 139.464, con quest’ultimo dato aggiornato ad agosto e dunque passibile di ulteriore incremento (per ora ha già superato l’omologo del 2014 in appena 8 mesi scarsi).

Che il desiderio di questi migranti che giungono nella nostra penisola sia o meno quello di rimanere in Italia, l’ONU ha registrato un deciso aumento di popolazione immigrata in Italia negli ultimi anni: se nel 2000 si trattava di 2.122.000 persone, appena il 3,7% della popolazione totale (a fronte dell’8% in Gran Bretagna e quasi 11% in Francia e Germania), nel 2013, ultimo dato disponibile, la cifra si assesta a 5.721.000, ossia il 9,4% della popolazione. Gli immigrati sono dunque, in termini relativi, quasi triplicati in Italia in questi tredici anni, a fronte di aumenti di un punto percentuale in Francia e Germania. Se fino al 1995 l’immigrazione netta in Italia era ben inferiore a Francia e Germania, e fino al 2000 ancora almeno alla Francia, nel decennio 2001-2010 ha registrato un +2.630.000 in Italia contro il +1.220.000 francese e il +33.000 tedesco (è nell’ultimo quinquennio che la situazione si è invertita a favore, o sfavore a seconda dei punti di vista, della Germania).

Si commenterà che l’aumento degl’immigrati in un paese non possa essere considerato un male di per sé. È tuttavia necessario valutare alcuni parametri, posti in relazione principalmente con la repentinità del fenomeno. Innanzi tutto, si tratta della disponibilità di risorse sufficienti a tutti i nuovi arrivati. La densità di popolazione in Italia è passata da 193,8 persone/km2 nel 1990 a 203,3 oggi: un aumento contenuto (5%) ma più del doppio di quello della Germania nel medesimo periodo (2,2%). Senz’altro gli immigrati che non si aggiungono ma si sostituiscono alla popolazione pre-esistente possono non rappresentare un problema economico, essere persino un’opportunità, ma, ancora una volta, l’eccessiva rapidità del processo può provocare un problema sociale e culturale: quello dell’integrazione. L’insorgere di umori xenofobi da una parte, i fenomeni di terrorismo e criminalità dall’altra, sono specchi delle difficoltà che l’Europa intera sta affrontando nell’ardua sfida dell’integrazione di masse allogene in tempi troppo brevi: tanto il modello assimilazionista (Francia) quanto quello multiculturale (Gran Bretagna) sembrano finora non aver premiato chi li ha adottati.

Il numero di immigrati in Italia si è triplicato nell’ultimo decennio, mentre è rimasto più o meno stabile in Francia e Germania. Ciò pone di fronte alla sfida dell’integrazione: garantire risorse economiche sufficienti a tutti e la pace sociale tra i nuovi arrivati e gli autoctoni. L’esperienza di Francia e GB in Europa dimostra che non si tratta di compiti facili

Sorveglianza e soccorso nel Mediterraneo

L’aumento di migranti, e di naufragî, nel Mediterraneo, ha imposto all’Europa e in primis all’Italia di pensare, oltre all’accoglienza dei profughi e alla regolamentazione dei flussi sul continente, anche alla sorveglianza e soccorso sulle rotte migratorie nel nostro mare.
Dopo il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 l’Italia lanciò la missione “Mare Nostrum”, durata fino al 31 ottobre 2014. Secondo i dati forniti dalla Marina Militare, l’operazione si concretizzò in 439 eventi di ricerca e soccorso, col fermo di 366 presunti scafisti e la cattura di 9 navi. I migranti assistiti nei primi 10 mesi del 2014 sono stati 156.362, a fronte degli 11.499 del 2013 e dei complessivi 21.880 negli otto anni precedenti (nell’ambito della missione “Constant Vigilance”).

Tra gli indubbi meriti della Operazione “Mare Nostrum” ci sono stati quelli di salvare numerose vite umane e di estendere una pur approssimativa forma di controllo sui flussi migratori verso il nostro paese: quanto meno, la capacità di individuare, ispezionare e smistare coloro che vi si dirigevano. I mezzi e il personale della Marina Militare non si sono limitati a soccorrere i migranti e portarli sulle nostre coste, ma si sono occupati anche di sottoporli a esame medico e fornire loro le eventuali cure necessarie, oltre a procedere all’identificazione, aiutati in questi compiti da mediatori culturali e agenti dell’immigrazione. Inoltre, le prove acquisite in merito al traffico di esseri umani sono state trasmesse, assieme ai sospetti fermati, alle competenti procure della Repubblica.

2: Arrivi via mare in Europa (2010-2015). Elaborazione dati UNCHR

2: Arrivi via mare in Europa (2010-2015). Elaborazione dati UNCHR

L’accusa rivolta, soprattutto dai Britannici, è stata però quella di avere avuto un effetto attraente sui migranti, andando a recuperare i barconi fino in prossimità della costa libica e dunque rendendo meno periglioso il viaggio e più sicuro l’approdo. I critici potevano farsi forti di un dato: uno straordinario aumento del 265% negli arrivi via mare in Europa (da 60.000 nel 2013 a 219.000 nel 2014; dati UNHCR). Ma malgrado l’assenza di “Mare Nostrum”, quest’anno gli arrivi sono stati, mese per mese, costantemente più alti che nel 2014, sicché tutto lascia presagire un netto aumento al termine dei dodici mesi (vedi Grafico 2). Né pare possibile imputare ciò all’Operazione “Mare Sicuro”, che ancora estende l’area d’operazione della nostra Marina rispetto a quella di “Triton”, l’operazione Frontex: infatti, tra le altre cose (la diversa finalità e portata della missione), ciò non spiegherebbe la crescente pressione migratoria cui sono attualmente sottoposti i Balcani.

La deduzione più semplice appare questa: che le strategie di sorveglianza e soccorso nel Mediterraneo, pur avendo un loro peso, non sono sicuramente determinanti della magnitudine dei flussi migratori. Essa dipende invece da cause più strutturali, che il fattore “SAR” nel Mediterraneo non è in grado di influenzare sensibilmente.

Gli squilibri del continente africano

Queste cause più strutturali vanno cercate, almeno nel nostro caso, in Africa: da là proviene la maggioranza dei migranti che approdano sulle nostre coste4 e la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo5, e da là partono i barconi diretti in Italia.

La popolazione africana è passata dai 230 milioni del 1950 all’attuale miliardo abbondante: un aumento di oltre il 350% in poco più di mezzo secolo. Nel resto del mondo e nello stesso periodo si è registrato un incremento demografico di poco più del 150%. In Italia, ha passato di poco il 30%. Secondo le previsioni, nel 2050 il continente africano dovrebbe sfiorare i due miliardi e mezzo di abitanti, passando così a rappresentare, nel volgere di un secolo appena, dal 9% al 25% della popolazione mondiale (col 20% delle terre emerse). In particolare la Nigeria, paese da cui provengono la maggior parte dei richiedenti asilo in Italia, ha una demografia esplosiva: la sua popolazione è 185 milioni di persone, con un tasso di crescita già elevato (2,8%) e in aumento da vent’anni a questa parte. Le proiezioni statistiche ipotizzano 440 milioni di abitanti per il 2050 e, per la fine del secolo, una cifra prossima al miliardo. La Nigeria si avvierebbe insomma a superare per popolazione la Cina, avendo però una superficie di 923.768 km2, ossia meno di un decimo di quella cinese e poco più di tre volte di quella italiana. E si noti bene: già oggi la densità di popolazione della Nigeria è all’incirca quella italiana. Arrivare a un miliardo di abitanti significherebbe per il paese africano raggiungere una densità di oltre 1000 abitanti per km2 (livelli che solo il Bangladesh e i micro-Stati superano attualmente). Notiamo quindi che la percentuale di nigeriani tra i beneficiari del sistema d’accoglienza italiano è passata da 5,8% nel periodo 2001-2009 all’attuale 13,8%.

Gli ottimisti potrebbero obiettare che la densità demografica dell’Africa è oggi sensibilmente inferiore a quella di Asia e Europa: è però vero ch’è superiore a quella delle Americhe e che, per conformazione fisica e clima, appare difficile possa mai raggiungere i livelli euroasiatici. È altresì veritiero che, in questi anni, l’Africa stia fornendo buone prestazioni economiche nel suo insieme; ma ciò partendo da una posizione di netto svantaggio e con intere regioni – vedi Nordafrica – che al contrario segnano il passo.

L’Africa ha bisogno di profondi mutamenti e, sicuramente, anche dell’aiuto dell’Europa per farlo. Ha bisogno di consolidare la sua crescita economica tramite un ambiente sicuro e favorevole agli affari. Ha bisogno che i proventi di questa crescita siano meglio distribuiti, vista l’estrema ineguaglianza che si riscontra in diversi paesi dell’area6. Ha bisogno di stabilità, senza guerre, scontri etnici e colpi di Stato. Ha bisogno di un controllo sulle nascite, perché la crescita economica non sia soffocata da un’incontrollata esplosione demografica.

Sono interventi che richiedono la piena collaborazione e sintonia tra paesi africani e resto del mondo. E si tratta di interventi la cui efficacia si misura non in mesi o anni ma in decenni, e i cui risultati possono richiedere persino secoli per manifestarsi appieno. Non quello che cerchiamo, se l’obiettivo è risolvere in tempi ragionevoli l’attuale crisi migratoria nel Mediterraneo.

Il nodo libico

Da quando, all’inizio degli anni ’60, la Libia è divenuta un paese esportatore di petrolio, si è trasformata simultaneamente anche in meta di immigrazione: nel 1960 gl’immigrati in Libia erano 48.210; nel 2010 – alla vigilia della rivoluzione – ammontavano a 682.482. Gl’indicatori economico-sociali della Libia all’epoca erano molto più vicini a quelli dei paesi sviluppati che alla media del Vicino Oriente e Nordafrica.

La rivoluzione del 2011, con la conseguente instabilità politica, ha fatto registrare un profondo mutamento nelle statistiche fondamentali del paese. Il reddito nazionale lordo pro capite passa da $12.710 nel 2010 ai $7.920 attuali; il PIL da 74,8 miliardi di dollari agli attuali 41,1; la crescita del PIL dal 5% all’attuale -24%. Le previsioni per il futuro sono fosche. La Libia ha una dipendenza pressoché totale dall’esportazione di petrolio, la cui quotazione è però precipitata negli ultimi mesi, mentre la guerra civile rende sempre più difficile sfruttare questa risorsa vitale.

Ciò malgrado, la Libia non ha smesso di attirare migranti. Secondo i dati più recenti (quelli UNICEF del 2013) si trovano nel paese 755.974 stranieri. Il problema è che molti di loro, da immigrati quali erano, sono divenuti migranti, e la Libia rappresenta solo una tappa di passaggio verso l’Italia e l’Europa. Anche chi, sfidando le avversità per coraggio o per mancanza d’informazioni alla partenza, giunge nel paese nordafricano per stabilirvisi, pare sia spesso obbligato a lasciarlo. Vi sono infatti testimonianze di “migranti forzati”, prelevati da miliziani in Libia e caricati a forza sui barconi diretti verso l’Italia. Testimonianze che aprirebbero scenari assai inquietanti da indagare – ma non sono qui il luogo e il momento atti a ciò.

In Italia, nel 2009 il 67,4% dei beneficiari del sistema d’accoglienza rifugiati e richiedenti asilo entrava nel paese tramite sbarco; oggi sono il 76,7%. La quota di migranti che sbarcano in Italia partendo da porti libici era del 38% nel 2012, è salita al 60% nel 2013 e l’anno scorso ha superato abbondantemente l’80%. Significa più di 140.000 migranti giunti dalle coste libiche, cifra tanto più eclatante se confrontata con quella del 2010: 4.400. A tanto si era riusciti a scendere grazie alla collaborazione fissata nel Trattato di amicizia con la Libia siglato l’anno precedente a Bengasi, oltre che a una più favorevole congiuntura internazionale.

3: Arrivi via mare in Italia dalla Libia (2008-2014)

3: Arrivi via mare in Italia dalla Libia (2008-2014)

Il grafico 3 mostra l’enorme aumento degli sbarchi dalla Libia negli ultimi anni. La caduta del vecchio regime ha avuto indubbi contraccolpi negativi sulla situazione degli sbarchi in Italia: anche i nuovi accordi col governo libico, nel 2012, hanno saputo dare un sollievo solo parziale e temporaneo, come dimostra il superamento, nel 2013, di quei livelli di sbarco che nel 2008 erano stati giudicati “critici” e avevano costituito una delle principali motivazioni del Trattato di Bengasi. Ma l’ulteriore deteriorarsi della precaria stabilità nel paese, con lo scontro istituzionale tra due Parlamenti rivali, l’uno a Tripoli e l’altro a Tobruk, emerso all’inizio del 2014, ha avuto effetti drammatici sugli sbarchi in Italia.

In sintesi, la Libia è divenuta da fattore stabilizzante un elemento di instabilità. Se prima era terra d’immigrazione, relativamente prospera, e capace – almeno tra 2009 e 2011 – di ostacolare l’attività degli scafisti lungo le sue coste, in seguito – e soprattutto nell’ultimo anno – è divenuta terra di transito incontrollato per i migranti, nonché paese di emigrazione. Basti pensare all’enorme numero di libici emigrato in Tunisia – con stime variabili tra 1 e 1,8 milioni (10-20% della popolazione tunisina autoctona).

Da elemento stabilizzante, dopo la rivoluzione la Libia si è trasformata in fattore perturbatore degli equilibri tra Europa e Africa. L’Italia dovrebbe concentrare in questo paese i suoi sforzi per risolvere l’emergenza migranti, ma senza aspettarsi aiuti decisivi dagli USA o dall’Europa: è una questione di priorità, e se per noi è la Libia, per loro oggi è la Siria o l’Ucraina

Conclusioni

È stato questo mutamento radicale di ruolo della Libia nell’equazione migratoria italo-africana ad aver creato l’emergenza per il nostro paese. Persino il conflitto siriano, coi suoi milioni di profughi che hanno investito il Levante, i Balcani e l’Europa Settentrionale, ha solo sfiorato la nostra penisola. Le missioni SAR o di pattugliamento nel Mediterraneo hanno un ruolo ben delimitato negli eventi: “Mare Nostrum” non ha certo creato l’emergenza, come sostenuto all’epoca dai suoi critici, né nessuno ha mai però pensato che potesse cancellarla. L’operazione della nostra Marina era tesa ad affrontare la crisi, minimizzando vittime e rischi, ma non a risolverla.

Abbiamo visto le cause più fondamentali delle migrazioni verso l’Europa. L’Africa è alle prese con squilibri strutturali che però non saremmo in grado di risolvere: non da soli e non in tempi brevi. In virtù di ciò, i flussi migratori dall’Africa all’Europa vanno assunti come un elemento normale nell’odierno sistema internazionale. Ciò che non è normale è l’attuale livello degli stessi. Nel caso dell’Italia, senza risalire così a monte nelle cause, appare esserci una possibilità per risolvere la crisi e ritornare alla suddetta normalità. Il nodo gordiano sta in Libia. Se si risolve la questione libica, si esce dalla crisi dei migranti: i dati e la logica lo suggeriscono.

Non si tratta di una facile soluzione, ma certo più alla portata di mano della risoluzione della fame nel mondo. In Libia si può giungere a una pacificazione e alla restaurazione di stabili istituzioni. La paziente mediazione di Bernardino León sta portando i primi concreti risultati politici, sebbene non si debba cedere a facili entusiasmi, considerando la precarietà dell’accordo stipulato e la forza degli attori che ne rimangono fuori e decisi a sabotarlo (dagli irriducibili di Tripoli al Generale Haftar). Perciò – perché ci sono segnali positivi ma ancora molto è necessario – l’Italia dovrebbe concentrare le sue risorse e i suoi sforzi – politici, diplomatici, finanziari, militari – sulla pacificazione della Libia. Molte delle fazioni libiche sarebbero pronte ad accogliere Roma come “onesto sensale” nella risoluzione della guerra intestina: anche perché sanno che più di qualunque altro Stato occidentale è il nostro sinceramente, pragmaticamente, interessato alla pacificazione del paese nordafricano.

Ma l’Italia, se vuole arrivare fino in fondo, dovrà almeno in parte far da sé e non sperare nel solito intervento di “papà America” o “mamma Europa”. Gli USA, da un lato, in omaggio alla strategia obamiana non desiderano un coinvolgimento per loro, in tutta evidenza, non necessario: d’altro canto Washington ha già fatto mostra di non vedere di cattivo occhio un maggiore ruolo italiano in Libia. Dall’altro lato, l’Europa è sì conscia della questione libica ma non può ignorare la concomitante e ancor più grave emergenza che si sviluppa lungo la rotta Siria-Germania-Svezia, passando per i Balcani. È una questione di priorità. Per altri la priorità sta in Siria e nei Balcani. Per l’Italia sta in Libia. E ogni ulteriore cautela rischia d’essere pagata a caro prezzo sul medio-lungo periodo.

 

Bibliografia:

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KARASAPAN Omar, The impact of Libyan middle-class refugees in Tunisia, “Future Developments”, 17 March 2015, http://www.brookings.edu/blogs/future-development/posts/2015/03/17-libyan-refugees-tunisia-karasapan.
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OIM, Missing Migrants Project, http://missingmigrants.iom.int/.
PHILIPSON Alice, Search and rescue operations only encourage more migrants, minister says, “The Telegraph”, 28th October 2014, http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/italy/11191991/Search-and-rescue-operations-only-encourage-more-migrants-minister-says.html.
REUTERS, Migranti, per prefetto Morcone in Italia non c’è emergenza, 22 luglio 2015, http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN0PW0KN20150722.
SIRONI Francesca, Migranti, l’emergenza non è uguale per tutti. Ecco quali città li aiutano. E chi invece li rifiuta, “L’Espresso”, 20 aprile 2015, http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/04/20/news/migranti-chi-accoglie-e-chi-no-mappa-dell-italia-indifferente-1.208944.
SPRAR, Rapporto annuale del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati: anno 2009-2010, http://www.meltingpot.org/IMG/pdf/Rapporto_annuale_dello_SPRAR_Anno_2009-2010.pdf.
SPRAR, Rapporto annuale SPRAR. Atlante SPRAR 2014, http://www.sprar.it/images/Atlante%20Sprar%202014_completo.pdf.
UNHCR, Population statistics database, http://popstats.unhcr.org/en/overview.
UNHCR, The sea route to Europe: The Mediterranean passage in the age of refugees, 1 July 2015, http://www.unhcr.org/556725e69.html.
UNICEF, Libya migration profile, http://esa.un.org/MigGMGProfiles/indicators/files/Libya.pdf
UNITED NATIONS, Trends in international migrant stock: The 2013 revision, Department of Economic and Social Affairs, Population Division, 2013
UNITED NATIONS, World population prospects: The 2015 revision, Department of Economic and Social Affairs, Population Division, 2015
WORLD BANK, Data, http://data.worldbank.org

NOTE:

Daniele Scalea è Direttore Generale di IsAG - Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie.

1 Vedi, in bibliografia, a mo' di esempi: Sironi, 20/04/2015; Reuters 22/07/2015.
2 Va detto a onor del vero che a influire in maniera decisiva sono state le 1265 persone morte nel solo mese di aprile 2015.
3 Se per la Grecia la maggior parte dei flussi è legata a zone di guerra – Siria e Afghanistan in primis – in Italia sono principalmente eritrei e nigeriani ad arrivare, segno di una vulnerabilità più strutturale.
4 Negli ultimi anni una folta presenza tra gli arrivi è stata anche quella di siriani, che però diminuiscono drasticamente nelle statistiche relative alle richieste d'asilo. Ciò per la tendenza a lasciare il paese appena possibile, preferendo richiedere asilo in Germania e Svezia principalmente, o secondariamente in altri paesi come Austria, Belgio, Danimarca – senza dimenticare i possibili errori d'iniziale identificazione, resa difficoltosa dalla mancanza di documenti per molti degli arrivati e dai benefici in termini di concessione d'asilo che essere riconosciuti come siriani può dare. Ma anche assumendo che le cifre dell'iniziale identificazione siano tutte corrette, questa presenza di siriani non invalida l'assunto dell'articolo, e ciò per due motivi: a) rimangono sempre un gruppo minoritario rispetto al complesso dei migranti africani, e il cui flusso è legato – a differenza di questi ultimi – a fattori contingenti; b) se la Libia fosse stabile, e non offrisse facili occasioni ai trafficanti di uomini, i siriani non sceglierebbero certo una via così eccentrica rispetto alla direttrice Siria-Nordeuropa del loro punto di partenza e arrivo.
5 In Italia nigeriani, maliani, gambiani e senegalesi contano da soli per oltre la metà dei richiedenti asilo totali. Tra le 10 nazionalità più rappresentate tra i beneficiari del sistema d'accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, 8 sono africane (Nigeria, Mali, Gambia, Somalia, Senegal, Eritrea, Ghana ed Egitto) e solo due non africane (Afghanistan e Pakistan).
6 In Sudafrica, paese economicamente più prospero dell'Africa Subsahariana, l'Indice Gini, che misura la sperequazione del reddito, è il più alto al mondo: 65 (in Italia è 35,5).

FONTE:

"Rivista Italiana Marittima", Settembre 2015


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