<i>Divide et impera</i>: i servizi segreti iracheni sotto Nouri al-Maliki <i>Divide et impera</i>: i servizi segreti iracheni sotto Nouri al-Maliki
Il 29 giugno 2014 l’Organizzazione dello Stato Islamico (OSI) proclama la nascita di un califfato nel contesto della disintegrazione dello Stato siriano e delle... <i>Divide et impera</i>: i servizi segreti iracheni sotto Nouri al-Maliki

Il 29 giugno 2014 l’Organizzazione dello Stato Islamico (OSI) proclama la nascita di un califfato nel contesto della disintegrazione dello Stato siriano e delle fragilità delle istituzioni irachene, rivelando il percorso di maturazione di un gruppo di insurrezione. Il 28 aprile 2015, un’inchiesta del settimanale tedesco Der Spiegel rivela al grande pubblico la presenza di ex funzionari dei servizi segreti iracheni tra le fila dell’OSI. Il loro contributo in termini di conoscenza del territorio, contatti, amministrazione del terrore e penetrazione nel tessuto sociale iracheno ha influenzato i modi di funzionamento dell’OSI come lo conosciamo oggi, rappresentando un fattore essenziale del suo successo. Come si può spiegare questa alleanza tra militanti islamisti radicali e ex funzionari dei servizi iracheni? La risposta va cercata nei primi anni del nuovo Stato iracheno, le cui istituzioni sono state rifondate all’indomani dell’intervento armato della coalizione guidata dalle truppe americane nel 2003.

2003-2006: i servizi del nuovo Iraq

Per comprendere lo sviluppo istituzionale e la politicizzazione dei servizi del nuovo Stato iracheno, bisogna risalire ai primi due decreti firmati da Paul Bremer, che stabilivano la messa al bando del partito Ba’ath in ogni sua forma e la dissoluzione delle forze armate irachene. Queste due decisioni avrebbero avuto conseguenze molto pesanti: la prima, concepita per punire gli alti responsabili dell’amministrazione pubblica sotto Saddam Hussein, fu spinta dal nuovo governo iracheno sciita fino ai livelli più bassi dell’amministrazione, trasformandosi in pratica in una vendetta settaria legalizzata per scacciare i funzionari sunniti; la seconda privò centinaia di migliaia di soldati iracheni del loro lavoro e del loro salario.

All’indomani dei decreti Bremer, l’apparato di sicurezza iracheno fu ricostruito intorno a quattro servizi principali, tra cui il più importante era sicuramente l’INIS (Iraqi National Intelligence Service), formalmente incaricato dell’estero, ma limitato nella pratica al solo territorio iracheno. A capo dell’INIS fu posto Mohammed Shahwani, turkmeno sunnita di Mosul che, dopo una vita nell’esercito iracheno, si era rifugiato come dissidente in Inghilterra, da cui aveva anche provato a organizzare un colpo di Stato contro Saddam. Il secondo servizio per importanza era la NIIA (National Intelligence and Investigative Agency), creato sul modello del FBI americano per diventare il servizio di informazioni del Ministero dell’Interno. Gli altri due, il M2 militare e il DGIS (Directorate General for Intelligence and Security), erano meno importanti per numero di membri e funzione.

Le capacità dei servizi segreti iracheni furono fin dal principio molto limitate: soggetti all’infiltrazione da parte di agenti di altri paesi, ebbero grossi problemi nel reclutamento – stretti tra la mancanza di know-how e la campagna di de-ba’athificazione – portando così ad un limitato utilizzo di fonti umane (HUMINT) nella lotta contro l’insurrezione. Per questa ragione, la CIA diede nei primi anni un apporto fondamentale alla formazione degli agenti e alla raccolta di informazioni. La stessa agenzia americana pagò per i primi tre anni tutte le spese dei servizi iracheni – 3 miliardi di dollari per il periodo 2004-2007.

Si formò così un muro di diffidenza tra due parti che erano in teoria tenute a cooperare, l’INIS e la CIA da una parte e il governo sciita dall’altra. Secondo la CIA, c’erano dei tentativi di penetrazione da parte di agenti iraniani attraverso i due maggior partiti sciiti iracheni, mentre la confessione di Shahwani e la schiacciante maggioranza di funzionari sunniti nell’INIS suscitava l’ostilità delle milizie e dei partiti sciiti al governo. Il conflitto tra le due parti non si limitò alla mera avversione. Solo per citare due episodi, tra il 29 settembre e il 14 ottobre 2014 diciotto ufficiali dei servizi iracheni furono uccisi in attacchi mirati e Shahwani accusò Iran e Siria di aver addestrato i terroristi. Lo stesso capo dell’INIS dichiarò di non aver avuto accesso al consiglio dei Ministri durante l’intero periodo 2005-2006.

La centralizzazione del potere: l’Iraq sotto al-Maliki

Le elezioni politiche del dicembre 2005 videro la vittoria della coalizione dei partiti sciiti che, dopo una serie di negoziazioni con le altre componenti del Parlamento, presentarono Nouri al-Maliki come Primo Ministro. Per quanto riguarda i servizi, al-Maliki mise in atto un graduale processo di centralizzazione attraverso la creazione di nuovi apparati di sicurezza, generando così una sovrapposizione di competenze tra i servizi e una conseguente diluizione del potere di ogni singolo servizio. Già nel 2006 i leader sciiti avevano creato il Ministero della Sicurezza, il primo servizio parallelo che non riceveva supporto dagli Stati Uniti. Guidato da Shirwan al-Waeli, si stima che i suoi effettivi oscillassero tra i 1.200 e i 5.500 uomini e secondo Jane’s Intelligence Review i suoi agenti avevano ricevuto un addestramento in Iran. Sembra che questo servizio sia poi diventato troppo potente e al-Maliki ne aveva prima cambiato il nome (da Ministero a Consiglio della Sicurezza) e poi sostituito al-Waeli con uno dei suoi fedelissimi. Al-Maliki stabilì anche un Ufficio per le Informazioni e la Sicurezza, un organo extracostituzionale – quindi senza alcuna forma di controllo – le cui competenze si sovrapponevano a quelle del Ministero della Difesa e dell’Interno. Rispondendo direttamente al Primo Ministro e formato esclusivamente da partigiani di al-Maliki, sorvegliava gli altri servizi e centralizzava le informazioni provenienti da essi.

In parallelo, il KDP (Kurdistan Democratic Party) e il PUK (Patriotic Union of Kurdistan) avevano trasformato le loro unità di informazione in servizi segreti ufficiali del Governo Regionale del Kurdistan: Parasteni per il KDP e Zaniyari per il PUK, riflettendo così la tensione tra Erbil e Suleymanye. Masrour Barzani, figlio del leader del KDP, è ancora a capo del Parasteni. Nel 2009 Shahwani rassegnò le dimissioni come capo dell’INIS, dichiarando di aver subito forti pressioni da parte del governo. L’INIS, che contava tra i 3.000 e i 6.000 uomini nel 2009, aveva subito la perdita di 290 ufficiali dal momento della sua creazione e durante il governo di al-Maliki erano state emesse ordinanze d’arresto per 180 agenti – atto di rappresaglia politica per aver svolto il loro lavoro secondo al-Shahwani. Nel febbraio 2010, un mese prima delle elezioni, 186 ufficiali di altri servizi erano stati licenziati e sostituiti con persone fedeli ad al-Maliki. La NIIA, ormai a maggioranza sciita, cambiò nome nel 2011 diventando la FIIA (Federal Intelligence and Investigative Agency).

Nuovi attori, vecchie dinamiche

Dieci anni dopo l’intervento americano, l’architettura istituzionale degli apparati di sicurezza iracheni riprendeva le stesse dinamiche che avevano caratterizzato il governo di Saddam Hussein. Le quattro maggiori agenzie – l’INIS, il Consiglio della Sicurezza e i due servizi curdi – sembravano perseguire ognuno la propria agenda e l’Ufficio per le Informazioni e la Sicurezza aveva come obiettivo la centralizzazione e la protezione delle informazioni piuttosto che la coordinazione tra i diversi servizi. La maggiore differenza rispetto al periodo ante-2003 è che i servizi del nuovo Iraq si erano sviluppati secondo caratteristiche etniche e confessionali, mentre sotto Saddam Hussein i membri erano in maggioranza Arabi sunniti.

La creazione di nuovi organismi di sicurezza rispondeva alle esigenze di consolidamento del potere di al-Maliki. Nonostante numerosi tentativi, l’INIS sembrava sfuggire al rigido controllo governativo e la moltiplicazione di organi di informazione e la conseguente divisione del lavoro esercitavano una forma di controllo indiretto sull’agenzia. Un’altra dinamica, interna ai servizi, aveva contribuito a consolidare la presa del governo sciita sugli apparati di informazione. La maggioranza degli effettivi sunniti era stata licenziata o oggetto di attacchi mirati, un’altra parte aveva volontariamente lasciato i servizi davanti alle missioni di repressione nelle province sunnite. In più, l’integrazione informale di milizie sciite nella struttura istituzionale militare contribuiva a indebolire la legittimità dello Stato centrale iracheno.

Le forze armate in generale avevano subito un processo di “fidelizzazione” già a partire dal 2007: ai comandanti più leali venivano assegnate le divisioni-chiave, che eseguivano gli ordini del Primo Ministro dove la sua influenza era meno forte – le province sunnite di Salahuddine, Anbar e Ninawa. Secondo il parlamentare Anbar Obaid Mutlag, nel 2013 c’erano 1,5 milioni di persone che lavoravano nel campo della sicurezza in Iraq (23% del totale dell’amministrazione irachena), andando così a consolidare ed aumentare la base elettorale di al-Maliki.

Il ruolo di molti ex funzionari dei servizi sotto Saddam ha contribuito a rendere l’Organizzazione dello Stato Islamico la potenza che conosciamo oggi e gli esuberi provenienti dai nuovi servizi hanno alternativamente seguito i passi dei predecessori o formato terreno favorevole per la penetrazione dell’OSI. Uno studio più approfondito di queste dinamiche potrebbe aprire nuovi scenari nella strategia di lotta all’OSI, che per ora sembra concentrarsi solo sul campo militare. Sfruttare le differenze nelle componenti di questa organizzazione – non così monolitica come potrebbe apparire – sembra essere una strada difficile, ma che è necessario esplorare per riattualizzare un approccio occidentale che ha prodotto finora risultati molto limitati.

NOTE:

LUCA MAIOTTI è stagista del Programma "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.


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