Terrorismo <i>homegrown</i> – Profili di analisi per la valutazione della minaccia (Seconda parte) Terrorismo <i>homegrown</i> – Profili di analisi per la valutazione della minaccia (Seconda parte)
I luoghi e i metodi della radicalizzazione: indicatori compositi di valutazione della minaccia individuale Il fenomeno europeo di radicalizzazione ha profondi collegamenti con gli... Terrorismo <i>homegrown</i> – Profili di analisi per la valutazione della minaccia (Seconda parte)
I luoghi e i metodi della radicalizzazione: indicatori compositi di valutazione della minaccia individuale

Il fenomeno europeo di radicalizzazione ha profondi collegamenti con gli elementi antropologici descritti nella prima parte di questo articolo; è un fenomeno che vede ciascun individuo avvicinarsi indipendentemente all’ideologia jihadista, intraprendendo un processo interiore di familiarizzazione con i suoi contenuti che molto ha a che vedere con la percezione e le modalità di relazione con l’ambiente circostante.

I nuovi militanti del jihad sono, nella maggioranza dei casi, estremisti svincolati da contesti organizzativi classici e di facile individuazione (sebbene un coordinamento, come dimostrano i recenti eventi francesi, non possa certo essere escluso a priori). Le condizioni di disagio sociale e di precario equilibrio psichico, mancanza identitaria e necessità di acquisire uno scopo il cui carattere assoluto (ed eterodiretto) metta al riparo da un vuoto d’esistenza quanto mai percepito (e dagli elementi di responsabilizzazione e scelta individuale), sono tutti elementi che contribuiscono alla genesi del fenomeno.

L’atomizzazione del processo di avvicinamento all’ideologia radicale impone considerazioni di carattere operativo sulle variabili di rilevanza che, profondamente diverse rispetto al passato, sono già ampiamente monitorate e approfondite dalle forze di sicurezza.

L’isolamento e la radicalizzazione autonoma al di fuori di strutture logistiche integrate pone massima attenzione al ruolo fondamentale di internet all’interno di un processo che non segue più dinamiche di reclutamento esterno, attestandosi piuttosto su sviluppi verticali che dall’interesse autonomamente sviluppato del singolo portano, solo in seguito, a contatti con “maestri” o “facilitatori” del jihad.

Seguendo lo sviluppo logico dell’ottica sopra descritta è possibile distinguere tre macro-fasi del processo di radicalizzazione, ognuna delle quali espone gli operatori del settore a precise considerazioni di carattere operativo. Ciascuna di queste fasi presenta componenti interne che, se adeguatamente ponderate e analizzate, possono condurre alla creazione di indicatori di rischio individuali in grado di misurare la concreta possibilità di attivazione dei soggetti radicalizzati su suolo nazionale.

1. Il grado di esposizione all’ideologia radicale, non necessariamente seguito da radicalizzazione, è certamente il primo punto da considerare. Questo primo elemento porta con sé l’esigenza di una valutazione preliminare delle variabili per loro natura passibili di indicare una maggiore frequenza all’esposizione e, di conseguenza, un maggior contatto potenzialmente sviluppabile con l’ideologia.

Al fine di stimare la probabilità di esposizione ad ideologie radicali dovrebbero essere considerate le diverse fattispecie relative ai luoghi di permanenza o aggregazione dei soggetti di religione musulmana (con particolare attenzione al tempo di permanenza e alle caratteristiche della “comunità” che in tali luoghi si viene a formare):

  1. Nei centri di accoglienza e nelle moschee (con relativo adeguato monitoraggio e verifica della rispondenza di tali centri alle condizioni di accoglienza legalmente stabilite e della reale erogazione di servizi, ivi compreso il corrispettivo economico giornaliero previsto per legge, a favore dei migranti1).
  2. Nelle carceri (elemento rispetto al quale è possibile seguire un duplice orientamento operativo: separare i soggetti di religione musulmana per ridurre il rischio di esposizione alle ideologie radicali, o – all’estremo opposto – favorirne il contatto per raccogliere elementi informativi di rilevanza).
  3. Nelle scuole in cui si registra un’elevata presenza di immigrati di prima o seconda generazione e di religione musulmana.

L’elenco dei luoghi sopra citati non può considerarsi esaustivo, è importante però tener presente che il dato di rilevanza è sempre la concentrazione numerica di soggetti di religione musulmana. Tanto maggiore sarà questa concentrazione (specie se accompagnata alle condizioni di disagio innegabili nei primi due punti esposti) tanto più sarà probabile il grado di esposizione alle ideologie radicali.

L’analisi dei contesti scolastici e un’adeguata sensibilizzazione degli operatori che vi lavorano risulta particolarmente importante andando ad investire con forza un periodo dell’esistenza altamente condizionante e formativo, fondamentale nel definire la condotta dei soggetti una volta entrati in età adulta. Trattandosi di un periodo evolutivo e formativo in cui è maggiore per definizione il grado di sensibilità verso ideologie radicali, aumenta l’attrattività per tali ideologie in seguito ad una eventuale esposizione alle stesse.

Questo primo indicatore permette di individuare la probabilità di esposizioni all’ideologia jihadista mediante la semplice integrazione tra database informativi già disponibili. Se da un simile processo informatizzato emergesse un’elevata probabilità di esposizione individuale, l’analisi potrebbe agevolmente spostarsi alla valutazione del livello successivo.

2. Il grado di sensibilità stimata dei singoli individui esposti all’ideologia è un secondo punto di analisi. Ciò che spinge un soggetto a cominciare un cammino che lo porta alla violenza è una traiettoria personale determinata dalla complessa interazione di fattori psicologici, ideologici e circostanziali che sono specifici di ogni caso2. Rispetto a questo punto, sulla base dei casi di radicalizzazione autoctona passati3 sui quali sono state rese note le maggiori informazioni, risultano rilevanti nella costruzione di un indicatore composito:

  1. Gli indicatori economici relativi al nucleo familiare.
  2. Il repentino cambiamento della condizione economica (nel corso della permanenza in Italia e/o rispetto al paese di provenienza).
  3. Il livello di istruzione.
  4. L’età4.
  5. Il paese di origine e provenienza.
  6. Il grado di integrazione con la comunità nazionale ricevente (o di appartenenza nel caso di immigrati di seconda generazione).
  7. La presenza documentata di eventuali atteggiamenti antagonisti di carattere politico-sociale sviluppati dai soggetti in esame.
  8. Il comportamento registrato nelle aule scolastiche ad opera degli immigrati di seconda generazione che si apprestano ad entrare nell’età adulta.
  9. Il grado di esposizione e contatto (nel contesto territoriale provinciale e regionale) all’opera di forze politiche nazionali i cui programmi sono dichiaratamente ostili agli interventi di accoglienza e integrazione delle comunità musulmane5.
  10. I disturbi psicologici individuali di cui si ha evidenza.

3. L’avvenuta radicalizzazione (e la potenziale “attivazione” operativa) , la cui misurazione mediante analogo ricorso ad un indicatore composito può essere intrapresa analizzando il comportamento dei soggetti rispetto ai quali i due precedenti indicatori hanno segnalato alto rischio di esposizione al pensiero jihadista e sensibilità allo stesso. Solo il valore risultante dall’applicazione di un indicatore relativo a quest’ultima fase comporterebbe, se si evidenziasse una probabilità elevata di rischio, un approccio di indagine diretta ed accurata. La costruzione di questo indicatore dovrebbe verosimilmente tener conto di:

  1. Frequenza, caratteristiche e indirizzamento dell’attività on-line dei soggetti.
  2. Attività di proselitismo messa in atto dal singolo.
  3. Frequenza dei luoghi di preghiera e raccoglimento informale della comunità musulmana in Italia.
  4. Contatti con soggetti noti alle forze dell’ordine per la gestione di reti finalizzate al finanziamento di attività di Jihad all’estero6.
  5. Contatti con soggetti già noti per reati connessi con il favoreggiamento dell’attività terroristica.
  6. Contatti con i facilitatori impegnati a coadiuvare le operazioni di espatrio verso i territori extraeuropei contrassegnati da forte presenza di milizie jihadiste.
Conclusioni

Nonostante le difficoltà di individuazione poste dalle peculiari caratteristiche del fenomeno e dall’assenza di legami diretti con network terroristici, un’attività di monitoraggio e contrasto attivo (tanto politico quanto operativo) sembra comunque possibile. Le stesse caratteristiche dei lone actor presentano degli elementi positivi da non sottovalutare. Basti pensare a come la scarsa sofisticazione dei nuclei operativi o dei singoli individui aumenta il loro potenziale di errore, sia in termini organizzativi (sebbene ne costituisca punto di forza diradando le possibilità di individuazione preliminare dei soggetti) che in termini strettamente operativi (come nel caso Game del 2009 che vide l’attacco alla caserma Santa Barbara di Milano fallire anche a causa delle scarse capacità tecnico-operative del soggetto).

Dall’analisi effettuata tutte le possibilità di intervenire adeguatamente a contrasto della minaccia rappresentata dal terrorismo homegrown risultano comunque connesse ad indirizzi politico-operativi precisi:

  1. Una piena collaborazione informativa ed operativa delle forze dello Stato (e tra le forze di sicurezza degli Stati che hanno posizioni e perseguono obiettivi affini), indispensabile per integrare con facilità i dati disponibili. E di conseguenza la costruzione di quell’autentico sistema nazionale – e nei limiti nel possibile anche internazionale – di appartenenza e rappresentazione indispensabile affinché ciascun componente dell’insieme svolga al meglio il suo ruolo all’interno della comunità nazionale.
  2. Il ripensamento e l’uso di adeguati strumenti di indirizzo culturale capaci di contrastare la deriva antropologica e il vuoto di principi che diviene elemento di vantaggio e coadiuvatore dell’attrattività dimostrata dalle ideologie radicali, non solo di stampo musulmano.

Le peculiarità antropologiche del fenomeno e il ruolo in esso predominante svolto da internet e dai nuovi sistemi di comunicazione e creazione di reti sociali (fenomeni per altro strettamente correlati tra loro) impongono di agire su entrambi queste fronti non sottovalutando l’importanza degli strumenti di comunicazione volti a creare gradualmente un maggior senso di appartenenza nazionale.

Considerando gli aspetti prettamente antropologici, sembra suggerirsi l’esigenza di azioni volte a creare gradualmente senso di appartenenza e una base di nuovi valori nazionali condivisi, capaci almeno in parte di inglobare e “persuadere” anche gli immigrati di seconda generazione. A tal fine, come già è stato accennato, non può non essere considerato il ruolo dell’Italia come paese cattolico e ospite dello Stato della Chiesa.

Un’adeguata cooperazione in tal senso tra le due entità nazionali può essere utile al fine di stabilire una strategia comune di riadattamento e ridefinizione di principi capaci di permeare la società e di colmare il vuoto percepito. Avviare operazioni comunicative e culturali capaci di aumentare la condivisione ideologica nazionale (e la coesione del paese su chiave identitaria) faciliterebbe, da un lato, la cooperazione tra individui e forze coinvolte nella risposta alle minacce, dall’altro l’implementazione di adeguate politiche di integrazione e accoglienza. Soprattutto rispetto all’integrazione gli sforzi dovrebbero essere diretti anche all’incentivazione di sistemi di autoregolamentazione interni alle singole comunità.

Sebbene l’atomizzarsi del fenomeno jihadista lo renda difficile da individuare, non può infatti essere sottovalutato – in questo caso, come in ogni altro – la rilevanza per l’analisi e l’intervento di fattori squisitamente umani. Nessun soggetto opera senza comunicare agli individui che gli sono più vicini le sue intenzioni. Creare nel tempo un sistema di autocontrollo della comunità musulmana, sfruttando la leva della “riconoscenza” (da guadagnare) al paese europeo dove si risiede, potrebbe favorire interventi di auto-censura e reciproca dissuasione all’interno degli aggregati sociali, soprattutto nei casi di minore radicalizzazione e di condizioni economiche accettabili.

NOTE:

Marléne Mauro è ricercatrice associata dell'IsAG.


1. Questo dato è rilevante nel caso di migranti di prima generazione e aiuta a stabilire la probabilità che l’impatto con l’Italia, considerato come paese di destinazione, sia stato positivo o meno nella percezione dei soggetti. Attenzionare la variabile comporta inevitabilmente un’attività di adeguata collaborazione tra forze di sicurezza, procure ed enti preposti all’accoglienza al fine di definire correttamente il contesto di riferimento ed analisi.
2. James Khalil, Radical Beliefs and Violent Actions are not Synonymous: How to Place the Key Disjuncture between attitudes and Behaviors at the Heart of our Research into Political Violence, "Studies in Conflict and Terrorism", vol. 37, n. 2, 2014.
3. Si fa riferimento ai casi Game, Jarmoune, El-Abboubi, Delnevo.
4. Nel caso di immigrati di seconda generazione. Nei casi di immigrati di prima generazione sarebbe bene considerare anche l’età di arrivo in Italia.
5. Essendo questo elemento particolarmente difficile da misurare, la procedura metodologica potrebbe prevedere un’analisi dell’intensità e della rilevanza relativa alla presenza e alle attività sul territorio di forze politiche dichiaratamente contrarie all’accoglienza e integrazione delle comunità musulmane.
6. Si fa riferimento ai canali di gestione del Zakat (l’elemosina, uno dei pilastri dell’islam, che costituisce obbligo per ogni buon musulmano) e al sistema dell’Hawala (ciò che riguarda l'invio del denaro in modo non regolato).



Bibliografia

- La radicalizzazione del terrorismo islamico: Elementi per uno studio del fenomeno di proselitismo in carcere, Quaderni ISSP N. 9, Istituto Superiore di Studi Penitenziari.
- D. Quirico, Il grande califfato, Neri Pozza, 2015.
- L. Vidino, Il jihadismo autoctono in Italia: nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione, ISPI e Europea Foundation for Democracy, 2004.
- Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione sulla politica dell'informazione per la sicurezza 2014, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, 2014.
- ETH Zurich, Strategic trends in 2015: Key Developments in Global Affairs, Center for Security Studies, 2015.
- C. Edwards, Radicalization in the Digital Era, RAND Corporation, 2014.
- V. Morisco, Networks jihadisti tra virtuale e reale, 2015.


  • Emiliano

    23/11/2015 #2 Author

    Complimenti a Marléne, anche per il riconoscimento importante da parte del DIS.

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