Congresso a Jalta: “Le peculiarità degli attuali processi d’integrazione nello spazio post-sovietico” Congresso a Jalta: “Le peculiarità degli attuali processi d’integrazione nello spazio post-sovietico”
Nelle giornate dal 19 al 23 ottobre a Jalta, in Crimea, si è tenuto il VI Congresso internazionale intitolato “Peculiarità degli attuali processi d’integrazione... Congresso a Jalta: “Le peculiarità degli attuali processi d’integrazione nello spazio post-sovietico”

Nelle giornate dal 19 al 23 ottobre a Jalta, in Crimea, si è tenuto il VI Congresso internazionale intitolato “Peculiarità degli attuali processi d’integrazione nello spazio post-sovietico”. Il Congresso è stato organizzato dal giornale Meždunarodnaja žizn’ (“Vita internazionale”) con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa. Alla conferenza hanno partecipato studiosi, politologi, giornalisti, analisti geopolitici provenienti da: Russia e Crimea, Bielorussia, Ucraina, Kazakhstan, Tagikistan, Bulgaria, Armenia, Turchia, Italia, Grecia. Sotto l’abile regia del redattore generale del giornale Meždunarodnaja žizn’ Armen Oganesjan, il congresso si è sviluppato intorno a tre tematiche di grande attualità:

  1. “L’Unione Eurasiatica nel contesto dell’economia mondiale”;
  2. “Una sola Ucraina, unitarietà col mondo russo”;
  3. “Crimea oggi: geopolitica, cultura economia”.

Eliseo Bertolasi, come rappresentante dell’IsAG, ha partecipato al Congresso con una relazione intitolata: “L’identità nazionale ucraina. Lo sguardo del testimone oculare s’incontra con un analisi antropologica del problema”.

Ecco un breve sunto:

L’Ucraina odierna, figlia di Euromaidan, ha intrapreso una strada decisamente in rotta di collisione con la Russia, non solo da un punto di vista geopolitico, ma anche culturale, storico, identitario. L’Ucraina, che ho sempre definito un Paese dalle “due anime”, quella occidentale orientata verso l’Europa, quella slava-orientale orientata verso la Russia, sembra aver ora soffocato le sua anima orientale. Il nuovo potere a Kiev sta riformulando un Paese che mentre da una parte si considera europeo (pur non avendone mai adottato gli standard), dall’altra continua brutalmente a recidere tutti i suoi secolari legami con la Russia: la tradizione, la storia, la religione, la lingua, la parentela famigliare… Di fatto, questo sentimento di “opposizione totale” è essenzialmente monodirezionale: dagli Ucraini verso i Russi (non ricordo, in Russia, d’aver mai sentito né ufficialmente, né privatamente esternare tanta avversione da parte dei Russi verso gli Ucraini).

L’Ucraina è un Paese che ci appare “suddiviso”. Secondo Samuel P. Huntington, il Paese, da secoli è attraversato da una linea di faglia tra civiltà occidentale e civiltà ortodossa1. Davanti a questa contrapposizione il professor Aleksandr Dugin, parla di un Paese “unito dall’odio2. Di conseguenza la domanda che sorge spontanea: «Com’è possibile sentire, sviluppare tanta contrapposizione e alterità in presenza di tanta conformità culturale?». Facendo riferimento al mio lavoro etnografico attraverso le mie interviste sul campo, le risposte all’inevitabile domanda: «Cosa significa essere ucraino?», non erano: «Sono Ucraino perché ho queste caratteristiche: sono slavo, sono ortodosso, parlo l’ucraino…», ma: «Sono Ucraino perché ho queste caratteristiche etc etc… Diversamente dai Russi».

Chi si definisce “nazionalista ucraino” o “patriot” non evidenzia, ad esempio, la sua differenza dai Tedeschi, dagli Italiani, dai Cinesi… (ce ne sarebbero moltissime), ma la sua diversità dai Russi (che seppur slavi, seppur cristiani ortodossi… e da un punto di vista oggettivo molto simili, arriva a percepire come autentici rivali). La letteratura antropologica ha ampiamente evidenziato che il sentimento d’identità collettiva, non si sviluppa mai fine a sé, ma in modo contrastivo verso un altro o altri gruppi3. “Gli altri” finiscono per essere definiti più in base alla loro diversità che alla loro affinità. Non si deve dimenticare che l’Ucraina come Paese indipendente è giovanissima, nasce, di fatto, con la fine dell’URSS.

In Italia è famosa la frase attribuita, sembra, al patriota e scrittore Massimo D’Azeglio quando negli anni dell’unità d’Italia disse: «Abbiamo fatto l’Italia, adesso dobbiamo fare gli Italiani». Parafrasando D’Azeglio si potrebbe dire partendo dal 1991: «Abbiamo fatto l’Ucraina adesso dobbiamo fare gli Ucraini». Tuttavia c’è una differenza sostanziale, l’Italia unita nasceva dopo un travagliato percorso di unificazione attraverso tutta una serie di guerre d’indipendenza. L’Ucraina indipendente e unitaria eredita i suoi confini dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina. Tali erano, tali sono oggi (tranne la penisola di Crimea ritornata a far parte della Federazione Russa e l’incognita Novorossia). Non c’è stata nessuna guerra di liberazione, semplicemente nasce come conseguenza dell’implosione dell’URSS.

Dal 1991 nel Paese, da parte delle élite al potere, l’imperativo dominante è sempre stato “fabbricare il Paese” – “ucrainizzare” la sua popolazione multietnica, mettere in atto processi di vera e propria costruzione della nuova identità collettiva. Processi che hanno posto la lingua ucraina e la storia ucraina come pilastri portanti della nuova costruzione identitaria in antagonismo alla presente componente identitaria russa presente e ampiamente diffusa nel Paese. In questa fase di costruzione Eric Hobsbawm mette in luce il processo di “invenzione della tradizione” con il quale intende: «Un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono d’inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato. Di fatto, laddove è possibile, tentano in genere di affermare la propria continuità con un passato storico opportunamente selezionato»4.

Tuttavia il termine “tradizione inventata” viene usato in un senso generico, in effetti, in esso rientrano sia le “tradizioni” effettivamente inventate, sia quelle emerse in modo meno facilmente ricostruibile nell’arco di un periodo breve e ben identificabile, che si sono imposte con grande rapidità5. Dello stesso parere anche Hans-Ulrich Wehler per il quale “l’invenzione della tradizione” consentirebbe agli intellettuali nazionalisti di descrivere la nazione come “invenzione”, come narrativa inventata: un “racconto maestro”, una trama di attribuzioni. Certamente in questo processo di costruzione non può tutto essere totalmente “inventato”, ma c’è un ampio utilizzo di elementi della tradizione storica6. Ed è proprio su questo “materiale grezzo”, da questa massa di disponibilità storica delle etnie, che i precursori del nazionalismo poterono trarre buona parte degli elementi della loro costruzione7.

Ucraina costruita

La “nazione” vera e propria, quella concepita dal nazionalismo, come sostiene Hobsbawm, la si può riconoscere solo in prospettiva, a posteriori8: «Il nazionalismo viene prima delle nazioni. Non sono le nazioni a fare gli Stati e a forgiare il nazionalismo, bensì il contrario»9. In effetti, come osservato anche da Benedict Anderson nel suo famoso libro Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, analizzando il rapporto nazionalismo/nazione risultano chiare le perplessità e l’irritazione che provano i teorici del nazionalismo davanti ai tre paradossi:

  1. il contrasto tra l’oggettiva modernità delle nazioni, agli occhi degli storici, contro la loro soggettiva antichità, agli occhi dei nazionalisti;
  2. l’esplicita universalità della nazionalità come concetto socio-culturale contro l’irrimediabile particolarità delle sue manifestazioni concrete;
  3. la forza politica dei nazionalismi contro la loro povertà e persino incoerenza filosofica10.

In linea a questo approccio Ernest Gellner ci propone il modello espresso nella sua famosa citazione tratta dal suo libro Nations and Nationalism: «È il nazionalismo che genera le nazioni e non l’inverso». «Senza dubbio il nazionalismo usa le pre-esistenti proliferazioni di culture o di ricchezza culturale, che sono un retaggio storico, anche se le usa in maniera molto selettiva, e il più delle volte le trasforma radicalmente. Le lingue morte possono essere fatte rivivere, le tradizioni si possono inventare, fittizie purezze primigenie ripristinare»11.

Il nazionalismo non è quello che sembra, e soprattutto non è quello che sembra a se stesso. Le culture che pretende difendere e rianimare sono spesso sue “invenzioni” o sono modificate al punto da risultare irriconoscibili. Durkheim ha insegnato che nei culti religiosi la società venera la propria immagine camuffata. Con il nazionalismo la società venera se stessa in maniera aperta e sfacciata sdegnando il camuffamento. Sempre Gellner sottolinea come: «Il nazionalismo non è il risveglio delle nazioni all’autoconsapevolezza: piuttosto “inventa” le nazioni dove esse non esistono»12. Ma questo è l’esatto opposto di quel che il nazionalismo afferma e di quel che i nazionalisti ferventemente credono.

Il nazionalismo opera in genere le sue conquiste in nome di una cultura popolare che sarebbe esistita in passato. Il suo simbolismo deriva dalla sana e florida vita dei contadini del “narod” in Ucraina addirittura dei “cosacchi” di Zaparož’e. C’è un qualche elemento di verità nella presentazione che il nazionalismo fa di sé quando il narod è sotto l’occupazione di una forza straniera, alla cui oppressione bisogna opporsi prima con una rinascita e con riaffermazioni culturali e, infine, con una guerra di liberazione nazionale. Il paradosso, però, sta nel fatto che quando il nazionalismo vince, ed elimina la cultura estranea, vediamo che non la sostituisce con l’umile cultura popolare locale di un tempo, ma ravviva o inventa una cultura nuova anche se indubbiamente si tratta di una cultura che ha alcuni legami con precedenti dialetti e consuetudini popolari locali13.

In Ucraina i consumatori di CD musicali etnici del folclore popolare che amano il suono della bandura, o coloro che adottano acconciature col “ciuffo” dalla forgia cosacca, o si vestono con abiti tradizionali indossando la višivanka, non sono quel che resta di una popolazione rurale dal punto di vista etnico, come il nazionalismo sembrerebbe indicare, ma una popolazione urbanizzata che vive in appartamenti, che ama ostentare le sue radici reali o immaginarie parallelamente ad altri tratti culturali ad esempio imitando l’American way of life estranea alla loro cultura, mantenendo però quel tanto di atteggiamento nazionalista che la situazione politica gli concede. Come sostiene Hobsbawm, le “tradizioni” che ci appaiono, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta14. Un’autoillusione sociologica, una visione della realtà attraverso il prisma dell’illusione, che però non è più la stessa che veniva analizzata da Durkheim15. La società non venera più se stessa attraverso simboli religiosi; ma attraverso i ricordi di una cultura popolare che ingenuamente è convinta di difendere e riaffermare.

La guerra civile

La guerra è il fallimento della diplomazia. Ho capito che si sarebbe arrivati alla guerra già il 22 febbraio. Nel dicembre 2013 e nel febbraio 2014 ero presente come corrispondente in Maidan. Ero in Maidan quando c’è stata la capitolazione di Janukovič, nonostante il giorno prima, il 21 febbraio, sempre a Kiev, fosse stato raggiunto un accordo per la soluzione della crisi. Per l’Unione Europea ai negoziati parteciparono i titolari dei Ministeri degli Esteri della Germania Frank-Walter Steinmeier e della Polonia Radosław Sikorski, il portavoce del Presidente russo, Vladimir Lukin, il Presidente Viktor Janukovič e i tre leader dell’opposizione: Arsenij Jacenjuk, Oleg Tiagnibok e Vitaly Kličko. Dato inquietante di quel giorno, a quella riunione non c’era nessun rappresentate statunitense (in seguito, nel febbraio del 2015, in un’intervista alla CNN, Barack Obama ha apertamente riconosciuto il ruolo degli Stati Uniti nel colpo di Stato avvenuto in Ucraina nel febbraio 2014: «Noi abbiamo agito da “intermediari” nel trasferimento di potere in Ucraina»16). Lì parte, secondo me, il punto di non ritorno. Da quel momento, col colpo di Stato a Kiev, sempre secondo la mia opinione, si va inevitabilmente verso la guerra civile.

Riflettendo sulla questione dei cambi di potere, lo storico britannico Elie Kedourie a conclusione del suo saggio Nationalism si pone il quesito: «L’unico criterio suscettibile di pubblico appoggio è di vedere se i nuovi governanti siano meno corrotti e avidi, o più giusti e benevoli, o se non ci sia il benché minimo cambiamento, ma se semplicemente la corruzione, l’avidità e la tirannia abbiano trovato vittime diverse da quelle dei governanti passati»17. Prendendo in esame gli esiti della protesta di Maidan, personalmente mi pongo lo stesso quesito e arrivo a una tanto ovvia quanto triste (per me) considerazione in relazione alle “rivoluzioni” contemporanee (“primavere” varie…): non riesco a intravvedere una rivoluzione che anziché puntare alla trasformazione delle strutture sociali punta a rovesciare fisicamente un gruppo di dominanti per sostituirli con altri, ma in questo caso più proni al potere imperiale statunitense.

Si può allora parlare, usando un concetto di Antonio Gramsci, di “rivoluzione passiva”: una rivoluzione che viene gestita dai dominanti non per trasformare il mondo storico ma per rinsaldare il dominio di classe all’interno dello stesso mondo storico. Secondo il pensiero di Gramsci tale rivoluzione designa una trasformazione politica caratterizzata almeno in partenza da un orientamento verso l’emancipazione al punto da poter sembrare una restaurazione innovatrice, tuttavia si distingue da quest’ultima, dato che non è un semplice atto di forza e perciò non vuole ottenere soltanto dominio e consenso, ma cerca (punto essenziale del pensiero di Gramsci) “l’egemonia”.

Come sostiene anche il filosofo Diego Fusaro, del resto, è questo il nucleo delle cosiddette “rivoluzioni colorate” che hanno coinvolto alcuni Stati post-sovietici, passando per la Serbia (2000), la Georgia (“Rivoluzione delle Rose”, 2003), la Libia, la Siria, fino all’Ucraina (“Rivoluzione Arancione”, dicembre 2004 – gennaio 2005), Kirghizistan (“Rivoluzione dei Tulipani”, 2005) e al Venezuela. Il loro obiettivo è sempre il rovesciamento dei governi in carica, in modo da favorire il transito del Paese sotto l’egemonia americana: la tecnica e le strategie sono sempre le stesse, come pure il “marchio di fabbrica” americano18.

Tecnica e strategie sono ampliamente descritte da Gene Sharpe, il gran maestro dell’eversione “democratica” detto “il Clausewitz della guerra non violenta” nel suo libro From Dictatorship to Democracy19. La tattica consiste nel “sollevare” gli scontenti. Con gli eventi di Maidan è diventata famosa la dichiarazione di Victoria Jane Nuland, assistente segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici del Dipartimento di Stato USA: «Abbiamo investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita»20. La Nuland è diventata famosa anche per la frase: «Fuck The EU!» da lei pronunciata in una telefonata, registrata con l’Ambasciatore americano in Ucraina Geoffrey Pyatt, poco diplomatica e poco garbata nei riguardi dell’Unione Europea, ma di straordinaria efficacia esplicativa su quanto le mire USA sull’Ucraina possano mai coincidere con gli interessi europei.

Se lo Stato ucraino è sopravvissuto per vent’anni come Paese indipendente, è proprio perché la sua percezione identitaria (mattone indispensabile di ogni costruzione nazionale e statutale) includeva la sua predominante componente slava-orientale. Tuttavia quell’equilibrio che gli ha sempre garantito l’esistenza ora non esiste più! Distrutte le fondamenta crollerà la struttura sovrastante. L’Ucraina precedente al “Maidan” fa ormai parte del passato. Guardando all’Ucraina, si deve ritornare a considerare il suo profondo legame storico, culturale, religioso con la Russia. Questo legame va rispettato.

La maggioranza degli Europei occidentali ha una conoscenza piuttosto limitata dell’Ucraina. Non c’è mai stata la percezione di una storia comune condivisa. Riguardo agli Stati Uniti, tra Washington e Kiev intercorrono miglia di chilometri ed è probabile che la maggior parte della popolazione americana non sappia nemmeno trovare l’Ucraina su una carta geografica. Al contrario questo atteggiamento, ovviamente, non vale per i Russi. Dal punto di vista di Mosca come pure degli Ucraini russofoni che vivono nelle regioni orientali dell’Ucraina, la posizione geopolitica dell’Ucraina non può non essere se non nell’orbita della Russia. Un fronte, che separi nettamente, e militarmente i due Paesi equivarrebbe a una lacerazione, della Grande Madre Russia, uno spazio percepito, non solo geograficamente, ma anche storicamente e spiritualmente in comune.

NOTE:

1. Cfr., Samuel P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, Simon & Schuster, New York, 1996, p. 239.
2. Aleksandr Dugin, Uniti dall'odio.
3. Cfr., Ugo Fabietti, L’identità etnica, Roma, Carrocci, 2004.
4. Cit., Eric J. Hobsbawm, L’invenzione della tradizione, Terence Ranger (a cura di), Torino, Einaudi, 1994, pp. 3-4.
5. Ivi, p. 3.
6. Cfr., Hans-Ulrich Wehler, Nazionalismo, storia forme conseguenze, Torino, Bollati Boringhieri, 2002, p. 74.
7. Ivi, p. 76.
8. Cfr., E. J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, op. cit., p 11.
9. Ivi, p. 12.
10. Cfr., Benedict Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, London, Verso, p. 5.
11. Cit., Ernest Gellner, Nazioni e nazionalismo, Roma, Riuniti, 1985, p. 64.
12. Ivi, p. 25.
13. Ivi, p. 66.
14. Cfr., E. J. Hobsbawm, T. Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, cit., p. 3.
15. Cfr., Emile Durkheim, , Roma, Moltemi, 2005, p. 263.
16. Cfr., Барак Обама признал посредническую роль США в смене власти на Украине, “RT”, 2/02/2015.
17. Cit., Elie Kedourie, Nationalism, London, Hutchinson, 1960, p. 140, citato in E. Gellner, op. cit., p. 144.
18. Cfr., Diego Fusaro, Il futuro è nostro, filosofia dell’azione, Milano, Bompiani, 2014, p. 481.
19. Gene Sharp, From Dictatorship to Democracy. A Conceptual Framework for Liberation, Boston, The Albert Einstein Institution, Fourth Edition, May 2010.
20. Regime Change in Kiev: Victoria Nuland Admits: US Has Invested $5 Billion In The Development of Ukrainian, “Democratic Institutions”, 9/02/2014.


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