Strategie mediatiche e debolezze militari del camaleontico Stato Islamico Strategie mediatiche e debolezze militari del camaleontico Stato Islamico
In poco più di due settimane, una linea immaginaria che corre per più di 5.000 km sembra idealmente aver unito tre diversi continenti e,... Strategie mediatiche e debolezze militari del camaleontico Stato Islamico

In poco più di due settimane, una linea immaginaria che corre per più di 5.000 km sembra idealmente aver unito tre diversi continenti e, in definitiva, i destini dell’umanità. Ciascuna delle terribili azioni che hanno avuto luogo nei cieli del Sinai, a Beirut e a Parigi, prese nella sua individualità, racconta soltanto una parte della storia. Per poter capire realmente il fil rouge che lega tre continenti e quasi 500 vittime occorre comprendere a che punto siamo nella multiforme vita dello Stato Islamico.

Benché condotti con modalità molto diverse, i tre attentanti, Sinai, Beirut e Parigi, sembrano legati tra loro da un doppio filo e sembrano inserirsi in una chiara strategia mediatica e di guerra psicologica portata avanti dallo Stato Islamico. Il primo filo che unisce le tre azioni corre proprio fino alle evoluzioni che arrivano dal campo di battaglia. Mentre la campagna del terrore portata avanti tramite i video delle esecuzioni, dei rapimenti e delle torture fa pensare ad una continua ed inarrestabile espansione del califfato in Siria ed Iraq, alcune specifiche circostanze sembrerebbero invece mostrare che la realtà comincia ad essere diversa dai proclami. Almeno dall’inizio di ottobre la capacità offensiva dello Stato Islamico sembra aver perso d’intensità; nonostante lo Stato Islamico controlli ancora oggi un territorio pari a quello del Regno Unito, è innegabile che abbia subito sul campo perlomeno una battuta d’arresto.

La controffensiva iniziata a metà ottobre con l’aiuto dell’aviazione russa in supporto delle forze governative di terra ha portato, il 10 novembre, a rompere l’assedio della base di Kuweires, nel governatorato di Aleppo, circondato ormai da due anni dalle forze dello Stato Islamico. Contemporaneamente sul fronte iracheno, i peshmerga, sostenuti dalle forze aeree della coalizione internazionale, hanno attaccato le basi dello Stato Islamico nella città di Sinjar. Due giorni dopo, il 12 novembre, le truppe del regime hanno conquistato la città di al-Hader, ancora una volta nella regione di Aleppo, il principale quartier generale del Fronte al-Nusra nella regione. Dalla fine dell’estate, insomma, sembra essersi arrestata l’indomabile avanzata dello Stato Islamico che comincia, a poco più di un anno dalla proclamazione del califfato, a riportare alcune prime serie sconfitte.

L’attacco al quartiere sciita di Beirut, l’attacco all’aereo russo e gli attacchi a Parigi sono il mezzo tramite il quale lo Stato Islamico ricorda al mondo la propria forza e “punisce” coloro che cercano di ostacolare la sua avanzata in Siria, in Iraq e in generale nel territorio del califfato, appoggiando sul terreno o nei cieli le forze anti-jihadiste. La strana coalizione formatasi contro lo Stato Islamico, in cui ognuno fa da sé e secondo i propri interessi, vede comunque tutte le entità vittime negli ultimi quindici giorni degli attentati terroristici, impegnate militarmente contro l’avanzata dello Stato Islamico. Certo Parigi non può essere considerata un alleato di Assad, ma la Francia è fortemente impegnata in Siria tramite azioni aeree in appoggio alle forze curde.

Per quanto riguarda Mosca è evidente, da settembre più che mai, il suo impegno in difesa delle forze del regime. Infine, l’attacco nel quartiere sciita di Beirut colpisce chiaramente il terzo grande protagonista di questa strana coalizione anti-Stato Islamico: Hezbollah. La milizia armata del Partito di Dio, finanziata e armata da Teheran, è pesantemente coinvolta nel conflitto ed anzi secondo molti analisti il regime di Assad è ancora in piedi proprio grazie all’intervento di Hezbollah iniziato nel 2012. Per di più negli ultimi mesi la presenza di Hezbollah ha subito un’evoluzione sul campo in quanto ha cominciato a giocare un ruolo fortemente attivo affianco all’armata siriana in regioni chiave, spingendosi anche verso Aleppo e non limitandosi più, dunque, ad una presenza esclusiva nelle regioni di confine con il Libano. La presenza di Hezbollah in Siria, insomma, è sempre più importante qualitativamente, quantitativamente e in riferimento all’equipaggiamento.

Proprio per quanto riguarda il Libano vi sono poi alcune specificità: all’effetto “punitivo” ricercato dagli attentati del 12 novembre si aggiunge, infatti, il chiaro intento di acuire le tensioni confessionali già presenti per natura nel delicato equilibrio del Paese dei cedri mandando un chiaro messaggio sia ai sunniti che agli sciiti. In realtà, l’effetto che gli attentati avrebbero potuto avere, è stato parzialmente smorzato dallo stesso Stato Islamico tramite la rivendicazione dell’attacco. La rivendicazione e la conseguente consapevolezza di avere un nemico ben preciso ha permesso al Paese di non spaccarsi ma, viceversa, di compattarsi intorno ad un nemico comune; esattamente il contrario di quanto accadde, ad esempio, nella stagione degli attentati commessi da ignoti e mai rivendicati del 2004. Il rischio tuttavia permane in quanto l’azione dello Stato Islamico, andando a lavorare in un contesto politico già profondamente fragile ed eterogeneo, potrebbe esasperare le tensioni e in definitiva far sprofondare il Paese dei Cedri in un circolo di violenza incontrollabile.

Il secondo filo da seguire è, invece, quello che unisce i tre attentanti alla strategia mediatica dello Stato Islamico. In primo luogo, infatti, gli attentati hanno l’obiettivo di mandare un messaggio chiaro e deciso: lo Stato Islamico è in grado, ha i mezzi e le capacità, di colpire ovunque, Hezbollah nella propria roccaforte, la Russia sui suoi aerei e l’Occidente nella sua quotidianità.

Lo Stato Islamico in questo modo supera i confini siriani o iracheni per diventare una forza onnipresente e ciò fa percepire la minaccia come sempre più aggressiva e pericolosa. Le spettacolari azioni terroristiche sono poi anche potenti strumenti di reclutamento nei circoli jihadisti; una sorta di campagna reclutamento risulta, del resto, tanto più necessaria quanto più lo Stato Islamico viene indebolito nel territorio del suo califfato, in Siria e in Iraq. Infine, gli attentati sono il miglior modo per diffondere il terrore in quella campagna mediatica lanciata dallo Stato Islamico che si ricollega in prima battuta ai video delle decapitazioni, delle lapidazioni e della distruzione di uomini, cose, opere d’arte.

Il messaggio è chiaro: lo Stato Islamico porta la pace, il suo ideale di pace perlomeno, nei territori del califfato ma non teme la guerra contro quegli infedeli che rifiutano di convertirsi all’islam. In questo senso il messaggio di Parigi rimbomba forte e chiaro nel silenzio lasciato dalle stragi: lo Stato islamico sta ricordando al mondo, il quale sta cercando non senza difficoltà di trovare una posizione comune, che la guerra è l’unica opzione possibile e che nessuna concessione può essere fatta agli infedeli. La guerra per la diffusione del califfato deve continuare, non conosce riserve e limiti. Infine, e questo vale in particolare per gli attacchi contro la Francia, sinonimo in questo caso di Occidente, vi è lo specifico obiettivo non solo di allontanare le potenze dal tavolo negoziale ma ancora di più di spingerle fuori dal Medio Oriente. Le forze occidentali non devono interferire, né a Vienna né sul campo, con il progetto jihadista di consolidare ed espandere il proprio dominio territoriale.

Gli attentanti sembrano dunque rispondere a questa strategia di allontanamento: colpire nel cuore dell’Europa così da convincerla a ritirarsi. Esattamente il contrario di ciò che faceva Al-Qaeda: l’obiettivo strategico degli attentanti dell’11 settembre era infatti esattamente quello di portare gli Stati Uniti sulla via della “guerra al terrorismo” cosicché potessero emergere le contraddizioni di quel mondo culla della democrazia che ha risposto al terrorismo seguendo la strada della restrizione delle libertà. La strategia dello Stato Islamico sembra, invece, collocarsi esattamente all’opposto rispetto a quella qaedista: l’Occidente deve lasciare il Medio Oriente cessando l’azione colonizzatrice che sotto forme alternative rispetto allo storico sistema delle colonie e dei mandati ha continuato ad esercitare anche nel XXI secolo.

Da un lato, dunque, sembra che lo Stato Islamico stia perdendo il suo slancio offensivo sul piano militare, dall’altro, il gruppo estremista rialza la testa dimostrando un’intatta capacità di rappresaglia e di organizzazione. Meglio: non solo un’intatta capacità ma una rinnovata capacità perché i tre attentanti del Sinai, di Beirut e di Parigi sono in realtà i primi realmente organizzati dalla longa manus dello Stato Islamico. Il modus operandi di questi ultimi attentati è, infatti, molto diverso da quello, ad esempio, dei fatti di Charlie Hebdo di gennaio: in quel caso si trattava dell’iniziativa di lupi solitari attirati dall’ideologia del califfato ma non direttamente controllati dallo Stato Islamico.

Nei tre casi recenti, invece, il link operativo e organizzativo con lo Stato Islamico sembrerebbe essere molto più stretto ed inquietante in quanto si disegnerebbe una capacità organizzativa propria dello Stato Islamico assolutamente non paragonabile a quella di alcuna organizzazione finora conosciuta. Del resto se l’attentato sull’aereo e quello di Beirut sono stati condotti nelle forme che comunemente accettiamo come “forme terroristiche” (dirottamento aereo, esplosioni) quelli di Parigi sono stati un qualcosa di diverso. Si è parlato di un 11 settembre francese, ma l’11 settembre è qualcosa di profondamente differente dai fatti di Parigi del 13 novembre. A Parigi ha agito un commando, freddo, preciso, organizzato in un assetto assolutamente militare; non si è trattato di attentanti terroristici quanto piuttosto di una chiara operazione paramilitare.

Indubbiamente la tattica adoperata è terroristica ma è sul piano strategico-organizzativo che le sei azioni di Parigi consentono di fare un passo in avanti in questa strategia del terrore: la qualità tecnica dell’operazione militare condotta a Parigi dà la misura di un nuovo salto di qualità dello Stato Islamico. In questo senso se a livello emotivo i fatti del 13 novembre sono paragonabili a quelli dell’11 settembre, dal punto di vista tattico il paragone più appropriato sarebbe con gli attentati di Mumbai in India nel 2008, quando un commando jihadista è stato capace di portare a compimento dodici attacchi simultanei nel centro della città.

Mai come negli ultimi quindici giorni, lo Stato Islamico ha dimostrato di poter assumere tante forme simultaneamente: Stato e gruppo terroristico, strutturata e fluida, organizzata e amorfa. Da più parti si è spesso precisato che lo Stato Islamico è un fenomeno molto diverso da al-Qaeda; il link che ha creato con il territorio del califfato e con la volontà di espansione territoriale delinea, infatti, un paradigma opposto rispetto a quello qaedista in cui la fluidità e la mancanza di link strutturati e precostituiti con uno specifico territorio ne costituivano una sorta di essenza. Dopo i fatti delle ultime settimane è chiaro che lo Stato Islamico è qualcosa di diverso da al-Qaeda ma non in termini di opposizione quanto piuttosto in termini di evoluzione: lo Stato Islamico è riuscito a creare un nuovo paradigma capace di unire le classiche tecniche convenzionali (le azioni militari, quasi come si trattasse di corpi speciali) alle tattiche terroristiche tipiche del fenomeno qaedista.

Se tutto ciò rende lo Stato Islamico un fenomeno molto più spaventoso rispetto ad al-Qaeda è anche vero che probabilmente questo fa si che all’interno del fenomeno Stato Islamico stesso vi sia il virus del suo declino. In particolare, da un lato il link esistente tra Stato Islamico e territorio ci aiuta nell’identificazione della strategia jihadista. Al contrario di Al-Qaeda, raramente prevedibile nei suoi obiettivi e nelle sue azioni, lo Stato Islamico ha mostrato più volte apertamente quali siano i suoi piani e in che modo intenda governare ed espandersi.

Dall’altro lato questo stesso link condiziona la sua stessa esistenza: mentre Al-Qaeda è un fenomeno ineliminabile perché la sua struttura snella le permettere di sopravvivere anche smembrata, lacerata e braccata, lo Stato Islamico, proprio in quanto entità autoproclamatasi statale, non può sopravvivere senza il suo califfato. Per definizione, uno Stato non può sopravvivere come movimento clandestino poiché l’autorità territoriale è uno dei requisiti connaturati all’idea stessa della statualità. Senza un territorio scomparirebbe, del resto, anche quel valore propagandistico che ha avuto finora “nei cuori e nelle menti” di generazioni di musulmani vissuti alle periferie delle nostre città e del mondo. La stessa tensione offensiva continuamente volta ad allargare il territorio controllato dovendo contemporaneamente amministrare un territorio sempre più esteso prevede risorse, capacità e strutture che potrebbero non crescere proporzionalmente alle necessità o perlomeno con gli stessi tempi dell’azione militare sul campo.

Infine, lo Stato Islamico ha un ulteriore punto debole: l’estremismo che lo caratterizza non gli consente di avere alleati né amici poiché qualsivoglia movimento autoproclamatosi jihadista o integralista è considerato dall’IS apostata. In questo caso, dunque, la purezza ideologica proclamata e professata dal califfo al-Baghdadi risulta un forte freno strategico sul piano soprattutto militare. In definitiva, soltanto l’adattamento alle continue mutazioni delle variabili e modifiche fattuali può garantire allo Stato Islamico di sopravvivere; purtroppo, mettendo da parte l’ottimismo generato da quello spiraglio apertosi con le contraddizioni insite nel progetto islamico, Parigi, Beirut e il Sinai sembrano aver dato l’avvio proprio ad una nuova fase di adattamento da parte dello Stato Islamico che, presa consapevolezza dei propri limiti, ha rilanciato l’offensiva con un nuovo linguaggio. La sfida a questo punto è per la coalizione anti‑Stato Islamico: riuscirà a dimostrare le stesse capacità di adattamento? I diversi interessi divideranno ancora una volta una coalizione che dovrebbe avere chiaro il proprio obiettivo di realpolitik cioè la lotta allo Stato Islamico? Una lotta che non deve usare le stesse chiavi di lettura usate in passato ma che deve partire da una consapevole analisi dei punti deboli dello Stato Islamico; una lotta che sfruttando e lavorando su quelle “crepe” del progetto jihadista possa accelerare ed esasperare le contraddizioni del sedicente Stato Islamico e condurlo sulla via del collasso.

NOTE:

Roberta La Fortezza è collaboratrice del programma di ricerca "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.


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