Il protrarsi dell’instabilità in Mali Il protrarsi dell’instabilità in Mali
Terra d’ingerenze straniera e di affari illeciti il Mali si conferma essere uno Stato privo di una forte tradizione politica. Stretto tra la pressione dell’instabilità... Il protrarsi dell’instabilità in Mali

Terra d’ingerenze straniera e di affari illeciti il Mali si conferma essere uno Stato privo di una forte tradizione politica. Stretto tra la pressione dell’instabilità della cosiddetta Africa araba e la tradizione dell’Africa sub-sahariana, coglie le criticità di entrambe. L’incapacità di determinarsi lo pone, oggi più che mai, in una situazione estremamente vulnerabile dalla quale sarà difficile uscire. La stabilizzazione del paese attraverso l’intervento militare deve costituire solo il primo livello di una strategia complessa e sapiente; è infatti necessario dare corso ad una politica socio-economica concreta e capace di ridefinire la struttura di un paese dall’identità minata. Riconoscere le minoranze identitarie e coinvolgerle nei processi economici del Paese, fronteggiare gli attori non legittimati che già esercitano il proprio controllo su un territorio non governato sono linee guida imprescindibili per un’azione politica che voglia essere decisa e non fallimentare.

La recente storia del Mali coincide con la guerra civile libica del 2011 e la conseguente caduta del decennale regime di Gheddafi. In quel periodo i Tuareg stanziati in Libia e fedeli alla politica del colonnello furono costretti a scappare subito dopo la sua sconfitta1; facendo ritorno nel nord del Mali si unirono al già costituito movimento indipendentista Tuareg2 per rivendicare, come già fatto in precedenza, un proprio Stato che ne consacrasse l’identità.

Nacque così il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad – MNLA – i cui esigui numeri costrinsero i Tuareg ad una iniziale alleanza, chiaramente fondata su motivi di opportunità, con i gruppi armati ad ispirazione jihadista. È così che irruppero nella scena politica maliana diversi gruppi ad ispirazione jihadista come Ansar al Dine, MUJAO3 e le frange legate ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico – AQIM4. Rafforzati militarmente grazie alle armi fuoriuscite dagli arsenali dello sconfitto colonnello questi attori non convenzionali inizialmente appoggiano il MNLA contro lo Stato centrale.

La dichiarazione unilaterale dell’aprile 2012, che rivendicava la costituzione di uno Stato Tuareg nella regione nord del Mali, diede origine ad un lungo periodo d’instabilità originando una guerra civile che ebbe come conseguenza l’effettiva caduta del governo legittimo; il paese cadde in una situazione di caos successivamente “controllato” e gestito dai gruppi jihadisti che mettendo da parte i Tuareg presero in mano la direzione della scena. Questo segnò la fine dell’ambizioso ed originario progetto dei Tuareg del movimento di liberazione, che aspirava all’indipendenza di uno Stato Tuareg. A questo punto, il monopolio del potere, esercitato attraverso un uso indiscriminato della violenza, fece in modo che le frange jihadiste, principalmente Ansar al Din, dessero corso ad una effettiva, seppur breve, esperienza di governo5 improntato sull’introduzione della Shari’a. Successivamente, si crearono divergenze all’interno della stessa alleanza jihadista circa la modalità di esercizio della gestione del potere acquisito. Ciò indebolì il fronte di coalizione jihadista, agevolando la vittoria delle truppe francesi intervenute per arginarne l’avanzata a sud.

Infatti, il governo di Parigi, sotto egida ONU, ha dato corso ad un intenso intervento militare, denominato “Operazione Serval” rimasto in vigore fino al luglio 2014. L’ingerenza francese è stata determinata anche da interessi economici, storicamente legati all’eredità coloniale, che stavano per essere compromessi da una situazione ormai incontrollata. Tuttavia, l’internazionalizzazione di una crisi che minava la stabilità dell’intera regione saheliana ha fatto sì che dall’agosto 2014, venisse dato il via all’“Operazione Burkane”, una missione ad ampio spettro appoggiata da ECOWAS ed Unione Africana, principalmente finalizzata a contrastare la presenza dei gruppi jihadisti nel Mali e nelle zone limitrofe ai confini mauritani. Successivamente, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con risoluzione 2100 del 25 aprile 2013, decretò l’avvio della missione MINUSMA6 cui affidò il compito di supportare la fase di ricostruzione politica affidata al nuovo governo di transizione; una ulteriore risoluzione, la 2164 del 25 giugno 2014, concesse alla medesima missione ulteriori poteri di azione estendendone il campo di azione nell’ambito della sicurezza interna ed in quello della salvaguardia dei diritti fondamentali.

Nonostante questa parvenza di stabilità politica, la situazione di crisi in Mali non si è mai concretamente stabilizzata, tanto da potersi dire “ rientrata”. Tuttavia, negli ultimi mesi sono stati fatti dei passi avanti: le aperture del MNLA, organizzazione politicamente legittimata e riconosciuta quale interlocutrice, hanno consentito che lo scorso giugno venisse siglato un cessate il fuoco propedeutico ad un vero e proprio piano di pace7. Il risultato è stato portato a termine grazie alla mediazione dei rappresentanti ONU e all’arbitrato delle autorità algerine che hanno consentito di raggiungere un accordo facendo leva sulla concessione di una parziale autonomia tesa a soddisfare gli aspetti di “specialità“ socio-culturale Tuareg. Ma il futuro è tutt’altro che roseo; infatti, se da una parte questo accordo segna un passo importante verso un reciproco riconoscimento tra il governo centrale ed i rappresentanti dell’autonomia Tuareg, dall’altro ha contribuito ad alimentare il disappunto delle frange più estreme e radicali del popolo blu che potrebbero decidere di continuare a lottare contro un governo che considerano illegittimo.

Ma la questione dei Tuareg non è l’unica criticità ad interessare il Mali; a sud, la recrudescenza delle azioni terroristiche determinate dall’azione di gruppi jihadisti, diversi per struttura ed agenda fanno del Mali il fulcro dell’ instabilità saheliana. I Tuareg di Ansar al Din – “partigiani della fede” – e soprattutto i miliziani di tradizione qaedista di Al Mourabitoun8 sembrano essere i nuovi protagonisti non solo delle violenze politiche, ma di una nuova ed inquietante tendenza che li vede artefici di un rapido processo di radicalizzazione del Paese. La già avviata destrutturazione di Al Qaeda ed il suo successivo indebolimento nell’area, anche indotta dall’ascesa dell’Islamic State ha fatto in modo che determinate frange di Al Qaeda nel Maghreb Islamico non solo potessero acquisire una certa autonomia ma addirittura ridefinirsi come strutture autonome consolidatesi attraverso alleanze di gruppi minori. È il caso di Al Mourabitoun – “Le sentinelle” – organizzazione jihadista di tradizione qaedista, guidata dall’ex emiro di AQIM Mokhtar Belmokhtar; questa organizzazione è nata nell’agosto del 2013 dall’unione di Al Mulathameen Brigade9 e MUJAO. Protagonista del recente attacco condotto il 20 novembre 2015, contro contro il Radisson Blu Hotel di Bamako, Al Mourabitoun ha evidenziato una inquietante capacità organizzativa e di azione che non può che preoccupare.

Nello specifico, uomini armati ed assolutamente organizzati sono stati capaci di introdursi nella struttura alberghiera nonostante la presenza di una capillare viglianza armata, di trarre in ostaggio 170 persone e di assassinarne 22 prima di essere neutralizzati da truppe speciali francesi, appositamente intervenute. Invece, il successivo 28 novembre, jihadisti presumibilmente legati ad Ansar al Din, hanno attaccato con razzi e mortai una base ONU a Kidal, sede delle truppe di peacekeeping, provocando la morte di tre militari. Quanto sopra porta a prendere atto su come le organizzazioni terroristiche operanti nel Mali abbiano fatto un ulteriore salto qualitativo dal punto di vista dell’utilizzo delle tecniche di attacco, ma non solo. Inoltre, non è da escludere che nel lungo periodo le logiche geopolitiche di alleanze e connivenze tra i vari gruppi aderenti al progetto del jihad globale potrebbero determinare situazioni che permetterebbero all’Islamic State di inserirsi anche nelle dinamiche, oggi quasi esclusivamente regionali, del Sahel.

Tuttavia, l’aspetto più preoccupante e tendenzialmente trascurato anche dalle politiche d’intervento della Comunità Internazionale riguarda l’ambito sociale; mancati interventi che provenissero da attori istituzionali hanno determinato la percezione di una totale assenza dello Stato, tanto da proiettare il Mali nella categoria di quelli che vengono definiti territori non governati10 . In questo senso, l’influenza jihadista, oltre a creare tensioni politiche e innescare episodi terroristici, ha recentemente dato il via a un processo di rapida radicalizzazione che altro non è che il risultato di medio termine di una politica socio-economica attuata dai gruppi jihadisti in favore delle popolazioni locali; oltre a ciò sono diventati frequenti i matrimoni tra i jihadisti e le donne delle tribù locali. Tutto questo fa in modo che si sviluppino legami di sangue che per cultura e tradizione legano, indissolubilmente, i membri jihadisti alle tribù. Ben si comprende come detto aspetto, nel lungo periodo, porterà a fare in modo che dinamiche radicali e logiche tribali, condizionate dalle nuove generazioni, si sovrapporranno.

Questo patto sociale tra le tribù locali e i jihadisti è principalmente dovuto ad aspetti economici; i gruppi jihadisti, esercitando un controllo – di fatto assoluto – sui traffici illeciti che passano nell’area saheliana, sono in grado di sviluppare un’economia, seppur illegale, che possa produrre mezzi di sostentamento per i giovani dei villaggi maliani vicini alle rotte battute dai traffici illeciti. Il risultato sarà duplice: i gruppi jihadisti, economicamente forti e strutturati, in cambio di politiche sociali godranno della benevolenza di una parte delle tribù maliane; questo, successivamente li indurrà ad esercitare un controllo del territorio sempre maggiore ed a discapito della sovranità statale. Il secondo punto risiede nel fatto che l’Islam radicale si estenderà sempre più a sud arrivando ad interessare, per induzione, anche zone dell’africa sub-sahariana che mai sono state, per tradizione e cultura, vicine ad una visione religiosa estrema.

A questo punto ci si domanda: quale destino per il Mali ? Dare una risposta non è assolutamente semplice. Di certo si è persa una grande occasione per portare stabilità nell’immediato, recente dopoguerra; infatti, se la missione militare a guida francese è stata un grande successo, non si può dire altrettanto rispetto alle politiche d’intervento in campo sociale. Purtroppo, risulta palese che sia stato privilegiato sin dall’inizio il solo – seppur necessario – aspetto militare, “dimenticando” di integrarlo con politiche sociali che fossero rapide ed incisive e consolidassero un apparato statale debole e vulnerabile a fronte di tendenze indipendentiste ed estremiste. Tale asimmetria nell’intervenire purtroppo non ha reso possibile il colmare quei vuoti socio-politici nascenti da questo tipo di conflitti, finendo per lasciare campo libero a un’infiltrazione più subdola e potenzialmente ancor più difficile da sradicare da parte delle organizzazioni terroristiche. Su queste basi, purtroppo, è nuovamente lecito notare che se la Comunità Internazionale non spingerà i propri interventi verso un’azione più ampia e non solo militare, gli scenari futuri per il Mali e i simili contesti resteranno complessi e di difficile risoluzione, lasciando troppo spazio di manovra alle forze distruttrici attive nelle rispettive aree.

NOTE:

Andrea Sperini è collaboratore del programma "Africa e America Latina" dell'IsAG.

1 Per approndire: Alcaro R., Transatlantic Security from the Sahel to te Horn Africa, IAI, Nuova Culture Ed., Roma, 2014.
2 Movimento Tuareg del nord del Mali - Mtnm - guidato da Ibrahim Ag Bahanga, storica organizzazione che rivendica il riconoscimento dei Tuareg come nazione.
3MUJAO: acronimo del gruppo jihadista Movement for Unity and Jihad in West Africa; questo gruppo, nato nel 2011da frange dissidenti di AQIM è stato particolarmente attivo nell’area sud algerina per poi riposizionarsi nel corso del conflitto maliano.
4 Ansar al Dine ( trad. I partigiani della fede); gruppo jihadista tuareg che intende stabilire, come è successo per un breve periodo tra il 2012 ed il 2013, una vera e propria esperienza di governo assoggettando le popolazioni locali alla Shari’a. MUJAO, ovvero Movimento per l’Unicità del Jiahd nell'Africa occidentale è un gruppo jihadista composto in gran parte da esponenti fuoriusciti da Al Qaeda nel Maghreb Islamico, gruppo jihadista affiliato all’ideologia di Al Qaeda. Le sopra menzionate organizzazioni jihadiste ad oggi, esercitano una forte influenza in tutta la regione del Sahel e si finanziano, principalmente, attraverso il controllo dei traffici illeciti ed i riscatti derivanti dai rapimenti. Nel corso dell’esperienza in Mali si sono trovati in disaccordo su molti punti.
5 In Mali e nello Yemen si sono concretamente verificati i primi, seppur brevi, tentativi di esperienze di governo di organizzazioni/gruppi jihadisti. Un concetto oggi affermatosi, in concreto e nel lungo periodo, con l’Islamic State.
6 MINUSMA - United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali; per approfondimenti si consulti il sito: minusma.unmissions.org.
7 BBC: Mali: la CMA signe l’accord de paix, 20 Juin 2015.
8 Per approfondimenti si veda: counterextremism.com.
9 Gruppo jihadista nato nel 2012 a seguito della scissione da Al Qaeda nel Maghreb Islamico - AQIM - di un’ala oltranzista guidata da Mokhtar Belmokhtar. I motivi di questa scissione sarebbero riconducibili a disaccordi riguardo la leadership di AQIM e, soprattutto, all’agenda che questa intendeva perseguire. Belmokhtar è da sempre stato il vero emiro del Sahara, principale conoscitore delle sue dinamiche affaristiche e sociali.
10 Per approfondire l’argomento si legga il saggio Rabasa A, Boraz S., Ungoverned Territories. Understanding and Re-ducing Terrorism Risks, Rand Corporation, 2007.


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