Gerusalemme Est come microcosmo del conflitto israelo-palestinese: politiche israeliane ed elementi di criticità Gerusalemme Est come microcosmo del conflitto israelo-palestinese: politiche israeliane ed elementi di criticità
In questi giorni la cronaca di quella che da molti commentatori internazionali viene definita la Terza Intifada sta catturando una crescente attenzione e pone... Gerusalemme Est come microcosmo del conflitto israelo-palestinese: politiche israeliane ed elementi di criticità

In questi giorni la cronaca di quella che da molti commentatori internazionali viene definita la Terza Intifada sta catturando una crescente attenzione e pone l’esigenza di fare delle riflessioni su una nuova ed ennesima pagina di violenze. Lasciando a margine il dibattito sul se gli eventi in corso costituiscano o meno una nuova Intifada ed un eventuale confronto con quelle del 1987 e del 2000, ciò che si desidera mettere in luce in questa sede è la situazione a Gerusalemme, epicentro degli eventi attuali, luogo simbolo che custodisce elementi identificativi del patrimonio religioso e culturale di entrambi i popoli. Ma soprattutto contenitore di analisi che presenta una serie di elementi di carattere politico e geopolitico che sintetizzano efficacemente alcune dinamiche chiave che connotano il conflitto israelo-palestinese.

Da un punto di vista storico, Gerusalemme Est venne annessa da Israele in seguito alla Guerra dei sei giorni, conflitto che sancì il passaggio sotto il controllo israeliano anche di Gaza, della Cisgiordania e delle Alture del Golan. Prima di questa data, a partire dal 1948, Gerusalemme era divisa in due parti: la parte ovest sotto il controllo israeliano; la parte orientale, più piccola in termini di estensione, sotto il controllo della Giordania, che lo esercitava anche sulla Cisgiordania. Il 30 luglio 1980, il Parlamento israeliano approvò la Jerusalem Law, che certificava unilateralmente la natura della città quale capitale “unita ed indivisibile” dello Stato di Israele.

La “città santa” ha rappresentato in modo costante, ed è tutt’oggi, uno dei nodi più spinosi dei negoziati diplomatici, il “processo di pace” inaugurato agli inizi degli anni Novanta. La comunità internazionale non ha mai riconosciuto la sovranità israeliana su Gerusalemme Est che, al contrario, è designata quale capitale potenziale di un futuro stato palestinese con Israele considerato “occupying power”. A partire dall’annessione di Gerusalemme Est da parte del governo israeliano, in diverse occasioni il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale dell’ONU si sono espressi non riconoscendo i cambiamenti demografici e territoriali imposti unilateralmente da Israele. Con la risoluzione 252 del 1968, il Consiglio deliberò che “tutte le misure amministrative, legislative e le azioni intraprese da Israele, incluse l’espropriazione di terra e proprietà che tendono a modificare lo status di Gerusalemme sono non valide e non possono modificare il suo status”. Israele, di conseguenza, fu chiamato ad “annullare tutte le misure già prese e di desistere dall’adottare ulteriori azioni che tendano a cambiare lo status di Gerusalemme”. Nel 1980, dopo l’adozione della Jerusalem Law, il Consiglio di Sicurezza, attraverso la risoluzione 478, ribadì come tutte le azioni rivolte alla modifica dello status della città fossero nulle, invitando gli Stati che avevano stabilito missioni diplomatiche a Gerusalemme di ritirarle. Nel dicembre dello stesso anno, l’Assemblea Generale affermò che Israele stava violando il diritto internazionale e la IV Convenzione di Ginevra. Tale posizione di condanna sarà reiterata dall’organo plenario più volte negli anni successivi.

Nella municipalità di Gerusalemme risiedono circa 300.000 palestinesi, che costituiscono il 36% della popolazione totale della città. I palestinesi hanno lo status di “residenti permanenti”, non una vera cittadinanza, che limita in modo sostanziale il godimento di diritti civili e di spostamento. Ad esempio, a differenza di una piena cittadinanza, la residenza permanente non può essere trasferita ai figli, con la conseguenza che, stando a quanto stimato dalle Nazioni Unite1, nel 2013 circa diecimila bambini palestinesi non erano registrati ufficialmente. Secondo dati dell’ UN-OCHA2, (United Nations Office for Coordination of Humanitarian Affairs), dal 1967 “ad almeno 14.000 palestinesi di Gerusalemme Est è stata revocata la residenza. Il 35% della terra è stata confiscata per la costruzione di insediamenti israeliani; i palestinesi possono costruire solo sul 13% del territorio; almeno un terzo delle abitazioni palestinesi nella parte orientale della città sono prive di un permesso israeliano, di solito difficile da ottenere, fatto che pone oltre 90.000 residenti a rischio di espropriazione. Dal 1967, le autorità israeliane hanno demolito circa 2000 abitazioni a Gerusalemme Est”. Lo status giuridico della città e le relative politiche israeliane di inglobamento producono inevitabilmente delle ripercussioni sul piano economico e sociale della popolazione palestinese che vi risiede. Secondo un rapporto della Association for Civil Rights in Israel3 del maggio 2015,

per almeno cinquant’anni, le autorità israeliane – incluso il comune di Gerusalemme – si sono astenute dall’investire fondi adeguati nei quartieri palestinesi ed hanno anzi imposto restrizioni sullo sviluppo di Gerusalemme Est come unità urbana al servizio dei palestinesi”. Da tale approccio, prosegue il report, deriva un “mercato del lavoro che non soddisfa l’ampiezza della popolazione, aree industriali estremamente limitate ed un sistema educativo indebolito”. Ancora, “negli ultimi anni il livello di povertà a Gerusalemme Est è peggiorato ulteriormente. Nel 2006, il 64% dei palestinesi a Gerusalemme viveva al di sotto del livello di povertà e nel 2013 la percentuale è aumentata raggiungendo il 75,4%.

Il Muro di Separazione – iniziato a costruire da Israele nel 2002 e considerato “contrario al diritto internazionale” dalla Corte Internazionale di Giustizia in un parere del luglio 2004 – comporta, secondo l’UNCTAD4 (United Nations Conference on Trade and Development) che “circa 55.000 palestinesi di Gerusalemme (un quinto della popolazione palestinese di Gerusalemme Est sono ora fisicamente separati dal centro della città a causa della barriera, 2900 famiglie sono state evacuate e 9100 dunum di terra confiscati per permetterne la costruzione”. I residenti delle aree coinvolte “hanno bisogno ora di passare attraverso checkpoint, spesso sovraffollati, con ritardi significativi nei tempi di percorrenza, nell’accesso ai servizi sanitari, di istruzione ed altri ai quali hanno diritto in quanto residenti di Gerusalemme”.

La situazione a Gerusalemme è esemplificativa dei fattori che connotano il conflitto, in cui gli sviluppi diplomatici e “l’elasticità” della comunità internazionale agli eventi, nonostante i pronunciamenti formali, sono superati in modo perentorio e netto da quelli che intervengono sulla geografia stessa del territorio e dalle politiche israeliane. L’attuale “Intifada dei coltelli”, in risposta alla quale Israele ha posto in essere il blocco dei quartieri arabi di Gerusalemme, porterà presumibilmente ad un ulteriore giro di vite della politica di Israele nei Territori Occupati, in assenza di un intervento concreto della comunità internazionale.

NOTE:

Diego Del Priore è ricercatore associato del programma di ricerca "Nordafrica e Vicino Oriente" dell' IsAG

1UNCTAD, The Palestinian Economy in East Jerusalem: Enduring Annexation, Isolation and Disintegration", 2013, Disponibile al seguente link: http://www.un.org/depts/dpa/qpal/docs/2014Ankara/P2%20MAHMOUD%20ELKHAFIF%20gdsapp2012d1_en.pdf 2East Jerusalem: Key Humanitarian Concerns, OCHA, August 2014, https://www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_jerusalem_factsheet_august2014_english.pdf 3East Jerusalem: Facts and Figures 2015, The Association for Civil Rights in Israel, https://www.acri.org.il/en/2015/05/12/ej2015/ 4UNCTAD, Op. Cit., 2013.


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