Rifugiati ambientali: mobilitazione forzata e non ancora legittimata Rifugiati ambientali: mobilitazione forzata e non ancora legittimata
Analisi del fenomeno Il cambiamento delle condizioni climatiche è un fenomeno che influisce con un’intensità sempre maggiore sui flussi di mobilità umana e sulla... Rifugiati ambientali: mobilitazione forzata e non ancora legittimata

Analisi del fenomeno

Il cambiamento delle condizioni climatiche è un fenomeno che influisce con un’intensità sempre maggiore sui flussi di mobilità umana e sulla distribuzione della popolazione.

Le prime ricerche che si focalizzano sulla relazione che intercorre tra cambiamenti ambientali e movimenti migratori risalgono ai primi anni ottanta. Già nel 1990, l‘Intergovernmental Panel on Climate Change1 (IPCC) allertava società civile ed istituzioni circa i significativi livelli di mobilitazione correlati al processo di cambiamento climatico in corso.

L’UNHCR2 ha stimato che entro il 2050 si raggiungeranno più di 200 milioni di rifugiati ambientali, con una media di 6 milioni di uomini e donne costretti ogni anno a lasciare la propria terra. Secondo l’United Nation Development Programme (UNDP), gli spostamenti di massa, il deteriorarsi dei mezzi di sussistenza per intere comunità rurali e una sempre più grave carenza d’acqua e di cibo costituiscono una gravissima minaccia, non solo per le governance dei paesi che si trovano a dover gestire il problema dei profughi ambientali sul proprio territorio, ma anche per la sicurezza mondiale, in quanto vanno ad esacerbare situazioni di privazione e ingiustizia sociale a livello locale ed internazionale. 

Negli anni ottanta il direttore dell’UNEP, El Hinnawi, ha definito profughi ambientali le  “persone che hanno dovuto forzatamente abbandonare le loro abitazioni per necessità temporanee o permanenti a causa di grandi sconvolgimenti ambientali i quali hanno messo in pericolo la loro esistenza o danneggiato seriamente la loro qualità della vita3.

Di tale definizione sono poi state implementate ulteriori precisazioni: gli “Environmentally motivated migrants” (EMMs), sono individui che scelgono di migrare preventivamente al fine di allontanarsi da una futura degradazione ambientale della regione in cui si trovano; gli “Envionmentally forced migrants” (EFMs), sono coloro che abbandonano la loro casa principalmente per motivi ambientali e le cui possibilità di permanere è limitata dalle pessime condizioni ambientali; gli “Environmental emergency migrants” (EEMs), infine, sono persone costrette ad abbandonare la loro terra a causa di impatti ambientali o climatici estremamente seri che rendono la staying option impossibile.

L’emergenza africana

Focalizzando l’analisi su un’area più circoscritta, è indubbio che allo stato attuale una delle più gravi emergenze ambientali che affliggono il pianeta interessa il continente africano. L’Africa, infatti, è protagonista, suo malgrado, di una “desertificazione”, un grave processo di degrado ambientale tra i più complessi e multidimensionali. A partire dagli anni cinquanta, periodo nel quale fu coniato il termine, il concetto di desertificazione si è progressivamente evoluto sino a descrivere un fenomeno che annovera fra le proprie cause anche l’attività umana, ovvero i fattori antropici legati agli usi delle risorse naturali, meglio identificati con l’espressione overshooting, cioè l’eccesso di prelievo di risorse e i processi generali di evoluzione delle società. La desertificazione, oltre a distruggere la biodiversità degli ecosistemi, accentua ed accelera le problematiche connesse al global warming producendo effetti retroattivi e determinando migrazioni di popoli verso altri territori, con conseguente aumento della conflittualità sociale e del sovrappopolamento nei territori scelti come rifugio. Ciò innesca un circolo vizioso di causa-effetto che mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’uomo.

Si stima che nel periodo compreso tra il 1997 e 20204, circa 60 milioni di persone abbandoneranno (nel primo periodo preso in considerazione ciò è già avvenuto) le zone desertificate dell’Africa subsahariana verso l’Africa settentrionale e l’Europa.

A partire dal 2000, il sud dell’Africa è stato colpito approssimativamente da cinquanta emergenze che hanno richiesto assistenza internazionale. Tra queste, una delle più gravi siccità degli ultimi trenta anni che ha colpito la zona ha avuto luogo in Angola, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013. Tale evento ha avuto un effetto devastante sulla popolazione, aumentando il livello di insicurezza alimentare e di malnutrizione5. Il fenomeno ha avuto inizio nel 2011 con un livello di precipitazioni del 60% al di sotto della media per poi giungere nel 2013 ad una vera e propria siccità che ha colpito maggiormente le province della Namibia e del Cunene, favorendo movimenti di migrazione tra Namibia e Angola. Tra marzo e luglio 2013 il distretto Engela, della regione Ohangwena, ha affrontato un aumento del 76% di accessi ospedalieri riguardanti la malnutrizione di bambini sotto i 5 anni; il 53% degli accessi e l’11% dei decessi erano angolani. Il Paese, pur raggiungendo l’indipendenza nel 1975, ha continuato ad essere animato da conflitti interni che si sono protratti fino al 2002 lasciando la popolazione del già fragile territorio angolano con minori mezzi per affrontare i rischi ambientali. Infatti, nonostante si registri una crescita economica legata alle riserve di minerali e petrolio, il Paese si presenta vulnerabile, con infrastrutture inadeguate e alti livelli di povertà.

Gli ultimi risultati dell’UNDP circa l’Human Development Index6, classificano l’Angola al 148esimo posto su 187 paesi, ponendolo all’interno della categoria “low human development“. L’IMO7 ha stimato che in Angola, solo nel 2011, ci sono stati 227.000 Internal Displacemnt Person (IDPs)8. Da queste statistiche, dunque, risulta che il Paese è il primo dell’Africa in termini di spostamento della popolazione a causa di disastri naturali ed il dodicesimo a livello globale.

Il gap normativo all’interno del regime di protezione internazionale

Un passaggio doveroso della comunità internazionale è quello di riconoscere formalmente la difficile situazione dei migranti climatici e di implementare una definizione di “rifugiato” che includa il degrado ambientale come un driver “valido” di spostamento.

Da un punto di vista giuridico, i rifugiati ambientali rappresentano un gap normativo all’interno del regime di protezione internazionale, in quanto non sono riconosciuti come tali dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967. La comunità internazionale a livello giuridico distingue i rifugiati dai cosiddetti IDPS, Internally Displaced People, coloro che, diversamente dai rifugiati, non attraversano nessun confine, ma si spostano all’interno del proprio paese in seguito a conflitti o disastri naturali o provocati dall’uomo.

Per gli IDPs esiste una Guiding Principles on Internal Displacement contenente 30 principi guida che fissano uno standard internazionale per accordare protezione legale e umanitaria agli IDPs, tra cui è stata inserita anche una definizione che va ad includere nella categoria i migranti ambientali9.  

In vista della COP2110 che si terrà a Parigi nelle prossime settimane, è bene ricordare gli enormi passi avanti ottenuti da questi incontri. Principale obiettivo del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite è da sempre stato quello di introdurre principi e concetti dei diritti umani all’interno dei processi dell’UNFCCC, al fine di sottolineare la dimensione umana del cambiamento climatico e di utilizzare i principi dei diritti umani – quali l’uguaglianza, la non discriminazione, l’accesso alle informazioni, ai processi di decision-making e alla giustizia – per migliorare dal punto di vista qualitativo le politiche climatiche. All’esito della COP16, è stato implementato il Cancun Agreement11, un accordo che ha rappresentato un passaggio fondamentale in quanto ha promosso una strategia di cooperazione di lungo periodo affermando che the effects of climate change will be felt most acutely by those segments of the population that are already vulnerable owing to geography, gender, age, indigenous or minority status, or disability12.

Questo paragrafo è particolarmente importante in quanto sottolinea che i paesi devono, in tutte le azioni collegate al climate change, rispettare pienamente i diritti umani e li invita a promuovere misure volte al miglioramento della comprensione, della coordinazione e cooperazione, con particolare riguardo alle migrazioni indotte dai disastrosi effetti del cambiamento climatico a livello nazionale, regionale ed internazionale. È stata la prima occasione in cui il linguaggio dei diritti umani, e quindi il loro riconoscimento, è entrato ufficialmente in un accordo internazionale sul cambiamento climatico.

Conclusioni

Da ultimo, occorre considerare che mentre i disastri ambientali possono manifestarsi ovunque, il dislocamento e la migrazione forzata che seguono l’on-set del disastro non derivano solamente dall’evento stesso, ma anche e soprattutto dalla mancanza di adeguate capacità di reazione. Le stime dell’Internal Displacement Monitoring Center indicavano che la maggior parte (circa il 98%) delle migrazioni forzate nel periodo 2008-2012 derivavano dai PVS.

Per fronteggiare la complessità di tale fenomeno è dunque necessaria una risposta coordinata al fine di garantire da una parte prevenzione, protezione e assistenza e dall’altra la garanzia che concetti come diritti umani, eguaglianza, accesso alle risorse e resilienza guadagnino il centro di tale lotta.

 

NOTE:

Ilaria Urbani è stagista del programma "Infrastrutture e Sviluppo territoriale" dell'IsAG.

1. È il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l'Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ed il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP), allo scopo di studiare il riscaldamento globale.
2. Alto Commissariato delle Nazioni Unite per I Rifugiati.
3. See F Renaud, J.J Bogardi, O. Dun and K Warner, Control, Adapt or Flee: How to Face Environmental Migration?
4. Fonte: UNU EHS.
5. European Commission, 2013.
6. Indice di sviluppo umano, indice inventato da Mahbub ul Haq e da Amartya Sen, utilizzato dalle UN per valutare la qualità della vita dei paesi membri dal 1993.
7. Organizzazione Internazionale per la Migrazione.
8. “Persone o gruppi di persone obbligate a lasciare le loro case o la loro residenza abituale, in particolare come risultato o al fine di evitare gli effetti di conflitti armati, situazioni di violenza generalizzata, violazioni dei diritti umani o disastri naturali o provocati dall’uomo, e non hanno attraversato un confine statale internazionalmente riconosciuto”, (IOM, 2004).
9. IDPs come: “persons forced or obliged to flee or leave their homes or places of habitual residence for an array of reasons, such as conflict and civil strife as well as natural disasters”.
10. La XXI Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle UN sui cambiamenti climatici.
11. Raggiunto l’11 dicembre a Cancùn, Messico, durante la conferenza sul cambiamento climatico del 2010.
12. Trad. “ gli effetti del cambiamento climatico saranno accusati in modo maggiore da quei segmenti della popolazione che gia risultano vulnerabili a causa di collocazione geografica, genere, età, status di indigeno o di minoranza, e disabilità”.


Bibliografia:
- Global overview 2015, People internally displaced by conflict and violence, 2015, IDMC.
- Changing climate, moving people: framing migration, displacement and planned relocation, UNU-EHS publication series, policy brief n. 8, 2013.
- Piguet, E, (2008), Climate change and forced migration, UNHCR Research Paper No. 153.
- UNHCR, Climate change displacement and international law, Legal and Protection Policy research series, 2011.
- Oxford University, Refugee Study Center, Disaster and displacement in a changing climate, Forced Migration Review, n. 49, 2015.
- Legambiente, Profughi ambientali: cambiamento climatico e migrazioni forzate, 2011.
- Oxford University, Refugee Study Center, Environmentally displaced people, 2008.
- OCHA, Guiding Principles on Internal Displacement, UN, 2004.
- Overview of current trends and future directions, Long, K. - Refugee Studies Centre Oxford Department of International Development University of Oxford (2010).
- Universal Rights Group, Human rights, climate change and cross-border displacement, 2015.
- IMO, climate change, environmental degradation and migration, international dialogue on migration n. 18, 2012.
- IMO e SciencePO, The State of environmental Migration 2014.
- IFRC, Climate change-related disaster and human displacement, disaster law working paper series, n. 4 2015.


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