L’impronta neo-ottomana nella politica aggressiva della Turchia in Siria L’impronta neo-ottomana nella politica aggressiva della Turchia in Siria
L’attacco a tradimento della Turchia all’aereo russo nei cieli siriani dovrebbe indurci a osservare alcuni fatti attraverso uno sguardo più equilibrato. Il primo di... L’impronta neo-ottomana nella politica aggressiva della Turchia in Siria

L’attacco a tradimento della Turchia all’aereo russo nei cieli siriani dovrebbe indurci a osservare alcuni fatti attraverso uno sguardo più equilibrato. Il primo di questi è la falsa prontezza mostrata dalla Turchia per una “privilegiata vicinanza e partnership” con la Russia. Ma l’aspirazione al conseguimento di un beneficio si differenzia molto dal perseguimento di una strategia nazionale di lunga durata. La cooperazione è necessaria a tutti e sarebbe insensato rifiutarla, ma se osserviamo attentamente le basi su cui poggia la politica dell’attuale dirigenza turca, ci renderemo conto che nell’incidente non vi è nulla di casuale.

È possibile lottare contro il male insieme a coloro che hanno contribuito a generarlo? Il neo-ottomanesimo e il panturchismo uniti all’islamismo radicale, che oggi rappresentano il cardine dell’ideologia di Stato della Turchia, non possono essere né nostri alleati né compagni di strada. Ankara era ed è tutt’ora interessata non solo alla tutela di tutte le aree dell’ex impero ottomano, ma anche alla loro graduale reintegrazione nel proprio assetto statale, cosa che non corrisponde in alcun modo agli interessi vitali della Russia. Per comprendere ciò è sufficiente informarsi sulla “dottrina di Davutoğlu” dell’attuale primo ministro. Sostenitore e guida inflessibile di tale dottrina è proprio il Presidente Erdoğan.

George Friedman, noto esperto americano di geopolitica e presidente della società privata di analisi e intelligence STRAFTOR, nel suo libro The Next 100 Years identifica con certezza nella Grande Polonia e nella Grande Turchia strumenti di distruzione dell’Occidente contro la Russia. Secondo la sua opinione questi Stati ingloberanno parti significative del territorio russo.

A determinare in gran parte la linea di condotta di Ankara nella questione siriana è anche l’eventualità di trarre profitto da alcuni territori siriani in caso di una sua disgregazione. Attualmente la leadership turca si appella alla presunta difesa degli interessi della minoranza etnica turcomanna in Latakia, provincia settentrionale della Siria, esposta agli attacchi delle truppe governative e dell’aviazione russa. In realtà questo popolo, che per secoli ha pacificatamene convissuto con gli Arabi, è uno strumento nella politica imperialista neo-ottomana di Ankara. Il numero complessivo dei Turcomanni in Siria non è di due milioni, come affermano senza nessun imbarazzo i media turchi, ma solo di circa 100.000. Stanziati nelle zone montuose, essi non hanno sperimentato particolari problemi con le autorità e allo scoppio della guerra civile a lungo non si sono uniti agli insorti. L’intelligence turca MİT li ha organizzati, armati e letteralmente costretti a ribellarsi a Damasco. Nei loro ranghi non mancano soldati professionisti di cittadinanza turca, come ad esempio colui che si è vantato di aver sparato al comandante russo Oleg Peškov durante la discesa col paracadute dopo l’abbattimento del SU-24.

Si è sostenuto che l’aviazione russa stesse bombardando veicoli con gli “aiuti umanitari” diretti ai Turcomanni. Tuttavia, secondo la stampa turca, dopo l’abbattimento dell’aereo il presidente Erdoğan ha sarcasticamente chiesto «e dove sarebbe il problema se i camion appartenenti al MİT trasportavano armi?». Secondo gli esperti, il volume di esportazione di armi dalla Turchia verso questi territori ammonta a migliaia di unità. Per i Turchi l’impiego delle milizie turcomanne da loro formate contro la roccaforte di Assad a Latakia e, in questa fase, anche contro l’aviazione russa a Hmeymim era di particolare importanza. Recentemente, ad esempio, il centro cittadino di Latakia ha subito proprio da queste posizioni un attacco terroristico che ha provocato alcune decine di vittime civili.

Ankara, che ha falsamente recitato il ruolo del difensore dei Turcomanni perseguendo in realtà propri interessi geopolitici, ha raggiunto esattamente risultati opposti. Le attività militari delle forze russo-siriane nella Latakia settentrionale si sono considerevolmente intensificate. Fino ad ora ai ribelli locali si offriva la tregua, adesso invece si parla solo della loro completa eliminazione. L’agenzia di stampa turca “Anatolia” è piena di notizie allarmanti sui continui bombardamenti aerei e navali russi del monte Kyzyldag, occupato dai Turcomanni. Di questo tono sono anche gli ultimi comunicati: il monte Kyzyldag, un importante punto strategico nella regione, è di nuovo passato sotto il controllo delle forze governative siriane. Grazie all’aggiuntiva copertura сontraerea, velocemente dispiegata attorno alla base di Hmeymim, nessuna interferenza turca è ormai in grado di cambiare questa situazione. Ne consegue che non fossero esattamente preoccupazioni di tipo umanitario ad agitare la dirigenza turca. Al centro delle sue azioni vi è soltanto il rammarico per il profitto perso dal commercio di contrabbando di petrolio siriano e il desiderio di provocare un conflitto di maggiori dimensioni, basato sull’intervento di alleati NATO. Non si può dar loro questa soddisfazione, bensì occorre al contrario rimetterli in riga. Erdoğan, per esempio, ha già categoricamente negato le voci riguardanti l’acquisto del petrolio siriano di contrabbando dall’IS sia da parte della Turchia che quella dei membri della sua famiglia. Come se i terroristi lo versassero nel mare. Esistono fotografie da tutto il mondo e dovrebbero essere pubblicate. Tutto il commercio di contrabbando si svolgeva e si svolge ancora principalmente attraverso la Turchia.

Ankara si è autoesclusa dalla lista dei potenziali partecipanti a una grande coalizione antiterrorismo. D’altronde come potrebbe combatterlo se è il principale colpevole per quanto sta accadendo in Siria? I Sauditi e i Qatarioti hanno fornito mezzi finanziari, gli Americani armi, mentre tutto il coordinamento logistico-organizzativo, finalizzato allo sviluppo della rete del terrore in Siria, è interamente opera di Ankara. Le autorità turche, negando il proprio coinvolgimento, peraltro già accertato, nella nascita dello “Stato Islamico”, sostengono l’idea che nella Latakia settentrionale esista una «opposizione “moderata”». Tuttavia, secondo fonti militari israeliane, tutte le divisioni regionali di combattenti, tra le quali la più grande è la “Divisione Costiera” (Coastal Division), formalmente legata alla Free Syrian Army, agiscono sotto il controllo operativo di Jabhat al-Nuṣra. Questa organizzazione risulta essere affiliata ufficiale ad al-Qaida in Siria ed è stata dichiarata fuorilegge dall’ONU, perché considerata terroristica. È impossibile combattere nella stessa trincea dei terroristi e non esserlo a propria volta.

È importante capire che a muovere la dirigenza turca non fosse solo il mancato guadagno dal commercio basato su remoti calcoli geopolitici e sullo spargimento di sangue, ma anche l’imminente disfacimento del fronte siriano, compreso quello al confine tra la Latakia settentrionale e la Turchia. Ankara tenta di sabotare l’offensiva delle forze governative siriane, inasprendo deliberatamente la situazione e provocando Mosca, visto che lo sfondamento delle prime linee di difesa nemiche minaccia di far crollare il fronte da un momento all’altro.

Presto la Turchia potrebbe essere tagliata fuori dai collegamenti con la città più grande di Siria, Aleppo. L’esercito governativo si sta muovendo verso Efrin, dove si trova la seconda enclave curda più grande, e verso le periferie curdo-sciite di Aleppo, nel quartiere di Sheikh Maksoud, di Nubbol e di Al-Zahraa. Lo sbocco su queste aree, oltre a modificare l’assetto strategico nel Nord del paese, permetterà un grande afflusso di combattenti nelle file dei lealisti di Assad, che ne hanno molta necessità. A Palmira l’esercito siriano si è avvicinato non solo alla loro “Stalingrado”, accerchiando un importante raggruppamento dell’IS, ma anche all’«arco di Kursk» in caso di un successivo sfondamento di linea nella Deir el-Zor. In base alla logica dell’effetto domino, questo successo potrebbe permettere la riconquista di Damasco e di quasi la metà del territorio occupato dallo Stato Islamico in Siria, nel più breve tempo possibile. Chiaramente ad essere preoccupati non sono solo gli islamisti, ma anche alcuni «combattenti», che in realtà considerano i terroristi come una propria pedina politica.

Pertanto, una misura di ritorsione che ricondurrebbe alla ragione i Turchi, è un ulteriore sviluppo delle operazioni russe in Siria. È evidente che a livello politico-militare gli attacchi sferrati lì dove è avvenuto il fatto criminoso contro l’aereo russo, risultano essere estremamente dolorosi per la dirigenza turca, poiché questi attacchi dimostrano l’insensatezza e l’inefficacia dell’azione compiuta. Un rastrellamento energico nella provincia di Latakia, con l’ausilio dei caccia, dei mezzi della difesa antiaerea e dei sistemi di guerra elettronica, mostrerà al popolo turco tutta l’incoerenza delle intenzioni dichiarate dalla dirigenza del paese e i risultati effettivi. In questa area è possibile bloccare gradualmente tutte le transizioni al confine turco-siriano, se non altro con il fuoco. La guardia russa del perimetro della base aera di Hmeymim, è in grado di farlo utilizzando anche armi a lungo raggio.

Gli esperti, inoltre, sottolineano che finora Mosca ha costruito le sue relazioni con le minoranze curde in Turchia e in Siria avendo un occhio di riguardo per Ankara. La Russia, ora, ha la mano libera per occuparsi seriamente del diritto del popolo curdo alla libertà politica e all’auto-difesa.

(Traduzione dal russo di Veriko Naskidashvili)


FONTE:

Неоосманский след в агрессивном поведении Турции в Сирии


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