Sfide e opportunità lungo la Nuova Via della Seta: riflessioni a partire da un intervento del Gen. Vinod Saighal Sfide e opportunità lungo la Nuova Via della Seta: riflessioni a partire da un intervento del Gen. Vinod Saighal
Visitando nel corso del 2013 il Kazakhstan e l’Indonesia, rispettivamente in settembre e ottobre, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha condiviso... Sfide e opportunità lungo la Nuova Via della Seta: riflessioni a partire da un intervento del Gen. Vinod Saighal

Visitando nel corso del 2013 il Kazakhstan e l’Indonesia, rispettivamente in settembre e ottobre, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha condiviso con il mondo due idee il cui scopo dichiarato sarebbe quello di migliorare la connettività regionale e la cooperazione nell’area eurasiatica, rendendo al contempo gli scambi economici con l’Europa più stabili ed efficienti: due direttrici, una marittima e una terrestre, che permetterebbero alle navi cargo e alle merci in partenza dalla Cina di raggiungere i porti e le stazioni europee in un paio di giorni, un tempo molto più breve rispetto a quello richiesto oggi. L’idea, in particolare, sarebbe quella di riportare in vita gli antichi collegamenti che, un tempo, univano commercialmente l’Asia all’Europa attraverso il Mediterraneo, il Medio e Vicino Oriente: la via della seta sui cui sentieri già in passato viaggiavano carovane cariche di merci, alle quali si affiancherebbe oggi una nuova via della seta marittima del XXI secolo.

Alle strategie che da questa idea hanno preso forma ci si riferisce normalmente, in inglese, come “Silk Road Economic Belt” e “Maritime Silk Road”: sono le due componenti, terrestre e marittima, del progetto che viene definito “One Belt, One Road”, cioè una cintura, una via. Si intendono presentare di seguito alcune semplici considerazioni su questo progetto e sulle sue potenzialità, così come sulle numerose incertezze che presenta e sulle difficoltà che potrebbe incontrare a breve e lungo termine, stimolate in parte dall’intervento del Generale Vinod Saighal al 7th China-ASEAN Think Tank Strategic Dialogue Forum1(2014).

Il fascino del richiamo a un simbolismo condiviso, unito ai benefici economici che il progetto prospetta, potrebbe certamente suscitare anche l’interesse dell’Europa e delle sue menti; ma il fatto che le due nuove vie siano state annunciate in nazioni tanto vicine alla Cina, come l’Indonesia e il Kazakhstan, suggerisce che è all’Asia che bisogna guardare. È in Asia che le due vie iniziano il proprio viaggio, ed è qui che si combatterà la battaglia per trasformare le visioni del mondo in progetti e passi concreti. La volontà stessa di creare due nuove versioni della via della seta, terrestre e marittima, dopotutto, potrebbe nascere unicamente da considerazioni strettamente interne alla Cina, legate alla percezione della propria posizione e del proprio futuro. Una risposta alla crisi economica e al forte calo dei consumi in Europa, forse, e al netto rallentamento subito dall’economia cinese, che non cresce più al ritmo di un tempo. Da questa prospettiva, la Cina potrebbe confrontarsi con l’idea di un modello di crescita basato sulle esportazioni diventato insostenibile per il futuro, da migliorare attraverso l’apertura di nuove potenziali vie per crescere. Queste vie, d’altra parte, sono necessarie anche per risolvere gli squilibri che il paese ha al suo interno, stimolare i consumi e la domanda interna, promuovere il mercato dei servizi e quello finanziario.

Dando corso al progetto e consolidando attraverso di esso la propria posizione economica e politica, tanto a livello interno che regionale, la Cina diventerebbe una vera protagonista nell’area nella quale opera. I progetti della Silk Road Economic Belt (SREM) e della Maritime Silk Road (MSR), e gli accordi economici che ne nasceranno, richiederanno alla Cina una partecipazione attiva e un impegno finanziario elevato, tali da comportare anche un aumento nelle relazioni diplomatiche con gli Stati vicini: una crescita economica che inevitabilmente porta con sé considerazioni strategiche, politiche e militari. In ogni caso, come è stato più volte suggerito, attraverso queste due proposte la Cina dimostra quali siano le potenzialità raggiunte dal punto di vista economico, e come queste siano aumentate di pari passo con l’ambizione e la maturità necessarie per impegnarsi in una politica diplomatica più creativa che, almeno in un continente, vada oltre la semplice ricerca e lo sfruttamento di risorse energetiche. Le due proposte, soprattutto, dimostrano come la Cina abbia la volontà di impegnarsi a impiegare il proprio potere anche all’estero, agendo su un’area vasta e ricca di interessi economici, strategici e geopolitici.

Quando si prende una tale decisione, però, un problema che inevitabilmente si pone resta quello di riuscire a utilizzare in modo giusto e consapevole il peso economico e politico che si acquisisce, facendosi anche carico delle responsabilità che da questo derivano. Nel suo intervento, il Generale Vinod Saighal richiama a questo proposito i suggerimenti dell’antico filosofo cinese Guan Zhong, riproponendoli come una guida sulla quale il nuovo progetto dovrebbe nascere: presenza positiva, buoni rapporti di vicinato, promozione dell’armonia dentro e fuori i confini nazionali. Una partecipazione attiva ma senza interferenze e, soprattutto, pacifica. In ogni caso, rispetto ad un tempo lontano millenni non sono più la seta, le spezie, l’argento e altri strumenti preziosi a viaggiare verso occidente, e i regni e le aree di influenza marittima che i più freddi container dovranno attraversare configurano uno scenario molto più complicato dal punto di vista politico e sociale.

Partendo dalle zone meno sviluppate dell’entroterra cinese, infatti, la via della seta terrestre attraverserebbe prima il paese verso lo Xinjiang, per arrivare poi in Kazakhstan. Lasciatasi alle spalle Samarcanda, passando il Tajikistan e viaggiando lungo il confine del Pakistan attraverso Iran, Iraq e Turchia, arriverebbe all’Europa orientale, da percorrere verso la Germania e i Paesi Bassi fino a concludere il proprio viaggio a Venezia. La via della seta marittima, invece, dopo le provincie del Fujian e del Guangdong attraverserebbe lo stretto di Malacca verso l’Oceano Indiano, dove le navi viaggerebbero vicine ad India, Sri Lanka, Kenya e, passato Suez, arriverebbero in Europa attraverso Atene, per approdare infine a Venezia, dove la via della seta marittima si ricongiunge con la via terrestre.

I paesi coinvolti direttamente nella costruzione della via della seta marittima e di quella terrestre, per quanto a vario titolo, sono quindi numerosi: nazioni tra loro differenti per storia, economia, peso politico e posizione internazionale. Questi, sebbene intrattengano relazioni di vario tipo con la Cina, potrebbero avere in alcuni casi dei propri interessi da promuovere, che potrebbero non essere allineati con quelli portati avanti dal progetto cinese. Gli Stati coinvolti solo indirettamente, o magari non strettamente essenziali per il funzionamento del progetto, avranno se possibile ancora più voce in capitolo sulla sua riuscita, e il futuro della nuova via della seta dipenderà anche da loro: Stati Uniti, Russia, Giappone e India, ad esempio.

Dal momento in cui ha avanzato la proposta, la Cina si è mossa contattando tutti i leader dei paesi potenzialmente coinvolti e, per tradurre le parole in fatti, avrebbe creato un fondo per gli investimenti nel progetto di 40 miliardi di dollari americani, che va ad affiancarsi alle risorse messe a disposizione dalla Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, proposta nel 2014 da Pechino proprio con lo scopo di finanziare la crescita della rete di infrastrutture nella regione. L’idea della Cina, infatti, sarebbe quella di promuovere l’avanzamento della via della seta attraverso una serie di investimenti diretti nei paesi coinvolti, finanziando la costruzione di porti, ferrovie, centri logistici e di comunicazione, infrastrutture energetiche e quanto sia necessario a garantire il fluire delle navi e delle merci in modo costante, veloce e sicuro.

Nelle parole di Pechino, la costruzione della via della seta si configurerebbe come un’opportunità per tutte le parti coinvolte, un rapporto di mutuo beneficio nel quale i paesi partecipanti otterrebbero vantaggi concreti in termini economici, beneficiando di finanziamenti e crescendo grazie al miglioramento della propria rete di infrastrutture e nella competitività. Inoltre, anche l’intera regione presa nel suo insieme non avrebbe che da guadagnarne, beneficiando, in alcuni contesti, di una potenziale specializzazione data da economie di scala capaci di ottimizzare e valorizzare la produzione in un contesto allargato.

Per quanto sia possibile porre l’accento sui vantaggi reciproci e i mutui benefici che, sebbene non sempre chiari nell’immediato, certo ci sarebbero (al punto che qualcuno non ha esitato a paragonare la nuova via della seta a una sorta di piano Marshall), non si può negare però che la Cina stessa resterebbe la nazione più capace, potenzialmente, di trarre dal progetto il guadagno maggiore. La via della seta terrestre, ad esempio, permetterebbe alla Cina di coinvolgere le proprie regioni meno sviluppate, collegandole anche alle nazioni vicine, nel tentativo di porre un freno allo squilibrio economico interno e di stimolare la crescita dell’area. Attraversando regioni sensibili come lo Xinjiang, la via della seta terrestre potrebbe permettere alla Cina di perfezionare il proprio controllo interno agendo in aree dove non mancano i problemi di sicurezza. Grazie al progetto, inoltre, la Cina potrebbe consolidare i mercati per le esportazioni già esistenti ed espandersi aprendone di nuovi; mentre la via della seta marittima contribuirebbe a consolidare i tragitti necessari a garantire l’importazione di petrolio e materie prime.

Agendo sullo scenario internazionale attraverso quella che è stata definita una diplomazia delle infrastrutture, di fatto già in atto, la Cina si estenderebbe in modo quasi naturale lungo una serie di infrastrutture marittime e terrestri, proiettando la propria forza su un’area dove si incontrano gli interessi di altre potenze regionali e globali. Riprendendo le note che il Generale condivide nel suo intervento, guardando al mondo da questa prospettiva non può sorprendere di come le reazioni ai piani cinesi siano state varie e contrastanti, con punte di diffidenza date dal fatto che, in fondo, l’idea che alla Cina interessi solo consolidare la propria posizione economica e politica nella regione non si potrà mai escludere del tutto. Anche vincendo questa iniziale diffidenza, in ogni caso, gli interessi in gioco sono troppo elevati per limitarsi a considerare i soli vantaggi economici, e il cambio di equilibri politici ed economici che il progetto porta con sé potrebbe destare preoccupazioni in qualcuno tra gli attori coinvolti. Questo, in particolare, è valido quando si parla dei mari e del loro controllo e, sotto questa luce, è quindi la via della seta marittima a presentare gli interrogativi maggiori.

Gli investimenti lungo la via della seta marittima, come detto, servirebbero a realizzare nuove infrastrutture seguendo la rotta prevista per le navi cargo e portacontainer tra Vietnam, Indonesia, Sri Lanka, India, Kenya, Grecia e Italia. Tra tutti i partner potenziali del progetto, l’India ricopre una posizione molto particolare: sebbene neppure strettamente indispensabile al funzionamento teorico del progetto, il suo peso politico ed economico la pongono in una posizione strategica nella regione, configurando un ruolo di primo piano per il buon funzionamento della via della seta. Per il futuro di questo progetto saranno dunque di primaria importanza le relazioni che la Cina e l’India saranno capaci di intrecciare ma, d’altra parte, lo saranno in ogni caso per l’economia, la politica e la sicurezza dell’Asia. Nonostante Cina e India siano importanti partner commerciali, nell’equilibrio raggiunto dalle due nazioni non mancano le tensioni e le differenze nella percezione di quali siano le proprie aree di influenza e di interesse, e la diffidenza e le contese continuano a fare il loro corso lungo i confini terrestri e marittimi.

Anche mettendo da parte le singole dispute per concentrarsi sulle opportunità, sono molte le sfide e le incertezze che si prospettano nel futuro, e le due nazioni potrebbero avere idee e priorità diverse sulle applicazioni pratiche di questo progetto. Proprio per questo, quando la Cina ha invitato l’India a prendere parte al progetto, nel marzo 2014, Nuova Delhi avrebbe fatto sapere di non poter garantire un sostegno incondizionato all’iniziativa, riservandosi il diritto di decidere la propria politica quando il progetto sarà ad uno stadio più avanzato: una posizione che d’altra parte potrebbe essere comune a molte altre nazioni e, in particolare, a quelle coinvolte nel Partenariato Trans-Pacifico (TPP) promosso dagli Stati Uniti.

Rispetto ad altri tra i paesi coinvolti, però, l’India presenta un interesse e un peso diversi a livello regionale e, vista la propria posizione, i vantaggi a breve termine come il finanziamento di infrastrutture potrebbero suscitare un’attrattiva minore al giocare un ruolo attivo nella definizione del piano, investendo al suo interno nella creazione di proprie reti. D’altra parte, in termini strategici, l’India è forse il paese nell’area euroasiatica più esposto al rischio di un aumento ingente del peso politico che il progetto potrebbe portare alla Cina, e quello più a rischio nel caso in cui i porti, le infrastrutture e i collegamenti creati potessero avere una doppia funzione, militare oltre che civile. Il peso economico, politico e strategico dell’India, visto oggi così come in prospettiva futura, le rendono naturale avere uno sguardo sull’Asia più attento e cauto e non limitato ai soli scambi commerciali. L’India, al pari della Cina, si fa protagonista di una visione nella quale è una potenza positiva nell’area con una funzione di riequilibrio, e non vuole rinunciare alla possibilità di crescere ed essere determinante dal punto di vista economico, sociale e politico.

Andando avanti il progetto, sarebbe importante per l’India perseguire i propri obiettivi all’interno di One Belt, One Road, ma il fatto che dal punto di vista storico l’India sia stata la nazione stessa sulla quale si snodavano i commerci lungo la via della seta, e che i rapporti con la Cina si siano svolti in modo pacifico nell’arco di millenni, non basta a colmare l’incertezza politica e militare che ruota attorno al progetto. E, in prospettiva, quello tra Cina e India resta il rapporto più importante per il futuro del progetto e dell’area e, al momento, forse anche quello più delicato. Come nota anche il Generale nel proprio intervento, sia l’India che la Cina continuano ad aumentare le proprie capacità militari percependo una possibile minaccia dall’altra parte, esacerbando così le tensioni già in atto e particolarmente accese su alcuni degli spazi marittimi interessati dal progetto, che restano contesi. Delicata, a questo proposito, anche la situazione nel Mar Cinese Meridionale, dove la Cina rivendica il controllo della sua “Muraglia di sabbia” scontrandosi con Taiwan, Malesia, Filippine, Vietnam e Brunei.

Per quanto determinante, l’India non è l’unica nazione interessata a considerare i potenziali sviluppi della via della seta marittima e di quella terrestre. Il progetto, globale per sua stessa natura, suscita ovviamente l’interesse e stimola le reazioni di tutti gli attori presenti sul continente e negli oceani, quali il Giappone e gli Stati Uniti. Come riporta il Generale Vinod Saighal nel suo intervento al 7th China-ASEAN Think Tank Strategic Dialogue Forum, il Giappone, in particolare, dal luglio 2014 avrebbe approvato una modifica alla propria Costituzione in materia di sicurezza, stabilendo la possibilità di prestare aiuto militare ad un alleato o ad una nazione amica nel caso in cui questa sia minacciata o sotto attacco. Indipendentemente dall’uso che ne sarà fatto, se e quando ciò accadrà, la nuova legislazione costringe la Cina a considerare un tassello in più nella propria visione del Secolo Asiatico, con un Giappone che potrebbe diventare più assertivo nel supportare la propria posizione regionale.

Un ulteriore motivo di incertezza attorno al progetto, tanto per il Giappone quanto per gli Stati Uniti e l’Europa, è dato dal fatto che la costruzione delle infrastrutture lungo la via della seta sarebbe finanziata grazie a un fondo specifico stanziato dalla Cina, a fondi privati e a quelli messi a disposizione della Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture. Si tratta di strumenti indipendenti che si contrappongono al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e alla Banca per lo sviluppo asiatico, considerati forse dalla Cina troppo occidentali e dominati dagli Stati Uniti che, nel caso ad esempio della Banca per lo sviluppo asiatico, hanno lo stesso peso in termini di voto del Giappone, il paese fondatore. Rispetto alla Banca per lo sviluppo asiatico ad esempio, dove il Giappone e gli Stati Uniti condividono le quote maggiori e dove i paesi esterni alla regione controllano in totale circa il 30% del capitale, la banca guidata dalla Cina rifletterebbe una visione diversa, con una prospettiva asiatica che la vede protagonista, e dove le quote previste per i paesi non asiatici, pur sempre tra i potenziali investitori nella banca, sarebbero limitate al 25% in totale.

Oltre a queste considerazioni, una preoccupazione generalizzata, specie negli ambienti diplomatici occidentali, è l’incertezza sugli standard di governance di queste strutture, e sui criteri attraverso i quali distribuirebbero i soldi. Gli Stati Uniti, in ogni caso, restano totalmente assenti dalla Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture guidata dalla Cina, ma non per questo sono meno interessati alla regione e ai suoi possibili sviluppi. I leader a Washington e a Pechino hanno probabilmente idee diverse sul futuro, e su come dovrebbero funzionare alcuni degli elementi chiave del sistema internazionale, e tendono quindi a promuovere in modo attivo la propria visione a discapito delle altre. Gli Stati Uniti, da parte loro, per il futuro del Pacifico, dell’Asia e dell’Europa promuovono il TPP (Partenariato Trans-Pacifico) e il TTIP (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti), e la Cina, esclusa dal trattato sul Pacifico, fatica a non considerarli parte di una semplice strategia di contenimento, che prende forma tanto economica quanto politica e militare, contenendola in Asia orientale e isolandola economicamente dai giochi internazionali guidati dagli USA.

Il TPP, d’altra parte, nasce proprio con lo scopo di creare un’alternativa economica alla Cina in Asia, un’area capace di crescere e attrarre investimenti, e gli Stati Uniti sperano anche di stabilizzare l’area promuovendo la transizione democratica in Myanmar e stimolando gli scambi tra Giappone, Filippine, Indonesia, Malesia e Tailandia, spingendo queste nell’ottica del TPP e lontane dalla via della seta. Da questo punto di vista, forse, il progetto “One Belt, One Road” potrebbe essere visto in prospettiva come una risposta della Cina alla strategia degli Stati Uniti, capace di portare a vantaggi, sul lungo periodo, in termini economici e militari, permettendole così di consolidare il proprio peso politico nell’area. Intrattenendo rapporti diretti e vantaggiosi con le nazioni meno sviluppate e operando tramite le proprie istituzioni, la Cina perseguirebbe i propri interessi in modo autonomo e senza dipendere dalle attuali istituzioni internazionali, proponendo un’alternativa dall’aspetto vantaggioso. Se così fosse, però, la Cina dimostrerebbe ancora una volta una capacità di guardare al futuro e di pianificare che difficilmente trova pari nella politica contemporanea occidentale, e che potrebbe in prospettiva spianare la strada e consolidare il Secolo Asiatico a egemonia cinese in un contesto in cui, non potendo confrontarsi militarmente con gli Stati Uniti, si mira a ridurre il loro ruolo e la loro posizione strategica in Asia e di conseguenza a livello globale.

Attraverso l’implementazione della via della seta marittima, infatti, la Cina potrebbe proiettare la propria potenza navale sull’Oceano Indiano, diventando presente in un’area che gli Stati Uniti dovranno necessariamente continuare a controllare se intendono definirsi una potenza globale. Quest’area, come nota anche il Generale, non è solo importante per il commercio ma anche per il transito di materie prime e di risorse energetiche, una priorità che resterà invariata nel futuro e che spingerà Cina, India, Giappone e Sud Corea a impegnarsi per rendere sicure le vie di trasporto. Gli Stati Uniti ovviamente non possono abbandonare l’area e la Cina, come riporta Vinod Saighal nel suo intervento, per quanto possa immaginare un futuro con una presenza minore degli Stati Uniti non ha alcuna speranza di confrontarsi militarmente con questa nazione, indipendentemente da quanto ingenti siano gli investimenti militari che sta portando avanti.

Se effettivamente realizzata, la via della seta non potrà far altro che mutare profondamente i rapporti economici e politici della regione, cambiando anche a proprio vantaggio gli equilibri dell’area. I rischi che questo comporta sono significativi, e le possibili conseguenze non mancano di destare preoccupazione in molte delle nazioni coinvolte direttamente o indirettamente dal progetto. Cambiando gli equilibri economici si modificherebbero anche quelli politici e militari, e questo porterebbe a importanti considerazioni in tema di politica estera per nazioni strategiche come Giappone, India e Russia.

Certo la Cina, nel suo passato millenario, ha già influenzato i propri vicini e ha tutte le carte in mano per far sì che ciò accada nuovamente: le risorse economiche, la volontà politica e la capacità di dare corso ai passi necessari al compimento di una visione a lungo termine. Ma la posizione che assumeranno le altre nazioni sarà determinante, e le attuali potenze continueranno in ogni caso ad avere voce in capitolo. Come nota ancora il Generale, se la Cina vuole attuare la propria visione che, come sostiene, nasce puramente da considerazioni di carattere economico, dovrà per prima cosa adeguare la propria politica militare alle tante rassicurazioni date alle nazioni vicine, e non invece dirigerla in senso opposto come sembra stia facendo ora. Per quanto sia inevitabile che una grande crescita economica comporti anche un aumento delle proprie capacità militari e tecnologiche, la differenza sta nel modo con cui si decide di impiegare questa forza, dal momento che è altrettanto naturale che questo susciti reazioni nei vicini interessati.

Quanto la Cina sceglierà di fare dal punto di vista militare, oltre che con le parole e il denaro, sarà determinante per il futuro stesso del progetto. Il Generale, a questo proposito, cita l’opinione di Joseph S. Nye, quando sostiene che una politica militare cinese troppo aggressiva otterrebbe l’unico effetto di indurre i suoi vicini a coalizzarsi nel tentativo di farle da contrappeso, diminuendo la capacità politica e diplomatica cinese e andando in direzione opposta a quanto sperato. Anche in questo caso, però, le incertezze resteranno. E se il progetto è di natura puramente economica, con i mutui benefici prospettati dalla Cina, questo dovrà essere ben pensato, ecologicamente sostenibile, giusto dal punto di vista economico ed equo per tutte le nazioni coinvolte e le persone che vivono al loro interno. Non è scontato che questo avvenga, e in ogni caso progetti a guida cinese, molto meno ambiziosi, si sono già arenati a seguito della situazione politica regionale o dell’incomprensione con gli altri Stati.

Sarebbe importante, in prospettiva, attuare misure capaci di avvicinare la Cina e le nazioni del Sudest asiatico, aumentando la loro fiducia reciproca, e collaborare con l’India per mantenere equilibrio, pace, armonia e prosperità. La via da seguire, stando almeno alle parole del Generale, sarebbe proprio quella di cercare un punto di convergenza quanto più stretto possibile con l’India, la nazione che forse più di tutte si è mostrata fredda al progetto nelle proprie reazioni. Il Generale affida i propri pensieri ad una citazione di Edward De Bono, secondo cui se l’India e la Cina si unissero potrebbero diventare una super potenza in breve termine, ma diventerebbero imbattibili se riuscissero a portare tutte le nazioni dell’area sotto la propria influenza.

Per quanto già in atto, il processo in corso è ancora ad uno stadio troppo embrionale perché possano esserne tratte delle conseguenze significative. Quel che sembra certo è che, nel medio e nel lungo periodo, un progetto di questo tipo potrebbe certamente aumentare l’integrazione economica regionale, stimolare gli scambi commerciali e finanziari tra le nazioni dell’Eurasia. E, soprattutto, potrebbe portare la Cina a trovarsi al centro del commercio, degli investimenti e delle infrastrutture: un potere che, se ben utilizzato, le darebbe un peso politico e diplomatico ancora più forte di oggi. Nessuno dei vicini, sostiene per concludere il Generale, invidierebbe alla Cina il ruolo di leader guida, a patto però che la sua politica si configuri pacificamente e che le relazioni intrecciate si mantengano positive e pacifiche nel tempo. Resta il fatto, però, che un progetto così ambizioso deve essere sostenuto congiuntamente da tutte le più grandi potenze dell’area, e che questo imporrebbe a Cina e India di impegnarsi e lavorare insieme per rafforzare la prospettiva di un Secolo Asiatico.

NOTE:

Giulio Ferracuti è Dottore magistrale in Scienze Politiche e Internazionali, Università di Trieste, e collaboratore del programma "Asia-Pacifico" dell'IsAG.


1. Jointly Building the Maritime Silk Road in the 21st Century, Presentation by Vinod Saighal at the 7th China-ASEAN Think Tank Strategic Dialogue Forum (2014).


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