Giordania: stabilità o equilibrismo? Giordania: stabilità o equilibrismo?
Il presente lavoro è un approfondimento del Report IsAG n. 59 “I conflitti in Libia e Siria e il potenziale di destabilizzazione regionale” presentato... Giordania: stabilità o equilibrismo?

Il presente lavoro è un approfondimento del Report IsAG n. 59 “I conflitti in Libia e Siria e il potenziale di destabilizzazione regionale” presentato nell’ambito della conferenza “La guerra alla porte. Contenere i conflitti nel Mediterraneo” tenutasi a Palazzo Montecitorio lo scorso 19 novembre.

La Giordania ospita quasi un milione e mezzo di siriani, più del 50 per cento sono bambini. Alla data del 19 ottobre 2015, solo 629.627 sono registrati presso l’UNHCR e hanno lo status di rifugiati. Nel Paese sono stati organizzati quattro campi profughi di cui Zaatari, il primo temporalmente, è considerato per dimensioni la quarta città più popolosa del Regno. La maggior parte dei siriani è però distribuito in varia misura al di fuori dei campi.

1.5 milioni di profughi siriani costituiscono una sfida notevole per il delicato equilibrio etnico giordano. Il Paese sta affrontando un enorme peso economico perché nonostante gli aiuti internazionali, la scarsità di acqua e di energia non sono due variabili facilmente risolvibili. Non bisogna inoltre dimenticare che il Paese ospita circa mezzo milione di profughi iracheni ed è sempre in prima linea con l’andamento della cronica crisi israelo-palestinese.

I primi mesi di conflitto hanno messo in luce una dinamica peculiare in cui non solo i profughi siriani hanno beneficiati dei legami familiari e tribali oltre il confine giordano, ma anche i ribelli siriani hanno ricevuto appoggio e armi dai parenti giordani, specialmente nella città di Deraa, vicino al confine. Questo supporto però è venuto via via scemando con il tempo sia per l’aumento dei controlli di frontiera sia per una mutata attitudine da parte giordana. Quel senso di lealtà tribale che aveva mosso gli animi inizialmente portando i Giordani a supportare la rivolta in Siria e a dare ospitalità in linea con i legami tribali esistenti fra le regioni ai confini, è venuto affievolendosi a causa dell’eccessivo e continuo afflusso di profughi che hanno gravato notevolmente sulle già scarse risorse a disposizione delle comunità giordane. Significativo è stato anche quello che alcuni hanno definito “The Black September complex”, ferita ancora aperta che ha mostrato i suoi effetti nei ripetuti (ma spesso negati) respingimenti al confine nei confronti dei Siriani palestinesi1.

I profughi siriani possono essere divisi in due gruppi, quelli che vivono nelle città e nei villaggi grazie all’aiuto dei parenti e della rete di legami familiari sono circa l’ 80%, il restante 20% vive nei campi grazie agli aiuti delle organizzazioni umanitarie e del governo. La maggior parte vive quindi al di fuori del controllo diretto del governo e delle organizzazioni internazionali e questo pone dei problemi sia dal punto di vista della distribuzione delle risorse sia dal punto di vista della sicurezza. Il lavoro nero è la principale fonte di introito per i profughi che non possono lavorare legalmente sia da rifugiati che senza registrazione, in quando non viene rilasciato loro il permesso di lavoro. Il mercato del lavoro è così congestionato, con i Siriani che lavorano più ore ad un salario più basso, e le famiglie giordane più povere che risentono maggiormente della situazione2. Gli effetti più immediati sono stati infatti una riduzione dei salari per i lavori che non richiedono una preparazione professionale e l’innalzamento degli affitti delle case (per il grande numero di Siriani confluito nelle comunità ospitanti soprattutto nel nord del Paese e nella capitale Amman)3.

L’impatto sulla società giordana è notevole da diversi punti di vista. Risorse energetiche, acqua, infrastrutture, sistema sanitario, educazione sono i settori maggiormente messi alla prova. La gestione dei profughi è regolata dal Jordan Response Plan (JRP), implementato con la comunità internazionale e varie agenzie dell’ONU per fornire un quadro di azione integrato, coordinato e trasparente alla gestione dei profughi. In particolare questo strumento è utile sia al governo per ottimizzare le risorse sia per i donors internazionali che possono far confluire gli aiuti in base alle priorità e alle necessità esposte nel piano. Per il 2015 il piano prevede un costo di 2,99 miliardi di dollari di cui per adesso solo il 35% è stato finanziato. È indubbio che il peso finanziario dell’assistenza abbia aumentato il debito giordano.

I flussi hanno registrato un andamento decrescente nell’ultimo periodo e l’afflusso non dovrebbe aumentare a meno di sconvolgimenti notevoli sul campo, come per esempio un intervento di terra. La open-border policy attuata dal governo ha avuto dei momenti di stallo dovuti al malcontento dei Giordani stessi. Nel 2014 si sono registrati 50 mila ingressi ma il governo seppur formalmente aperto verso l’accoglienza è sempre più cauto e si avvia verso maggiori restrizioni. Alla fine del 2014 infatti, secondo un sondaggio, il 79% dei Giordani era contrario a mantenere ulteriormente aperti i confini e permettere un continuo afflusso di profughi (un significativo peggioramento se si pensa che nel settembre del 2011 la percentuale era del 64%)4.

I confini orientali sono molto controllati e si è registrato un notevole aumento delle forze schierate a difesa di essi. Le incursioni e i tentativi di infiltrazione soprattutto sul confine iracheno sono state sì numerose ma anche parzialmente strumentalizzate dal regime per mantenere uno stato di tensione. Tutte comunque respinte efficacemente. Di particolare rilievo sono i tentativi di rientro in patria dei Giordani che sono andati a combattere in Siria ed Iraq. Il movimento salafita giordano, che presenta comunque delle divisioni al suo interno, ha dato migliaia di combattenti a Daesh e a Jabhat al-Nusra e mentre la partenza non è stata un problema per il Paese, ora non sono più i benvenuti in patria.

La propaganda di Daesh ha presa principalmente sulle fasce più povere della popolazione ma è indubbio il cambiamento di rotta seguito alla barbara uccisione del pilota giordano al-Kasasbeh. In particolare nella zona di Ma’an fra i gruppi salafiti sono emerse frange che appoggiano attivamente l’IS con vessilli neri sventolati in occasione delle proteste svoltesi nell’estate del 2014. 70 salafiti pro-Daesh sono stati arrestati solo durante il mese di agosto 2014.

Secondo un sondaggio condotto dal CSS fra la seconda metà del 2014 e l’inizio del 2015, la grande maggioranza (il 95%) considera Daesh un movimento terrorista e che ponga serie minacce alla sicurezza e alla stabilità della regione. Il 92% lo ritiene il più grande pericolo per la Giordania stessa e, in linea con i precedenti risultati essi non condividono la sua visione ed ideologia. Il consenso per la coalizione internazionale è cresciuto notevolmente dopo l’uccisione del pilota giordano e allo stesso modo l’apprezzamento per la reazione del governo. L’esecuzione nel febbraio 2015 di Sajidah Rishawi (condannata per gli attentati del 2005) e Ziad Karbouli è stata infatti supportata dal 92% del sample intervistato.

Il rischio di terrorismo in particolare di cellule dormienti è sempre presente nel Paese che mantiene una guardia elevata dal suo 9/11 del 2005 in cui morirono più di sessanta persone, in seguito a tre attacchi suicidi simultanei contro altrettanti alberghi di lusso della capitale, rivendicati dal gruppo Al-Qaeda in Iraq, precursore dell’attuale organizzazione dello Stato Islamico. Non a caso però quest’anno è stata di fatto, per la prima volta dal 2006, rimossa la de facto moratoria sulla pena di morte. Un gesto forte del regime nei confronti dei terroristi, comunque tenuti sotto controllo dai servizi segreti giordani considerati fra i più pervasivi ed efficaci della regione. Una delle misure più criticate è stato l’emendamento della counter-terrorism law che ha ridefinito il concetto di terrorismo espandendolo all’attivismo online. Una mossa che se da una parte rende troppo vaga la definizione e ne amplia in maniera pericolosa l’inclusività, dall’altra risponde efficacemente al pervasivo metodo di diffusione e reclutamento online di Daesh.

Nel complesso la questione siriana ha avuto due effetti principali: da una parte distogliere l’attenzione dal processo di riforme che seppur avviato non era e non è considerato dagli attivisti sufficiente a creare un cambiamento reale del sistema politico. Dall’altra però ha influito negativamente sulla già fragile economia giordana. Dal punto di vista energetico la Giordania dipende per il 97% dall’estero per il suo approvvigionamento energetico. Già pesantemente provata dal taglio del canale preferenziale con l’Iraq dopo il 2004, la crisi energetica è diventata notevole dati i continui blocchi da parte dell’Egitto dovuti al sabotaggio delle condutture di gas nel Sinai (principalmente nel 2012) e da un aumento improvviso di popolazione che si attesta intorno al 20%.

L’aumento delle misure di sicurezza per contrastare le minacce dell’estremismo islamico sia ai suoi confini sia ancor di più al suo interno hanno portato ad una situazione di relativa calma e stabilità. D’altro canto però la pesante situazione economica è una variante che potrebbe portare la situazione oltre il limite del non ritorno. Fin adesso le chiavi di sopravvivenza agli sconvolgimenti che hanno travolto il Medio Oriente dal 2011 ad oggi sono stati un processo di riforme controllato ed indirizzato dall’alto, che è venuto incontro alle richieste delle piazze con delle piccole concessioni e dei passi in avanti che non hanno però fornito risposte risolutive. Fondamentale è stato l’approccio che è stato più volte definito soft delle forze di sicurezza nei confronti dei manifestanti, il basilare ed indispensabile supporto economico e militare degli alleati, in particolar modo degli Stati Uniti, e il seppur controverso supporto popolare per il regime.

Il rischio è che il Paese sacrifichi liberalizzazione e riforme per rispondere a delle minacce interne ed esterne che sono più che reali. D’altra parte a delle preoccupazioni che non sono ipotetiche non si può che rispondere con prontezza perché il rischio più immediato è che venga distrutto anche quel poco che è stato fatto fin adesso sulla strada delle riforme, quell’approccio soft alla sicurezza e quella base di consenso che è la forza stessa della stabilità del regime.

Fondamentali nel panorama politico giordano sono due attori, la famiglia reale e le tribù. Essi giocano un ruolo chiave nel preservare o mettere a rischio la stabilità dello Stato. Risulta decisivo a questo riguardo capire quali siano le condizioni che determinano il comportamento delle tribù nei confronti dello Stato, in altre parole perché esse optino per la cooperazione piuttosto che per il conflitto, e viceversa. D’altra parte quali siano le determinanti che hanno permesso fin adesso alla famiglia hashemita di mantenere il potere. Tre fattori principali il contesto internazionale e regionale, gli interessi economici delle tribù stesse, i valori tribali sono la chiave per mantenere il contesto giordano stabile. L’individuazione di costanti è determinante per fornire una chiave di lettura degli avvenimenti odierni alla luce degli insegnamenti del passato. In particolar modo, l’analisi è significativa alla luce della situazione di criticità che la Giordania sta affrontando nella gestione dell’immediata vicinanza della crisi siriana. Una comprensione maggiore delle dinamiche tribali, così importanti per la stabilità dello Stato giordano, è pivotale per una migliore gestione del quadro mediorientale nel suo insieme.

La politica giordana nei confronti della crisi siriana è aperta a diverse opzioni, non essendoci al momento una soluzione particolarmente confacente a quelli che potrebbero essere gli interessi giordani. Infatti pur avendo espulso il rappresentante diplomatico siriano ad Amman, i due Paesi mantengono aperte le relazioni diplomatiche. Nei confronti di Daesh la Giordania sta giocando e può giocare in futuro un ruolo sempre maggiore di rappresentante e portavoce di un islam moderato e aperto al dialogo, unica soluzione di lungo periodo nel combattere la lotta della conquista dei cuori e delle menti in cui la propaganda di Daesh è tanto intraprendente. Un maggior sostegno internazionale per la Giordania da questo punto di vista e il costante afflusso di aiuti internazionali per finanziare il JRP, e garantire allo stesso tempo una migliore situazione umanitaria per i profughi siriani e una maggiore stabilità interna del Paese che deve gestire il malcontento delle comunità ospitanti. Fondamentali inoltre saranno un maggiore sostegno e coinvolgimento delle comunità rurali nella gestione della situazione di emergenza per garantire una ridistribuzione delle risorse e la partecipazione delle comunità tribali al momento lontane dagli interessi contingenti del governo.

NOTE:

Valeria Ruggiu è direttrice del programma di ricerca "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.


1. Nikita Malik, Syria’s Spillover Effect on Jordan, Syria in Crisis, Carnegie Endowment for International Peace, February 13, 2014.
2. Per un approfondimento si veda: The impact of the Syrian refugee crisis on the labour market in Jordan: a preliminary analysis / ILO Regional Office for Arab States - Beirut: ILO, 2014.
3. Cohen Itamar, Syrian Refugees and the Challenge to Jordan, INSS Insight, no. 498, December 19, 2013.
4. Malantowicz Artur, Jordan: Resilience against All Odds, Geographical Overview - Middle East and Turkey, IEMed. Mediterranean Yearbook 2015.


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