L’Unione Economica Eurasiatica come centro dell’integrazione dei Paesi CSI L’Unione Economica Eurasiatica come centro dell’integrazione dei Paesi CSI
Il 29 maggio in Kazakhstan, nella piccola città di Burabaj, si è riunito il Consiglio dei Capi di Stato dei Paesi della Comunità degli... L’Unione Economica Eurasiatica come centro dell’integrazione dei Paesi CSI

Il 29 maggio in Kazakhstan, nella piccola città di Burabaj, si è riunito il Consiglio dei Capi di Stato dei Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti. Al summit hanno preso parte i primi ministri di tutti i Paesi della Comunità, ad eccezione dell’Ucraina. Nel corso della riunione sono state esaminate questioni fondamentali come l’adozione di un piano intergovernativo anticrisi e di misure volte a sviluppare ulteriormente i rapporti commerciali e finanziari tra gli Stati membri della CSI. Il Primo ministro russo, Dmitrij Medvedev, ha evidenziato come le tendenze del mercato mondiale suggeriscano che i Paesi CSI, in ragione dell’interdipendenza economico-geografica e tecnologica, hanno bisogno di coordinare a un livello superiore la propria politica economica interna ed estera. Inoltre, per i Paesi CSI che non fanno parte dell’Unione Eurasiatica, è utile guardare all’esperienza dell’Unione in merito all’elaborazione e alla realizzazione di decisioni economiche concordate.

I membri del Consiglio hanno sottolineato che i prodotti industriali dei Paesi dell’Unione Eurasiatica, così come la rete dei trasporti ed elettrica dell’Unione, sono sempre più richiesti dagli altri Paesi CSI. Inoltre l’entrata in vigore nel 2013, in collaborazione con 11 Paesi, di un’area di libero scambio (ALS) all’interno della CSI, unitamente alla creazione da parte dell’Unione Eurasiatica di aree analoghe fuori dai confini post-sovietici, agevola la formazione di un’ampia rete di rapporti economici multilaterali. È attesa nei prossimi giorni la firma dell’accordo per l’istituzione di una zona di libero scambio tra Unione Eurasiatica e Vietnam; l’Unione sta inoltre lavorando su analoghi accordi con Cina, Egitto, Turchia, India, Cile, Mongolia, Israele, Laos. Si considera inoltre la possibilità di creare delle zone di libero scambio con la Nuova Zelanda, la Svizzera e l’Islanda.

La stessa geografia delle zone di libero scambio previste è indicativa di come l’attività economica estera della Federazione Russa e dell’Unione Eurasiatica si sia estesa a tutto l’Oriente, contribuendo a sfatare il mito di propaganda occidentale sull’isolamento internazionale della Russia.

Come ha sottolineato Robert Abdullin, Presidente dell’Organizzazione internazionale dei creditori, «il mercato dell’Unione economica Eurasiatica suscita sempre più l’interesse di molti Paesi dell’ex Unione Sovietica e non. In primo luogo, trattandosi di un mercato comune, è più vantaggioso per i Paesi esteri relazionarsi direttamente con l’Unione Eurasiatica, piuttosto che con i singoli Stati membri. In secondo luogo – come è stato evidenziato nel recente Forum economico della CSI e dell’Europa Orientale di Vienna – l’economia russa, d’importanza capitale per la CSI e l’Unione Eurasiatica, sta superando la crisi con tempi più brevi rispetto a quanto si presumeva. Tale tendenza influisce positivamente sull’economia di tutte le repubbliche dell’ex Unione Sovietica». Questo fattore, sostiene Abdullin, è un ulteriore incentivo ad instaurare relazioni economiche a lungo termine con la CSI, con l’Unione Economica Eurasiatica e tra i singoli Paesi delle suddette organizzazioni.

Il Premier bielorusso, Andrej Kobjakov, ha fornito una valutazione analoga della conferenza di Burabaj: «il Forum dei Capi di Governo dei Paesi CSI ha dimostrato che i principali sforzi dei membri dell’organizzazione sono attualmente volti a superare in modo coordinato una congiuntura economica negativa. Uno dei punti più importanti del piano comune anticrisi è quello di tener conto dei parametri macroeconomici, affinché le misure intraprese dai singoli Paesi arrechino meno danni possibili agli altri partner».

Secondo i calcoli degli esperti, grazie ai progetti congiunti di integrazione, il PIL globale della CSI e dell’Unione Economica Eurasiatica registrerà un aumento pari a più del 20%. Considerando la creazione di nuove aree di libero scambio, anche l’esportazione industriale globale dei Paesi dell’Unione Eurasiatica crescerà di circa un terzo; quella degli altri Paesi della Comunità, invece, aumenterà di circa il 15-20%.

Contemporaneamente, grazie ai meccanismi propri dell’area di libero scambio, l’apertura dei mercati di Cina, Vietnam, Egitto, India e Turchia consentirà, secondo le stime disponibili, di aumentare del 20-25% l’esportazione globale della Russia e della Bielorussia, nei Paesi summenzionati, di attrezzature metallurgiche e per l’energia; di apparecchiature per la costruzione di reti ferroviarie del 15-20% e di almeno un terzo dei mezzi di produzione nel campo dell’industria chimica. Ad esempio, il volume delle esportazioni russe di attrezzature estrattive e di prospezione geologica in Cile, Mongolia e Laos, crescerà di circa il 20% in caso di creazione di aree di libero scambio con questi Paesi.

Al tempo stesso la Russia potrà sopperire al deficit, derivato dalle sanzioni occidentali, importando alcuni tipi di attrezzature e prodotti alimentari in regime di libero scambio dai Paesi elencati, ma anche da Svizzera, Islanda e Nuova Zelanda, acquistando a prezzi inferiori rispetto a quelli applicati dai Paesi che hanno imposto le sanzioni anti-russe. Ad esempio, l’importazione dall’Islanda di pesce e delle stesse attrezzature per la lavorazione dei prodotti ittici verrà a costare il 15-20% in meno; l’import dalla Svizzera di prodotti per la costruzione di strumenti e macchinari per l’industria il 13-17% in meno e le attrezzature per il comparto agroindustriale dalla Nuova Zelanda minimo il 15% in meno.

Il risultato principale del summit di Barabaj è in definitiva la dimostrazione che l’Unione Eurasiatica ha veramente le possibilità di diventare il centro dell’integrazione economica del mondo post-sovietico.

(Traduzione dal russo di Vittoria Frittaion)


FONTE:

Евразийский экономический союз как ядро интеграции СНГ


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