Vittime dimenticate e storia a senso unico Vittime dimenticate e storia a senso unico
Al giorno d’oggi capita spesso di sentir dire: «Come può un grande Paese democratico come gli Stati Uniti d’America, assieme ai suoi alleati europei... Vittime dimenticate e storia a senso unico

Al giorno d’oggi capita spesso di sentir dire: «Come può un grande Paese democratico come gli Stati Uniti d’America, assieme ai suoi alleati europei altrettanto democratici, chiudere gli occhi di fronte ai crimini di massa che hanno colpito la popolazione civile del Donbass?». In effetti un atteggiamento come questo nei confronti degli eventi che hanno colpito l’Ucraina non è certamente un caso e affonda le proprie radici nella storia.

Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con l’auspicio che il dollaro si imponesse come valuta esclusiva, gli Stati Uniti hanno sfidato il moribondo sistema di dominazione coloniale europeo in Africa, Asia e Medio Oriente. L’Impero britannico era ormai crollato, portando con sé i deboli “imperi” costituiti da protettorati, territori dipendenti e colonie.

Nella fase preliminare, caratterizzata dal crollo dei vecchi rapporti coloniali, Stati Uniti ed Unione Sovietica finirono col collaborare per promuovere alcuni importanti aspetti riguardanti l’ideologia della decolonizzazione. Entrambi i paesi non risparmiarono l’inchiostro per denunciare gli innumerevoli sacrifici e le sofferenze causate ai popoli colonizzati dai conquistatori e dai loro complici.

Sembrava l’inizio di una nuova era che avrebbe promosso ideali, quali l’espansione economica pacifica e la competitività globale, ai quali si avvicinò ben presto l’Unione Sovietica proclamando a sua volta i principi della convivenza pacifica e la competizione economica tra i due sistemi.

Franklin Roosevelt si fece portavoce della concezione idealistica di Woodrow Wilson, il quale riteneva che i valori democratici universali, il cui modello erano gli Stati Uniti, nonché la supremazia economia derivante da essi, erano destinati ad un futuro radioso e privo di violenza nella governance mondiale, presumendo d’aver ricevuto carta bianca per la costituzione di un ordine politico internazionale.

La realtà, tuttavia, si è rivelata ben diversa…

Ad eccezione di un brevissimo periodo nell’immediato dopoguerra, una serie di conflitti locali iniziò infatti ben presto a mietere centinaia di migliaia e persino milioni di vittime.

L’ente indipendente di ricerca Centre for Research on Globalization (Québec-Canada) ha pubblicato un articolo di C.J. Werleman, nel quale si legge a chiare lettere che gli USA rifiutarono di dichiararsi colpevoli della morte di un gran numero di vittime innocenti. Secondo l’autore, la colpa non andrebbe attribuita soltanto al principio che afferma che “il fine giustifica i mezzi”, ma anche ad un’esplicita censura dietro la quale si celano le stime al ribasso delle vittime civili, e talora il loro completo occultamento.

Se volete sapere quanti civili vietnamiti o cambogiani hanno perso la vita durante le operazioni militari statunitensi, la risposta, come afferma l’autore, dipende dall’interlocutore cui ponete la domanda.

I dati ufficiali parlano di circa 2 milioni di civili; tuttavia, secondo le stime di alcune organizzazioni non governative, le vittime ammonterebbero ad almeno 4 milioni.

Inoltre bisogna considerare che le statistiche ufficiali non menzionano le 500.000 persone che hanno patito una morte lenta e dolorosa per effetto delle armi chimiche americane.

Werleman ricorda che il Presidente americano J.W. Bush alla domanda: «Quanti civili iracheni sono stati uccisi nel periodo che va dal 2003 al 2010?» ha risposto «30.000», quando in realtà, nel novembre 2004 l’autorevole rivista medica britannica The Lancet, ha pubblicato una ricerca in base alla quale «più di 100.000 Iracheni sono morti in azioni violente». Analizzando gli ultimi dati raccolti dal Pentagono, risulterebbe che gli attacchi aerei del Califfato Islamico (ISIS) in Siria abbiano provocato il decesso di solo due bambini.

Una nuova ricerca, condotta dall’organizzazione indipendente Airwars dimostra che, dopo gli attacchi aerei della coalizione occidentale, in Medio Oriente hanno perso la vita 591 persone, solo contando i 50 incidenti documentati.

C’è quindi poco da meravigliarsi del fatto che i paesi occidentali abbiano bloccato il progetto di risoluzione della Russia proposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che imponeva di condurre un’indagine dettagliata sui metodi e sulla natura di simili operazioni in Libia.

Secondo Warleman, l’indifferenza americana rispetto alle morti e alle sofferenze dei “selvaggi” stranieri affonda le proprie radici nel sistema educativo americano. Dei 58 libri di testo pubblicati negli Usa, nei quali vengono menzionati i bombardamenti atomici in Giappone, solo 42 di essi ricordano le vittime civili di Hiroshima e appena 18 le vittime di Nagasaki. In molti libri ricorre una sottostima significativa del numero di queste rispetto ai dati ufficiali delle Nazioni Unite.

Tutte queste circostanze hanno costretto la prosatrice, scrittrice e storica Susan Southard a pubblicare un libro intitolato Nagasaki: la vita dopo la guerra nucleare. La scrittrice ha raccolto il materiale per la redazione del libro per più di dieci anni. Ha condotto inoltre alcune dettagliate interviste ai sopravvissuti dell’attacco nucleare. Secondo la testimonianza della scrittrice, gli orrori causati dai bombardamenti sono stati celati grazie alla censura del giornalismo di guerra americano. Ci si rifiutò di parlarne persino nelle pubblicazioni scientifiche sulle malattie provocate dalle radiazioni nucleari, il che rese molto più difficile la cura dei malati e dei moribondi.

Il divieto sul “dossier nucleare” è stato revocato solo nel 1950. Ciò che più sorprende è che, secondo il recensore del settimanale The Economist, «i sopravvissuti ai bombardamenti che non sono dunque morti per malattie provocate dalle radiazioni, per molti anni non hanno avuto alcun sostegno da parte dello Stato. Il sistema di Assicurazione Sanitaria Nazionale ha raramente considerato l’entità delle loro terribili ferite e dei loro sintomi. La “bruttezza” delle vittime le ha inoltre rese oggetto di scherno e maltrattamenti nelle scuole oltre che vittime dell’esclusione sociale».

Susan Southard ha aperto una pagina sconosciuta sulle vittime dimenticate di Nagasaki, si tratta di 10.000 Coreani che per undici anni hanno combattuto per ottenere lo stesso diritto dei cittadini giapponesi colpiti, cioè quello di poter essere curati.

C.J. Werleman invita i lettori a realizzare, essi stessi, un sondaggio: «Se state chattando con degli Americani, provate a chiedere loro quanti civili hanno perso la vita in Vietnam, a Hiroshima, a Nagasaki, in Iraq, Siria, Panama, Cuba, Nicaragua, Corea e via discorrendo… Gli Americani senza dubbio non lo sanno, o meglio preferiscono eludere la risposta».

C’è da stupirsi che un tale approccio renda i politici e gran parte degli Americani indifferenti rispetto alla morte dei civili in Donbass? D’altra parte tutto deve svolgersi in modo radioso e senza spargimenti di sangue, come prevedono i decantati valori democratici e «universali», che nel loro mondo ideale non prevedono il sangue e la sofferenza.

(Traduzione dal russo di Claudia Venditti)

NOTE:

ARMEN OGANESJAN è Direttore della rivista «Meždunarodnaja Žizn’».

FONTE:

Убиты – не учтены…


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