Renzi in America Latina Renzi in America Latina
Visitare 4 paesi in 6 giorni: è stata questa la missione del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che dal 23 al 29 ottobre ha... Renzi in America Latina

Visitare 4 paesi in 6 giorni: è stata questa la missione del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che dal 23 al 29 ottobre ha attraversato l’Oceano e sorvolato le Ande per atterrare in America Latina. Cile, Perù, Colombia e Cuba le destinazioni scelte per il primo viaggio del nostro capo di governo nell’altra America. Accompagnato da un importante numero di imprenditori per una missione di sistema che ha previsto bilaterali con i capi di Stato dei quattro Paesi, interventi nelle più importanti università e roadshow con le comunità imprenditoriali.

È di tutta evidenza l’importanza di questa missione ma è altrettanto evidente la natura inedita della rotta rispetto alle consuete destinazioni atlantiche (quali Brasile, Argentina o Uruguay) dove più facilmente si ricordano missioni di alto livello da parte di esponenti politici italiani e dove più forte è la presenza di italianità nella storia, nella cultura e nelle tradizioni di quei popoli. Il Presidente Renzi ha fatto tappa, invece, in tre Paesi che si affacciano sul Pacifico e che a causa di questo oceano hanno caratteristiche e peculiarità culturali, politiche, geoeconomiche e geostrategiche a sé stanti.

L’area Pacifico dell’America latina – nell’ultimo decennio – si è caratterizzata per alcuni orientamenti specifici: grande apertura commerciale – con la sigla di accordi di libero scambio –; approccio ortodosso dal punto di vista macroeconomico, indipendentemente dal governo di turno e dal suo orientamento politico, con grande attenzione alla stabilità monetaria e al controllo dell’inflazione; certezza del diritto e tassi di crescita oltre la media del continente. Siamo parlando dell’area più dinamica dell’America Latina e, come hanno titolato i principali settimanali economici, con il miglior contesto per fare impresa (secondo il rapporto Doing Business della Banca Mondiale, proprio la Colombia e il Perù hanno recentemente superato il Cile come masters della regione).

Nonostante il rallentamento dell’Asia, in primis della Cina – bulimico consumatore di materie prime della regione – il crollo del prezzo delle commodities e la politica monetaria statunitense che agisce sui livelli di prestito e sui trasferimenti esteri, Cile, Perù e Colombia sono ancora le “tigri dell’America latina”. Con il Messico, integrano l’Alleanza del Pacifico, un accordo siglato nel 2012 per un sistema di libero scambio che include 250 milioni di consumatori e i cui soci rappresentano un terzo del prodotto interno lordo dell’America latina.

Ma non basta. Esclusa per ora la Colombia, i paesi dell’Alleanza fanno ormai parte del Trans-Pacific Partnership, TPP, un mega accordo commerciale siglato da 12 paesi della conca del Pacifico (Stati Uniti, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam) che rappresentano il 40% dell’economia mondiale e il 33% del suo commercio. Un accordo che si candida a cambiare la storia dell’economia e del commercio dell’intero pianeta. La vocazione al rialzo, d’altra parte, non è nuova. Cile, Colombia e Perù arrivano da anni di sviluppo straordinario: il triennio 2010-2013 li ha visti superare anche le più rosee aspettative, con il Cile che in tre anni è cresciuto del 17,1%, la Colombia del 14,6% e il Perù addirittura del 21%. I dati aggiornatissimi stilati dalla Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’America Latina (CEPAL), sebbene suggeriscano un generale rallentamento – dovuto per lo più a fattori esogeni – evidenziano dati ancora importanti e comunque in crescita: il Cile ha previsioni per il 2015 del 2,1% (con una proiezione per il 2016 al 2,5%) mentre il Perù dovrebbe tenere un ritmo di crescita del 2,7% con un aumento di 0,7% per il 2016 (3,4%). Ancora meglio la Colombia che parte da un 2,9% per il 2015 e che dovrebbe poter arrivare al 3,15% nell’anno prossimo.

Non è tutto oro, ovvio. Cile, Colombia e Perù presentano punti di debolezza inequivocabili, in primis alti tassi di povertà e di disuguaglianza nella distribuzione del reddito. In Colombia, la povertà riguarda ancora il 30,7% della popolazione, in Perù il 22,7%. Nonostante le performance economiche menzionate, queste criticità restano ancorate a livelli pre-boom a dimostrazione che non sempre alla crescita economica si accompagna lo sviluppo. Il coefficiente di Gini (dove 0 indica uguaglianza massima e 1 disuguaglianza totale) della Colombia, per esempio, è stato 0,538 nel 2014, 14° paese per disuguaglianza tra i 134 osservati dal Pnud (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo). Il Cile, con 0,503, ha fatto registrare il peggior risultato tra i 34 paesi membri dell’OCSE.

Altra criticità ancora presente è quella di avere un export poco diversificato e concertato soprattutto sulle commodities; è presente, inoltre, un deficit infrastrutturale ancora importante e la necessità di migliorare il capitale umano (l’istruzione è al centro dell’agenda politica di tutti i tre i governi); alti poi i livelli di corruzione, male endemico dell’America Latina che risulta via via meno tollerabile quanto più nei diversi paesi si fa strada una classe media mediamente più colta, responsabile ed esigente.

I tre paesi si trovano, in ogni caso, in una fase importante della loro crescita, ad un crocevia in cui è in atto un aggiornamento del paradigma produttivo e del profilo di sviluppo. Il mantra è, in ogni caso, diversificare per continuare a crescere e per garantire i livelli di reddito necessari alle riforme strutturali che sono urgenti e improcrastinabili, come visto. In questo senso, il mix di investimenti pubblici e privati dovrebbe essere orientato ad aumentare la capacità e l’innovazione produttiva oltre che la competitività. Attivare gli investimenti pubblici e attrarre quelli privati affinché siano motori di crescita virtuosa richiede, inoltre, che siano collegati a fonti di finanziamento costanti e genericamente stabili e tutto questo deve prevedere riforme fiscali in linea con le nuove esigenze e in un’ottica di medio/lungo periodo. A tutto questo va aggiunta una gestione “virtuosa” delle somme erogate che preveda strumenti di lotta alla corruzione così come meccanismi di trasparenza e rendicontazione pubblica. Ultima ma non ultima misura, sarà il miglioramento qualitativo dell’istruzione pubblica a marcare il passaggio di una fase su cui si misureranno le classi dirigenti nel prossimo decennio: l’istruzione quale potente motore di uguaglianza e di ascesa sociale, sempre più strumento di trasformazione strutturale del sistema.

Parliamo, a ben vedere, di sfide epocali che non riguardano solo l’America Latina ma l’intero pianeta e sulle quali la missione che parte venerdì si inserisce a pieno titolo. Soprattutto se ricordiamo le parole che il Presidente Renzi pronunciò in occasione della Settima Conferenza Italia-America latina del giugno scorso quando chiese agli omologhi latinoamericani presenti di “provare ad andare insieme incontro al futuro, sapendo che abbiamo tanti valori non solo da difendere ma da condividere”. Questa missione traduce in fatto politico quella bella dichiarazione.

E venendo proprio alla parte politica, la visita in Colombia e quella a Cuba dimostrano un tempismo straordinario. Il Governo colombiano ha appena annunciato che il 23 marzo 2016 siglerà l’accordo di pace con le Farc, la guerriglia che da più di cinquanta anni insanguina il Paese nell’unica guerra civile ormai rimasta nel continente. Dopo negoziati basati su un’agenda con sei punti all’ordine del giorno – dalla promozione dello sviluppo agricolo integrale alla partecipazione politica delle Farc; dalla definizione dei termini del cessate il fuoco fino al dossier del narcotraffico e alla giustizia e al risarcimento delle vittime – lo scorso 23 settembre il Presidente Juan Manuél Santos e il leader delle Farc Rodrigo Londoño, nome di battaglia Timoschenko – grazie ai buoni uffici della Santa Sede – si sono dati sei mesi per chiudere l’ultimo conflitto del continente americano, in sostanza per chiudere con la guerra fredda poiché il prossimo trattato di pace in Colombia rappresenterà non soltanto la fine di una stagione di più di mezzo secolo di lutti e tragedie, ma l’epilogo della storia politica latinoamericana del Novecento.

Il momento è quindi dei più propizi per una visita in Colombia anche per l’incertezza di cui è ammantato l’esito del processo. Se la fine della guerra civile con le Farc e il ritorno della pace in tutta la Colombia sono un risultato politico festeggiato all’estero, il referendum confermativo dell’accordo non ha un esito scontato proprio alla luce di quei lutti e di quelle tragedie che la guerra ha portato con sé e delle rotture politiche che il processo ha comportato anche all’interno della coalizione di governo. Parliamo di 220mila morti, di più di 7 milioni di persone colpite a vario titolo dalla guerra, e di intere regioni del Paese in mano alla guerriglia e sottratte al controllo dello Stato. Un recente sondaggio pubblicato dal settimanale Semana conferma che gli ultimi 50 anni hanno lasciato un segno profondo: se il 46% degli intervistati si dice ottimista sul processo di pace, permane intatta la sfiducia nei confronti delle Farc con il 67% che si dice certo che i guerriglieri non manterranno gli impegni presi. Insomma, nulla è scontato ed è per tutto questo che una visita di stato del Presidente del Consiglio a sostegno degli accordi già conclusi e, in generale, della pace può essere un’importante iniezione di fiducia per un Paese che si trova davvero a un crocevia politico della propria storia.

E, infine, la visita a Cuba. Nell’ultimo anno, la storia dell’isola dei fratelli Castro ha meritato spesso i titoli sui giornali. Ripercorriamo, in estrema sintesi, le tappe degli avvenimenti. L’avvio di colloqui “segreti” in Canada con la mediazione del Governo di Ottawa e della Santa Sede; la prima storica stretta di mano tra il Presidente Barak Obama e Raúl Castro in occasione del funerale di Nelson Mandela; le lettere inviate da Papa Bergoglio ai due leaders e, lo scorso 17 dicembre, l’annuncio breaking news del “todos somos americanos” e del “dishelo” con Washington. Due discorsi fatti in contemporanea, con parole che hanno cambiato la storia di un continente. Siamo nel 2015 quando al Vertice delle Americhe a Panamà si tiene il colloquio tra il cancelliere Bruno Rodriguez e il Segretario di Stato John Kerry, prima della telefonata notturna tra i due leaders, e dello storico “faccia a faccia”. E poi lo scorso 29 maggio, arriva l’atto con il quale Cuba viene cancellata dalla lista nera dei paesi (in cui c’è l’Iran) che sponsorizzano il terrorismo, atto che anticipa di due mesi la riapertura delle rappresentanze diplomatiche che sancisce giuridicamente il riavvio delle relazioni diplomatiche e che costituisce l’ultima tappa per la normalizzazione dei rapporti tra i due governi.

Il Presidente del Consiglio arriva quindi nell’isola in un momento politico ed economico cruciale. Raúl Castro con la sua “actualizaciόn” del socialismo sta dimostrando al mondo che cambiare si può, partendo magari dal commercio, con l’apertura al business internazionale quale volano di un progetto paese che avrà ripercussioni sulla crescita economica e sull’assetto infrastrutturale non solo dell’isola ma dell’intera regione. Pensiamo, ad esempio, al ruolo che potrà assumere “la zona speciale di sviluppo del Mariel”, il porto dove si svilupperanno i settori delle energie rinnovabili, della biotecnologia, dell’industria farmaceutica e agroalimentare, delle telecomunicazioni e della informatica. Pensiamo a quanto l’imprenditoria italiana può lì cooperare e apportare valore aggiunto con il suo know-how e le sue eccellenze. Ma quel che è più importante, pensiamo a quanto arrivare a Cuba in questo momento significhi scommettere sul futuro dell’isola e lavorare concretamente perché il processo di cambiamento portato avanti da Raúl Castro diventi davvero irreversibile.

NOTE:

Francesca D'Ulisse è Responsabile per l'America Latina del Partito Democratico.


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