La sicurezza marittima dell’Italia nel Mediterraneo: il convegno IsAG su Nave Maestrale La sicurezza marittima dell’Italia nel Mediterraneo: il convegno IsAG su Nave Maestrale
L’1 dicembre, una delegazione IsAG è stata ospite a bordo di Nave Maestrale, all’ancora nel porto di Civitavecchia, in occasione della sua ultima campagna... La sicurezza marittima dell’Italia nel Mediterraneo: il convegno IsAG su Nave Maestrale

L’1 dicembre, una delegazione IsAG è stata ospite a bordo di Nave Maestrale, all’ancora nel porto di Civitavecchia, in occasione della sua ultima campagna navale durante la quale, partita da Chioggia, ha toccato i maggiori porti italiani alla volta di La Spezia. A bordo della fregata, grazie alla collaborazione tra IsAG e Marina Militare, si è tenuto il convegno La sicurezza marittima dell’Italia nel Mediterraneo: importanza e prospettive, volto a riflettere sul tema della sicurezza marittima dell’Italia anche alla luce della sesta dismissione di unità navale della Marina nell’arco di pochi mesi. Sono intervenuti, moderati dal Presidente dell’IsAG Tiberio Graziani, Il Capitano di Vascello Fabio Agostini, Stato Maggiore della Marina Militare, il prof. Roberto Aliboni, Consigliere Scientifico dello IAI, il Contrammiraglio Romano Sauro, Presidente della Lega Navale Italiana e il dott. Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG oltre ai saluti introduttivi del Comandante dell’unità, Capitano di Fregata Giuseppe Rizzi.

Il Comandante Agostini ha da subito evidenziato la natura del convegno che vuole sottolineare la caratteristica marittima dell’Italia in un momento storico molto particolare. Parlare oggi di sicurezza marittima è quantomai attuale sebbene sia necessario pensare al Mediterraneo nella sua dimensione più allargata poiché influenzato da tutte quelle aree con cui è fortemente interconnesso, dal Golfo di Guinea fino al Mar Nero, dal Mar Rosso al Golfo Persico che è area di interesse strategico nazionale in cui insistono alcuni tra i più importanti nodi cruciali per il traffico marittimo: Bab El Mandeb, Gibilterra, Hormuz e Suez.

Nella regione mediterranea sono presenti i maggiori rischi di attriti, zone di frizione della instabilità internazionale; molte situazioni vengono ricondotte a minaccia terroristica o asimmetrica come gli episodi di Parigi e Tunisi, così come anche ad attività di tipo più convenzionale come l’abbattimento dell’aereo russo per parte turca o a una forma di minaccia ibrida per le quali le organizzazioni di tipo terroristico agiscono come realtà statuali. Numerose attività illecite trovano nella libertà di navigazione il luogo adatto per proliferare e svilupparsi, attraverso le quali è possibile pensare che vengano finanziate le attività terroristiche.

Il Mediterraneo è anche testimone di instabilità e fallimenti statuali che vediamo ogni giorno ed epocali flussi migratori e crisi umanitarie collegate che ci hanno visto impegnati con Mare Nostrum e oggi con Mare Sicuro e Eunavfor Med sebbene con rischi sanitari e di infiltrazioni terroristiche. Si nota una rinnovata capacità dei Paesi di dotarsi di flotte come strumenti di politica estera. La famosa Naval Diplomacy, per un po’ di tempo rimasta latente, sta sempre più tornando in auge soprattutto per la postura militare che stanno adottando Paesi come la Russia, con una sempre crescente presenza in superficie e subacquea nella zona del Mediterraneo Orientale ed in prossimità della Siria, ma anche una crescente riacquisizione del potere marittimo da parte dei Paesi rivieraschi (Algeria, Marocco, Egitto). Si rileva un attivismo delle marine anche esterne al bacino Mediterraneo per quei Paesi, oltre alla Russia, come India e Cina che dopo tantissimo tempo hanno ripreso a fare esercitazioni nel Mediterraneo.

A ciò si aggiunge una nuova postura di altri Paesi come Iran, Turchia e Arabia Saudita che conducono nel Mediterraneo una partita controversa. La Marina è sempre più preoccupata per la crescente territorializzazione dell’Alto Mare con nazioni che accampano diritti di sfruttamento pesca minandone la libertà di navigazione a dispetto della Convenzione di Montego Bay. Non possiamo poi dimenticare la minaccia terroristica verso porti, infrastrutture e piattaforme off-shore come nel caso di quelle davanti alla costa libica. Altro fenomeno da attenzionare è quello della pirateria che per impegno delle marine europee e dell’Operazione Atalanta ha ridotto d’intensità nel Corno D’Africa.
In più gli Alleati NATO, hanno investito molto in Iraq e in Afghanistan e più in generale verso Est e si nota un relativo disimpegno americano in altre zone come quella mediterranea a vantaggio del Pacifico . Tutto questo accade nel momento di una generale diminuzione del budget alla difesa senza dimenticarci che il Mediterraneo è un bacino di rilevanza globale poiché occupa l’1% dello spazio acqueo mondiale ed è percorso dal 19% del traffico mondiale via mare. Vi transita il 30% del petrolio e vi risiedono il 65% delle risorse energetiche del sottosuolo.

Questo è uno scenario sensibile, continua Agostini, per un Paese come il nostro la cui ricchezza, economia e prosperità dipendono dalla garanzia di un libero e sicuro ambiente marittimo. Dal mare una struttura adeguatamente organizzata può acquisire informazioni intelligence e intercettare traffici illeciti; dal mare siamo anche in grado di integrare la difesa aerea nazionale e coprire zone d’ombra. Si può altresì monitorare il traffico subacqueo e mercantile e assicurare la protezione del complesso produttivo del paese che trova dal mare gran parte del sostentamento.

Lo scenario è quindi ricco di sfide, minacce e rischi che coesistono nello stesso momento operativo e richiede la necessità di disporre di uno strumento militare marittimo in grado di svolgere nello stesso tempo compiti di combattimento e di sicurezza marittima. L’Italia necessita di uno strumento navale e di una Marina Militare coerente e bilanciata in tutte le sue componenti, consentendo al Paese di rispondere alle sfide anche in maniera unilaterale poiché non sempre si può far conto delle alleanze e non sempre i nostri alleati hanno gli stessi interessi, così come l’esperienza dell’Operazione Mare Nostrum ci ha insegnato. La nostra flotta è ora oggetto di un decadimento, Nave Maestrale è la sesta nave che in poco tempo lascia il servizio operativo.

Il Parlamento è stato sensibile e lungimirante ed ha acconsentito all’approvazione della Legge Navale che ci consentirà almeno parzialmente di sostituire alcune navi per avere uno strumento navale più flessibile, più leggero ma nello stesso tempo più efficace e moderno ed in grado di poter spaziare in tutti quei compiti che ad una marina militare vengono richiesti: modularità, prontezza operativa, autonomia logistica, flessibilità e capacità dual-use anche a favore della collettività. Questo è un primo passo per evitare il decadimento della flotta e solo la piena attuazione della legge navale ci consentirà di rendere la marina all’altezza delle sfide attuali e future.

In conclusione, dal punto di vista della sicurezza, il Mediterraneo e le sue aree adiacenti non possono essere esaminate singolarmente ma costituiscono un unicum in considerazione della interconnessione tra le dinamiche considerate. La flessibilità della Marina è in questo senso un punto di forza ed è in grado di essere utilizzata a favore dell’interesse nazionale ricordando sempre l’importanza che la marittimità riveste per il nostro Paese.

Nell’introdurre alla tavola rotonda, il Presidente Graziani precisa che tutto questo pone delle preoccupazioni perché in Italia da lungo tempo non siamo più abituati a ragionare per obiettivi strategici di lungo periodo rincorrendo sempre il quotidiano per le emergenze. Quale asset strategico è un riferimento il ruolo che la Russia assegna alla marina così come per la Cina. Queste Nazioni-continente stanno cambiando la faccia del mondo e bisogna tenerne conto. Importante anche per l’Italia il suo essere penisola nel Mediterraneo e chiunque abdichi ad una responsabilità geografica, non solo possiede scarsa memoria storica ma queste cose prima o poi le paga come per i migranti per i quali ci siamo ritenuti per lungo tempo una semplice porta dell’Europa.

Oggi, come Italiani ed Europei, siamo maturi e possiamo fare da soli; non possiamo però costruire una strategia solo su fatti drammatici e accidentali come quelli di Parigi ma dobbiamo avere l’intelligenza di rimettere in discussione il nostro passato storico. Possediamo altresì delle competenze importanti che sono incarnate e inverate ad esempio in Nave Maestrale e che possono essere messe a valore e a servizio di una rafforzata sicurezza marittima nel Mediterraneo.

Il Prof. Aliboni, sulla scia dei precedenti riferimenti, afferma che questa si tratta di una occasione utile a farci riflettere, parliamo di qualcosa che se ne va e senza sapere come verrà sostituito soprattutto in un momento di grande incertezza dovuta al movimentato scenario in cui viviamo. Siamo davanti ad una recrudescenza di attività terroristica che è stata fatta propria dall’IS arrivato al culmine di un ciclo statuale: è alle frontiere dell’Iraq sciita e della Siria alawita e con i curdi a Nord ed è difficile che riuscirà ad espandersi ulteriormente quindi avrà sicuramente la tendenza ad aumentare la sua attività a distanza, approfittando del terreno che esiste in Europa di un popolo di origine araba e musulmana. Questo ci pone avanti tanti problemi di cui la sicurezza marittima fa parte del panorama ed ha molte dimensioni: la sicurezza ecologica per trivellazioni e risorse, la pirateria e le altre correnti di criminalità organizzata che specialmente a partire dalla fine della Guerra Fredda sono diventate i c.d. aspetti morbidi della sicurezza. Ma la sicurezza marittima comprende anche l’attività di SAR, attività multidimensionale che richiede anche molta flessibilità – di questa flessibilità è stata data ampia prova sia da parte degli Stati sia in ambito NATO ed europeo con Eunavfor Med e Frontex.

Numerose anche le missioni sia in ambito nazionale che internazionale e ci hanno visto partecipi come l’Operazione Active Endeavour che fa da filtro al terrorismo per evitarne una tracimazione. Poi la nostra missione Mare Nostrum e la Mare Sicuro con aspetti che attengono alla crisi libica che da un momento all’altro potrebbe debordare dai limiti in cui si trova. Tra tutte le missioni, se dobbiamo fare un consuntivo seppur provvisorio di tutte queste operazioni che hanno visitato le diverse dimensioni della sicurezza marittima, continua Aliboni, quelle più importanti sono state assorbite dai trend di mobilità internazionale tra costa e costa e la criminalità internazionale.

L’interruzione di Mare Nostrum è stata un po’ traumatica poiché Frontex era chiaramente inadeguato e continuiamo a credere che il contenimento via mare sia insufficiente, tuttavia la sua chiusura è stata positiva per la Marina nell’ottica di un impegno più adeguato e più pertinente. In futuro, in questo contesto, lo scenario può evolvere in uno di tipo convenzionale e l’intervento della Russia fa pensare poiché persisterà sul territorio. La Francia invece ha accettato l’invito russo ad una collaborazione ma sembra stia però eseguendo una sorta di “vendetta”, situazione che riporta ad un certo tipo di tensione molto simile a quanto vissuto durante gli anni della Guerra Fredda. In questo scenario dobbiamo prepararci ma non sappiamo cosa accadrà, riflessione e attenzione deve essere aumentate.

Il Contrammiraglio Romano Sauro, presidente di Lega Navale Italiana parla in nome dei 600.000 soci della Lega che con le sue attività parla ai giovani di mare, per avvicinarli al mare e per introdurne alla cultura che risulta un po’ carente. Quando parliamo di sicurezza tendiamo ad abbracciare un po’ tutto diversamente dagli Inglesi che ne parlano in termini di security, controllo della salvaguardia e sicurezza nazionale, e di safety ovvero navigazione in sicurezza. Quanto l’Italia ha consapevolezza della propria marittimità? Ovvero che l’economia e la ricchezza italiana dipendono dal mare?

Il nostro destino è legato al mare, in particolare per l’Italia. Ci sono poche aree di importanza strategica paragonabili a quella del settore marittimo. Oceano, mari e fiumi sono un ambiente di comunicazione e commercio che sostengono lo sviluppo delle nazioni, vitali per la sicurezza nazionale. C’è uno spostamento di centro di gravità geopolitico ed economico intorno all’ambiente marino. L’80% della vita del pianeta si sviluppa sul mare ed intorno al mare. Il 65% della popolazione vive a pochi km dalle coste ed è il principale mezzo di sviluppo per le attività commerciali. Si evidenzia la valenza economica del Mediterraneo come centro delle relazioni geopolitiche poiché da qui passano 2.500 navi ogni giorno e circa 250 petroliere.

Il Mediterraneo è uno snodo cruciale per i traffici marittimi con grandi risorse energetiche e interessi da proteggere. Si affacciano qui diciotto Paesi, ottanta porti e venti interporti. Abbiamo la decima flotta mercantile al mondo. La terza flotta peschereccia d’Europa e quanto ruota intorno a questa attività genera il 3% del PIL. Sicurezza, economia e prosperità del Paese dipendono dalla garanzia del libero e sicuro uso del mare. È fondamentale. La stessa Maritime Security Stategy europea è lo status del settore marittimo globale, ma se la libertà di navigazione è garantita chi svolge questo ruolo?

Come ricordato anche da altri, le minacce sono molteplici e in aumento. Rappresentano un rischio e possono compromettere gli interessi nazionali. Tra queste: le controversie marittime territoriali, l’instabilità, i flussi migratori, la pirateria, l’espansione del fondamentalismo islamico, il traffico di armi, il rischio di marginalizzazione del Mediterraneo e la chiusura dei passaggi obbligati (stretti), le discariche illegali e inquinamento, cambiamenti climatici e ambientali, lo sfruttamento non regolato delle aree marine sottratte al controllo internazionale e la corsa a creare zone protette. La prosperità dell’Italia dipende quindi dal mare e dal libero uso delle vie di comunicazione e navigazione che dovranno essere garantiti dalla continua opera di presenza, sorveglianza e deterrenza della Marina Militare.

L’ultimo intervento, quello del Direttore Scalea, pone l’accento in maniera diretta sul bilancio della difesa, passato negli ultimi dieci anni dal 2% a poco più dell’1% del PIL. Oltre alle oggettive necessità di economizzare in tempi di crisi vi sono correnti di pensiero secondo cui le spese per la Difesa sarebbero sostanzialmente superflue. Per alcuni, la questione è prettamente ideologica: l’antimilitarismo o il pacifismo. Senza discutere degli ideali, non si può fare a meno di notare che, in millenni di storia, la guerra e la violenza sono sempre stati compagni dell’uomo, e perciò sarebbe pericoloso disarmarsi unilateralmente.

Simile ma non coincidente con le visioni irenistiche, c’è la convinzione che la guerra stia sparendo dalla storia umana; anzi che la storia sia propria finita. Si tratta di un’opinione caratteristica dell’immediato post-Guerra Fredda, e ha potuto sopravvivere finché le guerre (che non sono diminuite bensì aumentate dopo la fine del bipolarismo) scoppiavano in luoghi lontani e dai nomi esotici come Timor Est o Ruanda. Anche quando le facevamo in prima persona, si trattava di tali squilibri che le vittime e le sofferenze stavano tutte dall’altra parte e, se non fosse stato per la tv e i giornali che ne parlavano, i civili occidentali nemmeno si sarebbero accorti di una guerra in corso. Durante la seconda campagna irachena e in quella afghana, a causa degli attentati a New York, Washington, Londra, Madrid, Parigi, abbiamo visto che anche i nostri soldati possono morire e anche i nostri civili possono diventare un bersaglio.

Qualcuno però continua a credere che non sia necessario armarci perché altri provvederanno a difenderci: tipicamente ci si affida agli USA. Ma gli Statunitensi, commenta il Direttore Scalea, non hanno più voglia di sacrificarsi per gli altri. E non hanno nemmeno più voglia di spendere soldi per difenderci. Sono protetti da un Oceano rispetto al caos del Mediterraneo e perciò vi si stanno disimpegnando a favore del nuovo pivot nell’Asia-Pacifico.

Qualcun altro, prosegue Scalea, obietterà che l’Italia fa parte dell’UE e della NATO e che si può contare su queste coalizioni per la nostra difesa. Ancora una volta, il discorso è fallace. Se noi per primi non stiamo dalla nostra parte, non tuteliamo ciò che ci è caro e ciò che ci interessa, perché qualcuno dovrebbe farlo al posto nostro? Gli interessi nazionali, anche tra alleati, non sono mai identici, come ha dimostrato quanto successo in Libia nel 2011.

L’Italia non può rinunciare allo strumento militare perchè ci sono situazioni in cui è necessario dover usare la forza. L’utilizzo potenziale è una risorsa che rende più credibile anche l’azione della nostra diplomazia. Inoltre i mezzi militari sempre più hanno un doppio uso anche per protezione civile e umanitaria: basti pensare alle migliaia di migranti soccorse dalla nostra Marina. Ma la nostra flotta sta calando in termini relativi, superata in Europa Occidentale anche da Germania e Spagna e tallonata nel Mediterraneo dalla Turchia. L’età media della nostra flotta è decisamente più alta di tutti: circa trenta anni per l’Italia, circa venti per gli altri. Di questo passo è realistico che la Marina Militare italiana potrebbe trovarsi nell’incapacità di svolgere le sue funzioni più essenziali. Potremmo fare questa scelta, risparmiando un po’ di danaro, conclude Scalea, ma avremo pagato in altri termini: quello della credibilità internazionale e quello della sicurezza nazionale.

Il seminario si è chiuso con alcuni interventi dal pubblico, composto da una delegazione selezionata di ricercatori dell’IsAG, politici, diplomatici, militari e giornalisti, che hanno poi potuto visitare la nave.

Nave Maestrale, oggi, 15 dicembre, conclude la sua carriera; in più di trent’anni ha solcato tutti i mari e ha portato a compimento tutte le missione affidate in tutti i principali scenari di crisi che si sono succeduti nel tempo navigando per quasi 600.000 miglia e circumnavigando quindi, idealmente, quindici volte il globo.

Al momento del suo varo, rappresentava il vanto e l’orgoglio della cantieristica italiana che in quegli anni stava vivendo un momento di rilancio e ripresa, grazie anche alla legge navale del 1975 che consentì alla Marina Militare di potersi dotare di nuove navi. Classificata come Fregata Anti-Sommergibile, secondo le caratteristiche tecnico-operative innovative e rivoluzionarie, che le fornivano la possibilità di condurre anche operazioni Anti-Aereo e Anti-Nave, Nave Maestrale ha di fatto dato il suo apporto a tutte quelle minacce che ancora oggi sono attuali ed evidenziate come cruciali. Nel 1991, nel Golfo Persico, dopo la prima Guerra del Golfo e successivamente, nel 1992, in Mare Adriatico, durante la crisi dell’ex-Jugoslavia. Nel 2002 ha partecipato all’operazione Enduring Freedom in Mare Arabico e a seguire, in Mediterraneo, alla citata missione antiterrorismo Active Endeavour; quindi, nel 2009, fu la prima unità italiana a prendere parte all’operazione antipirateria Atalanta, fino a giungere al recente passato, nel Mediterraneo Meridionale, dove ha partecipato alla operazione Mare Nostrum. Infine, per volontà dello Stato Maggiore della Marina, è stata oggetto di questa ultima campagna navale che attraverso i canali media e i nuovi social ha raggiunto l’intento di farsi conoscere e riconoscere da tutti.

Nave Maestrale, afferma il suo ultimo Comandante, Giuseppe Rizzi, nella sua storia vanta tanti primati, apripista di un progetto innovativo, prima a compiere tante imprese ed anche, oggi, prima unità della classe Venti a lasciare il servizio attivo ed a concludere la vita operativa. Una scelta difficile, presa in momento difficile che non offre alternative se non quella di concentrare tutte le risorse e l’impegno sulle unità ancora in linea, che dovranno ancora servire il Paese, e su quelle che stanno per entrare a far parte della nostra Squadra Navale. Citando Seneca conclude: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.
E questo vale anche per l’Italia.

(Chiara Ginesti)



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