Le elezioni in Tanzania e il futuro di Zanzibar Le elezioni in Tanzania e il futuro di Zanzibar
Il 25 ottobre 2015 la popolazione della Tanzania è stata chiamata alle urne per la quinta volta nella sua storia. Nelle precedenti quattro tornate... Le elezioni in Tanzania e il futuro di Zanzibar

Il 25 ottobre 2015 la popolazione della Tanzania è stata chiamata alle urne per la quinta volta nella sua storia. Nelle precedenti quattro tornate elettorali il partito di governo è sempre riuscito ad ottenere la vittoria anche se, secondo le denunce delle opposizioni, ricorrendo a brogli e manomissioni delle schede elettorali. L’importanza delle elezioni di ottobre va ricercata nella corsa all’ultimo voto tra il partito di governo e la coalizione di opposizione, l’UKAWA.

Un eventuale passaggio di poteri, dopo cinquant’anni di governo, sarebbe stato un’incognita importante sia per la stabilità del paese che per quella regionale. Considerate le richieste di indipendenza di Zanzibar, arcipelago a forte maggioranza musulmana, e la presenza di Al-Shabaab nel vicino Kenya e in alcune regioni del Nord della Tanzania, un’eventuale instabilità delle istituzioni avrebbe garantito terreno fertile per una deriva estremista o quantomeno per un’espansione dei movimenti radicali musulmani, in un paese a maggioranza cristiana. Dopo uno sguardo generale al contesto storico-politico del paese ed una descrizione della cornice elettorale, sarà più agevole analizzare gli esiti del voto e scandagliare i possibili scenari futuri che attendono il Paese.

La Repubblica Unita di Tanzania è uno dei pochi Stati africani a poter vantare il prestigioso attributo di stabilità dovuta all’assenza di colpi di Stato in un sistema monopartitico. Fin dal 1964, anno dell’Unione con l’arcipelago di Zanzibar, non si sono infatti verificati cambi al vertice caratterizzati da golpe militari o movimenti insurrezionali. Per essere più precisi, in realtà, il partito al governo del Paese non è mai variato, impiantando un sistema longevo e duraturo che ormai è già entrato nel suo cinquantesimo anno di età. L’architettura politica tanzaniana è basata su pesi ed equilibri miranti a concedere una notevole autonomia politica all’arcipelago di Zanzibar, il quale può eleggere il suo Presidente, a capo del Governo Rivoluzionario di Zanzibar, e la sua Assemblea chiamata Consiglio Rivoluzionario. Il Presidente di Zanzibar ricopre anche la carica di uno dei due vicepresidenti del Governo della Repubblica Unita di Tanzania.

Per quanto riguarda la potestà legislativa, l’Assemblea dell’arcipelago deve accontentarsi delle materie di competenza residuale, vale a dire che può legiferare solamente su materie che non sono di competenza del Governo Centrale. Fino al 1992 l’arena politica fu composta solamente da due partiti, in realtà uno solo: il TANU – Tanganyka African National Union – per il Tanganyika ed il suo omologo ASP – Afro-Shirazi Party – per l’arcipelago di Zanzibar1. L’Articles of Union2 disponeva il monopartitismo ma non precisava se ci fosse o meno la possibilità di un partito unico per ogni anima dell’Unione per cui, nel 1977, dopo un sondaggio popolare, i due partiti si unirono dando vita al Chama Cha Mapinduzi (CCM) – “Partito della Rivoluzione”.

Il passaggio dal monopartitismo ad un sistema con più formazioni politiche avvenne per iniziativa governativa, quando nel 1991 il nuovo presidente Ali Hassan Mwinyi formò una commissione che preparasse un emendamento della Costituzione3. La “democratizzazione dall’alto” si basò sul fatto che, dopo molti anni di ampliamento dell’istruzione e dell’educazione civica e politica, i tanzaniani erano ormai divenuti pronti ad affrontare una competizione elettorale multipartitica. Il 1995 fu l’anno in cui furono tenute le prime elezioni generali, caratterizzate dallo scontro tra il CUF (Civic United Front), il principale partito d’opposizione, ed il CCM. Da quel momento in poi il voto divenne la prova più dura per la stabilità dell’Unione in quanto, dopo ogni tornata elettorale, i partiti di opposizione accusavano il CCM, uscitone sempre vincitore, di brogli e di manomissioni delle schede elettorali. Non sono mancate infatti manifestazioni popolari di protesta, a volte anche violente, che sono state costantemente placate dalle forze di polizia.

Da uno studio del governo statunitense4 del 2005 emerge che il 62% dei tanzaniani professa la fede cristiana, il 35% quella musulmana ed il 3% segue altre religioni. Invece, nell’arcipelago di Zanzibar circa il 97% della popolazione è di fede musulmana, mentre il rimanente 3% comprende soprattutto cristiani ed induisti. La Costituzione dell’Unione garantisce la libertà religiosa, diritto che viene salvaguardato anche nella pratica politica ma comunque sempre nell’ambito di uno Stato laico. A Zanzibar la globalizzazione e l’afflusso di capitali hanno portato ad una sovrapposizione di culture contrastanti, con il turismo di massa da una parte e gli afflussi di capitale dagli Stati del Golfo dall’altra. Ma se da una parte lo stile di vita dei turisti e la loro interazione con la popolazione locale contribuisce a radicare i valori occidentali, dall’altra le Scuole islamiche riformiste, finanziate dagli Stati del Golfo, si fanno propositrici del ritorno ai valori musulmani tradizionali.

Il riformismo islamico va in direzione di due direttive principali: nel Tanganyika esso è diretto contro la cultura cristiana mentre a Zanzibar va a contrastare i cosiddetti musulmani “munafik“, vale a dire i musulmani che non rispettano tutti i precetti dell’Islam, ed il misticismo dei sufi. Lo sviluppo dell’istruzione è stato una tappa fondamentale per il riformismo islamico, infatti molti ormai conoscono l’arabo e sono capaci di interpretare il Corano. Altro passaggio importante è stato la liberalizzazione politica che ha permesso la creazione di molte ONG islamiche, tra cui quella più di successo è UAMSHO, letteralmente “il risveglio”. Essa lotta per la piena autonomia dell’arcipelago di Zanzibar dalla Repubblica Unita di Tanzania ed ha guadagnato popolarità nel 2011, quando il CUF di Zanzibar ha deciso di supportare un governo di unità nazionale assieme al CCM. Questa decisione fu aspramente criticata dagli esponenti di UAMSHO e anche dalla maggioranza degli abitanti dell’arcipelago che, da quel momento in poi, hanno iniziato a sostenere l’organizzazione.

Il leader di UAMSHO, Sheikh Farid Hadi Ammed, ha inoltre proposto un “dress code” per i turisti, restrizioni al consumo di alcool ed uno Stato indipendente basato sulla Sharia. La retorica anti-governativa del gruppo, condita dalla nostalgia per il Sultanato di Zanzibar, ha attirato l’attenzione dei servizi di intelligence dei paesi occidentali, preoccupati anche delle richieste di espulsione dall’arcipelago degli stranieri e dagli stretti legami di alcuni leader del gruppo con Al-Shabaab6. A prima vista, la Tanzania sembra un paese chiaramente diretto verso una prospettiva di crescita economica, con un tasso di incremento del PIL stabilmente intorno al 7%7 . Ma, a dispetto di questi impressionanti dati macroeconomici, la distribuzione del benessere è estremamente inadeguata ed il tasso di povertà rimane molto alto. Il Chama Cha Mapinduzi, che ha continuato a dominare lo spazio politico, ha disatteso le sue promesse di prosperità prolungando la rampante corruzione mentre due terzi della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Per questi motivi le elezioni del 2015 sono state vissute con un alto grado di aspettative, con molti commentatori che si riferivano ad esse come alle prime realmente competitive. Quattro partiti di opposizione – il Chama Cha na Maendeleo (CHADEMA), il CUF, il National Convention for Construction and Reform (NCCR) e la National League for Democracy (NLD) – hanno infatti formato una coalizione chiamata “UKAWA”, a sostegno di un unico candidato, Edward Lowassa, per sfidare il CCM ed il suo candidato John Magufuli. Dopo una lunga carriera a servizio del CCM ed in seguito alla decisione del suo partito di non candidarlo per le presidenziali, Edward Lowassa ha deciso di effettuare un cambio di rotta ed uscire dal partito di governo. Le opposizioni, nonostante lo avessero criticato lungamente in seguito ad un processo per corruzione, lo hanno accolto nelle loro fila al fine di stipulare un matrimonio di convenienza che forniva a Lowassa un’opportunità per la carica di Presidente ed alle opposizioni legittimazione e credibilità.

La campagna elettorale è stata caratterizzata da grandi seguiti di folla per entrambi i candidati mentre, per quanto riguarda il web ed i social network, il sostegno della parte più giovane del paese era rivolto al candidato dell’UKAWA. Se per il “mainland” della Tanzania la richiesta di cambiamento è stata comunque legata all’omogeneità culturale della popolazione ed alla continuità del sistema politico per ambo gli schieramenti, per quanto riguarda l’arcipelago semi-autonomo di Zanzibar le elezioni del 25 ottobre potevano rappresentare un punto di svolta storico. A Pemba ed Unguja, infatti, il principale tema di confronto elettorale tra il CCM ed il CUF è stato l’assetto istituzionale dell’arcipelago nei confronti del resto dell’Unione. Il partito di governo si è battuto in favore del mantenimento dello status quo mentre l’opposizione si è legata alle richieste di maggiore autonomia, con la sua frangia più estrema propensa per una rottura con l’Unione e per il ritorno del Sultano deposto nel 1964, attualmente in esilio a Portsmouth.

Nelle precedenti elezioni del 2010 il CCM è riuscito a mantenere il potere a Zanzibar grazie al 50,1% delle preferenze, un risultato considerato dalle opposizioni e da molti osservatori come il frutto di manipolazioni. In effetti, a scapito della minima differenza di 2.500 voti, le schede annullate sono state insolitamente elevate, circa 6.1008 . L’aspra competizione elettorale nell’arcipelago e le accuse di brogli nei confronti del CCM hanno sempre dato seguito a rimostranze violente, con gli episodi peggiori fatti registrare nel 2000, quando più di quaranta zanzibarini furono uccisi dalle forze di sicurezza durante una protesta. Considerato questo contesto, la sfida tra Ali Mohamed Shein, attuale presidente di Zanzibar, e Seif Sharif Hamad – candidato del CUF già dalle elezioni del 1995 – si è caricata di importanza in seguito alle dichiarazioni dell’opposizione, che non avrebbe accettato il risultato del voto se questo non fosse stato “fair and free“.

Il problema dell’assetto istituzionale e di alcuni meccanismi insiti al sistema era già stato sollevato in precedenza anche a livello nazionale, con l’indizione di un referendum previsto per aprile 2015 ma in seguito posticipato per carenza di fondi e per l’importanza primaria delle elezioni generali di ottobre. L’oggetto della consultazione avrebbe dovuto riguardare la struttura federale del sistema, la diminuzione di poteri del Presidente e, di vitale importanza per i meccanismi di voto, l’indipendenza delle Commissioni Elettorali. Proprio quest’ultimo punto è stato oggetto di forte critica da parte delle opposizioni, in quanto sia la National Electoral Commission – NEC – che la Zanzibar Electoral Commission – ZEC – sono composte da membri di nomina presidenziale, caratteristica che riduce in maniera significativa la trasparenza del controllo elettorale, soggetto a membri nominati dal partito al potere.

Mentre le proiezioni pre-elettorali preventivavano una probabile vittoria del CCM nel “mainland” della Tanzania, per quanto riguarda Zanzibar era pronosticata una potenziale vittoria delle opposizioni. Il voto del 25 ottobre, nonostante queste fossero le elezioni più competitive nella storia del paese, ha probabilmente rispettato le previsioni. A due settimane di distanza dalla chiusura delle urne è ancora necessario beneficiare del dubbio, in quanto l’unica certezza è la vittoria del candidato del CCM nella corsa alla presidenza dell’Unione, dove Magufuli si è imposto su Lowassa con il 58,46% dei voti9 .

Per quanto riguarda l’arcipelago di Zanzibar, le elezioni sono state annullate dal Presidente della Zanzibar Electoral Commission e rinviate a novanta giorni. Tralasciando il risultato nazionale, definito trasparente e corretto anche da molti osservatori internazionali, è necessario fare un passo indietro e analizzare gli avvenimenti che hanno seguito la chiusura delle urne nell’arcipelago.

Il giorno successivo alle elezioni Seif Sharif Hamad, candidato del CUF, ha organizzato una conferenza stampa proclamando la sua vittoria che, secondo i dati non ufficiali raccolti dal suo partito, gli era garantita dal 53% delle preferenze e che inoltre, a fronte delle esperienze elettorali precedenti, “would not concede defeat if robbed my victory11 – non avrebbe ammesso la sconfitta se la sua vittoria fosse stata rubata. A prescindere dalle argomentazioni sull’opportunità politica di tali proclami, va notato che la possibilità di una vittoria delle opposizioni, sulla base degli “exit poll”, era tutt’altro che remota. In effetti, poche ore prima dell’invalidazione delle elezioni, la Zanzibar Electoral Commision aveva pubblicato sul suo sito web dei risultati parziali, i quali si discostavano di poco da quelli annunciati in conferenza stampa dal CUF.

Oltre a questo, a sostegno della loro probabile vittoria, si può notare che la trasmissione dei dati parziali si è limitata solamente a quelli relativi all’isola di Unguja, dove ci poteva essere un’effettiva competizione. I dati relativi alle sezioni dell’isola di Pemba, roccaforte delle opposizioni, dove nelle precedenti elezioni esse avevano ottenuto circa l’80%12, non erano stati ancora trasmessi. In questo clima, il 28 ottobre, si inserisce la dichiarazione di invalidazione delle elezioni che sarebbero state ripetute entro novanta giorni. Nel suo comunicato, il Presidente della ZEC, Jecha Salum Jecha, accusava gli altri sei membri della commissione di essere “partigiani” e di essere colpevoli di numerose irregolarità: esiti gonfiati, interferenza con il voto ed incitamento alla violenza13.

Prima della dichiarazione, il commissario Abudlhakim Ali Issa è stato arrestato mentre era in procinto di diffondere i risultati delle sezioni rimanenti. Come si può notare dal grafico14, la Zanzibar Electorgrafico articolo elezioni tanzaniaal Commission, considerata non imparziale perché di nomina presidenziale, gode di meno fiducia che qualsiasi altra istituzione governativa o partito politico.

Una volta presi in esame i trascorsi storici legati al passaggio al multipartitismo e dopo aver passato al setaccio le vicende legate al voto di ottobre, con un occhio di riguardo all’instabilità dell’arcipelago di Zanzibar, si possono prospettare degli scenari futuri. Perseguendo tale obiettivo bisogna anzitutto premettere due considerazioni, una di livello nazionale ed una di livello internazionale.

Per ciò che concerne il livello nazionale, va presa per certa la vittoria del Chama Cha Mapinduzi per quanto riguarda l’Unione, in quanto Magufuli ha già ricevuto l’attestato di vittoria da parte della National Electoral Commission. Questo dato non può essere contestato visto che il suo successo era preventivato sia dai sondaggi che dagli osservatori internazionali, i quali, tra l’altro, non hanno riscontrato irregolarità nel voto riguardante il “mainland”. In questo contesto la richiesta della coalizione dell’UKAWA che, cavalcando l’onda della protesta di Zanzibar, si sta battendo per una riconta a livello nazionale15, non deve destare preoccupazioni poiché andrebbe inquadrata in un’ottica di dichiarazione politica necessaria per mantenere l’appoggio morale dei suoi elettori.

Al contrario, l’escalation di violenze a Zanzibar non è un fuoco di paglia. Il 30 ottobre Seif Sharif Hamad ha imposto alla ZEC ed al governo dell’Unione una sorta di ultimatum: «la nostra gente è stata disciplinata ed ha ascoltato i nostri appelli alla calma perché credono che i loro leader stanno lavorando per trovare una soluzione. Ma se entro 1 novembre non si sarà trovata una soluzione noi ci tireremo indietro e lasceremo fare a questa gente ciò che crede»16 .

Quella del CUF, invece, non può essere considerata una dichiarazione di facciata in quanto lo stesso giorno sono stati ritrovati due dispositivi esplosivi improvvisati a Stone Town, quartiere centrale di Zanzibar. Essi sono stati fatti brillare dalla polizia senza causare vittime né feriti ma, proprio per questo, il gesto deve essere considerato come un chiaro avvertimento: le opposizioni, o le organizzazioni a loro collegate, faranno il possibile per garantire che il volere della gente venga rispettato.

La seconda premessa necessaria riguarda le influenze internazionali sugli avvenimenti interni. Come noto, il continente africano possiede delle grandi riserve e giacimenti di risorse naturali e la Tanzania non fa eccezione. È molto probabile infatti che, nel breve periodo, il paese diventerà il centro dell’attenzione globale per ciò che riguarda le nuove forniture di gas. Nel 2010 sono state intraprese profonde esplorazioni che hanno portato alla scoperta di significanti quantitativi di gas naturale, sia nell’area continentale che nelle profondità marine, reperimento che ha permesso di organizzare la “2nd Oil & Gas Africa Exhibition & Conference” per giugno 2016 a Dar Es Salaam17. L’evento sarà il fulcro per l’industria petrolifera e del gas naturale e attirerà le aziende più importanti a livello mondiale le quali, sicuramente, faranno pesare i loro interessi.

I colossi delle risorse energetiche, spalleggiati dagli interessi nazionali dei loro governi di riferimento, a fronte di operazioni commerciali di miliardi dollari, richiederanno – o hanno già richiesto – un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla stabilità. La vittoria delle opposizioni a Zanzibar avrebbe portato alla realizzazione di una maggiore autonomia dell’arcipelago, o addirittura ad una secessione: è lecito chiedersi dunque se questo avesse potuto garantire la stabilità necessaria a degli investimenti di quella portata.

A questo punto, fatte le giuste premesse, vanno considerati tre scenari possibili:

  1. In questi 90 giorni precedenti le nuove elezioni dell’arcipelago, il CUF ed il CCM troveranno un accordo politico e di responsabilità che conceda maggiore autonomia operativa al Governo Rivoluzionario di Zanzibar, garantendo però, allo stesso tempo, una transizione indolore e l’isolamento del radicalismo, sia quello indipendentista che quello musulmano. In questo modo sarebbe garantita la stabilità nazionale e regionale, sarebbero soddisfate le richieste delle opposizioni a Unguja e Pemba e l’Unione si assicurerebbe ugualmente la preminenza ed il controllo su Zanzibar.
  2. Il Chama Cha Mapinduzi, sostenuto dalla Presidenza dell’Unione, protrarrà i suoi tentativi di mantenimento del potere a Zanzibar, continuando a manipolare i risultati elettorali o trovando un modo per non indire le elezioni, proseguendo con un governo “ad interim”. Si renderebbe necessaria una forte azione repressiva delle forze di sicurezza per garantire stabilità all’autorità politica, scatenando gli elementi più radicali ed offrendo terreno fertile all’estremismo islamico già presente in Kenya, a poche centinaia di chilometri dall’arcipelago. La sicurezza della maggioranza cristiana della popolazione del “mainland” sarebbe sacrificata, vista la probabilità di attentati terroristici.
  3. Le elezioni si svolgeranno regolarmente ed il partito di opposizione prenderà il potere senza un accordo preventivo per l’avvicendamento al vertice.

Questo sarebbe sicuramente lo scenario con più incertezze. Non si può sapere quale fazione del CUF riuscirà a prevalere e nemmeno a che livello il riformismo islamico riuscirà ad imporsi sulle istituzioni locali. La transizione potrebbe lo stesso essere pacifica e portare solamente a delle riforme per l’autonomia dell’arcipelago ma, allo stesso modo, potrebbe prevalere la parte radicale delle opposizioni che porterebbe ad una secessione di Zanzibar ed all’istituzione di uno Stato Islamico, sul modello del Sultanato precedente all’Unione.

A prescindere dallo scenario futuro si possono già riscontrare delle significative differenze nell’atteggiamento dell’opposizione nei confronti dell’esito delle urne. Un esempio significativo è fornito dal comportamento del leader del CUF in seguito alla sconfitta elettorale della precedente tornata elettorale. La notte del 1 novembre 2010 vide verificarsi un evento di forte rilievo: dopo che la Zanzibar Electoral Commission aveva annunciato la vittoria di Ali Mohammed Shein, il candidato del CCM, dopo un risultato elettorale controverso caratterizzato da uno scarto minimo e dubbi di brogli, Seif Sharif Shein – candidato del CUF presente egli stesso all’annuncio della ZEC – accettando la sconfitta si era recato da Shein dandogli un abbraccio di congratulazioni. Allo stesso modo, la controversa decisione della Commissione Elettorale di annullare le elezioni rappresenterà una pagina importante per il paese: resta dunque da vedere se l’epilogo sarà lieto, come nel 2010, oppure se si verificheranno nuovi scenari di tensione.

NOTE:

Antonino Munafò è stagista del programma di ricerca "Africa e America Latina" dell'IsAG.


1. T. Burgess, Remembering Youth: Generation in Revolutionary Zanzibar, in “Africa Today”, pubblicato da Indiana University Press, Vol. 46, No. 2, 1999.
2. “Articles of Union”, Costituzione della Repubblica Unita di Tanzania.
3. R.R. Haule, Torturing the Union? An Examination of the Union of Tanzania and its Constitutionality, in Max-Planck-Institut fur auslandisches offentliches Recht und Volkerrecht, 2006.
4. United States Bureau of Democracy, Human Rights and Labor, 2005.
5. American Foreign Policy Council, World Almanac of Islamism, 2014, p. 44.
6. Threat of Al-Shabaab and Extremist Attacks Grows in Tanzania, “Somalia Newsroom”, 11 luglio 2014.
7. Fonte Banca Mondiale.
8. Fonte African Elections Database - Tanzania.
9. Tanzania: Will Competitive Elections Lead to Change in Tanzania?, Melanie Merotti, African Union Election Observation Mission, 2015.
10. Keith Weghorst, In Zanzibar, democracy, peace and unity are at stake after annulled elections, “The Washington Post”, 1 Novembre 2015.
11. Tensions high in Zanzibar as authorities annulled vote, “Al Jazeera.com”, 28 ottobre 2015.
12. Vedi nota 8.
13. Tanzania election: Zanzibar vote annulled after fight, “BBC.com”, 28 ottobre 2015.
14. Fonte: Wasemayo Wazanzibari Baseline, agosto 2013. Risposta alla domanda “Avete fiducia in?”
15. Lowassa calls for cancellation of Tanzania’s poll results, Daily Nation Kenya (Online Edition), 28 ottobre 2015.
16. In Zanzibar, democracy, peace and unity are at stake after annulled elections, Keith Weghorst, The Washington Post, 1 Novembre 2015.
17. Oil & Gas Tanzania – The Gateway to the East African Oil & Gas Industry.


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