Il nuovo Codice penale del Togo Il nuovo Codice penale del Togo
Lunedì 2 novembre 2015 i deputati dell’Assemblea Nazionale di Lomè hanno votato ed approvato il progetto di legge con cui è stato adottato un... Il nuovo Codice penale del Togo

Lunedì 2 novembre 2015 i deputati dell’Assemblea Nazionale di Lomè hanno votato ed approvato il progetto di legge con cui è stato adottato un nuovo Codice penale. Un testo moderno che nasce dalla necessità di attualizzare il diritto penale togolese colmando diverse lacune presenti nel precedente codice, adottato il 13 agosto del 1980, nel quale non erano previste, per esempio, la definizione e l’incriminazione di alcune fattispecie penali presenti nelle convenzioni internazionali ratificate dal Togo. L’adozione del nuovo Codice ha però anche messo in evidenza alcuni aspetti critici. Hanno infatti suscitato polemiche le disposizioni che criminalizzano il reato di tortura, in base alle quali tali atti costituirebbero un reato imprescrittibile soltanto se commessi nel corso di una guerra civile, mentre in altre situazioni si applicherebbe la prescrizione, decorso un certo lasso di tempo, come per un qualsiasi reato penale ordinario. Ne risulta dunque una discrepanza tra il nuovo diritto penale togolese e il diritto internazionale vigente, in particolar modo la Convenzione delle Nazioni Unite sulla tortura del 1984 in base alla quale gli atti di tortura, considerati come crimine internazionale autonomo, non cadono mai in prescrizione e sono perseguibili a prescindere dal fatto che siano commessi in tempo di guerra o in tempo di pace. Convenzione che il Togo ha ratificato il 18 novembre 1987 ed è entrata in vigore il 18 dicembre dello stesso anno. Inoltre, per i timori suscitati e per le possibili conseguenze sulla libertà d’informazione, merita un’analisi più approfondita la disposizione del nuovo Codice che ristabilisce pene privative della libertà per alcuni reati a mezzo stampa.

 

Le garanzie a tutela della libertà d’espressione sono presenti in numerosi strumenti giuridici internazionali ratificati dal Togo. Il diritto a non essere molestati per le proprie opinioni e la libertà di ricercare, ricevere e diffondere informazioni in forma scritta, orale, stampata o attraverso qualsiasi altro mezzo è prevista dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo all’articolo 19, così come dal Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici del 1966, ratificato dal Togo nel maggio del 1984, e dalla Carta Africana dei diritti dell’Uomo e dei popoli all’articolo 9. Inoltre la Commissione africana dei diritti dell’uomo ha adottato, il 23 ottobre del 2002 a Banjul, la Dichiarazione dei princìpi sulla libertà d’espressione in Africa che riafferma il carattere fondamentale e inalienabile di questo diritto, invitando gli Stati parti a rivedere le misure penali assicurandosi che siano giustificate da un interesse legittimo all’interno di una società democratica e suggerendo che eventuali restrizioni a questo diritto non siano determinate da motivi di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, a meno che non vi sia una minaccia reale e un legame diretto tra questa minaccia allo Stato e la libertà d’espressione.

L’articolo 497 del Codice penale togolese è, per l’appunto, una misura che si pone all’incrocio tra l’esigenza delle autorità di salvaguardare la pace e la stabilità dello Stato, che può essere messa a repentaglio dalla circolazione di notizie non vere, e la necessità di garantire un diritto fondamentale come l’indipendenza e la libertà degli organi d’informazione da ogni condizionamento derivante dal potere. Infatti il summenzionato articolo prevede che «la pubblicazione, la diffusione o la riproduzione con qualsiasi mezzo di notizie false, falsificate o falsamente attribuite a terzi quando, fatta in malafede, turba la quiete pubblica o è suscettibile di turbarla, è punibile con una pena detentiva compresa tra i 6 mesi e i 2 anni e/o con una multa da cinquecentomila a due milioni di franchi CFA» .

La questione non è semplice. Si tratta di capire se effettivamente questa misura possa costituire una limitazione alla libertà d’informazione in Togo oppure costituisca semplicemente un mezzo per spingere i media nazionali ad un maggiore rispetto delle regole deontologiche ed etiche richiamando i giornalisti alle responsabilità sociali derivanti dalla loro professione. Sicuramente si può dire che l’articolo 497 si pone in contrapposizione con quanto è stato stabilito nel Codice della stampa e della comunicazione, adottato dal Consiglio dei Ministri togolese il 21 luglio del 2004, che aveva portato alla depenalizzazione dei reati a mezzo stampa stabilendo esclusivamente delle pene pecuniarie in caso di inosservanza del rispetto delle regole deontologiche e la diffusione di notizie contrarie alla realtà, tese a disinformare o a manipolare le coscienze (articoli 79 e 82).

Applaudito ed anche invidiato da altri paesi africani, nei quali gli sforzi per eliminare le pene detentive contro i giornalisti non avevano ancora portato i loro frutti, il Codice della stampa faceva del Togo un modello da seguire in materia di indipendenza e libertà della stampa, soprattutto se paragonato al regime giuridico della stampa previsto da altri paesi della regione. Ed infatti nell’ultimo indice relativo alla libertà d’informazione nel mondo presentato a febbraio 2015 da Reporters sans Frontières, il Togo si colloca all’ottantesimo posto, ben distante dai cosiddetti paesi “predatori” dell’informazione come ad esempio la Cina, Cuba o la Corea del Nord.

Oggi la situazione sembra essere cambiata di nuovo. In attesa che il Codice venga (o meno) promulgato dal Presidente della Repubblica del Togo Faure Gnassingbé, le reazioni di numerosi organi d’informazione, dei sindacati della stampa togolese, nonché di alcuni attori politici di opposizione, sono compatte ed indirizzate a denunciare la natura liberticida dell’articolo 497 e a chiedere al governo e all’Assemblea Nazionale l’eliminazione di questa misura dal testo del nuovo Codice penale.

Alle inquietudini per quello che è stato definito come un inaccettabile passo indietro per la libertà d’informazione fanno, tuttavia, da contrappeso le giustificazioni addotte dai fautori del nuovo codice. Christophe Tchao, presidente del gruppo parlamentare del partito Union pour la République (UNIR), di cui il Presidente Gnassingbé è il leader, ha spiegato che l’articolo 497 non mira a colpire la libertà degli organi d’informazione e non incide su quanto stabilito dal Codice della stampa del 2004. Si tratta di una norma rivolta a tutta la popolazione togolese, non solo i giornalisti, nel momento in cui la diffusione di notizie false o non coincidenti con la realtà rischia di far piombare il paese nel caos. Comportamenti che il Parlamento togolese ha giudicato meritevoli di essere puniti duramente per garantire la pace sociale e contemporaneamente fare della professionalità e del rispetto della deontologia i caratteri preminenti della stampa nazionale. Una posizione legittima se si considera, tra l’altro, che in occasione degli stati generali della stampa togolese tenutisi a Kpalimé dal 30 giugno al 2 luglio 2014, era stato sottolineato e riconosciuto dagli stessi partecipanti il problema della mancanza di professionalità di numerosi giornalisti togolesi.

Ciononostante queste spiegazioni non bastano a dissipare i dubbi circa l’ampiezza della portata del divieto ed i timori per la discrezionalità con cui i giudici potranno valutare la falsità e la pericolosità sociale delle notizie e comminare sanzioni detentive, rischiando di portare il Togo, se non sullo stesso livello, almeno più vicino agli Stati “predatori” della libertà d’informazione. Al pari dell’indipendenza della stampa, l’indipendenza del potere giudiziario rispetto all’esecutivo è infatti una delle pietre angolari della democrazia e un’analisi sull’incidenza che l’articolo 497 potrebbe avere per la libertà d’informazione in Togo risulterebbe parziale e poco utile se non si facesse alcun riferimento a quella che è la realtà istituzionale del paese. Una realtà da cui scaturiscono tutte le legittime preoccupazioni dei mass media togolesi per l’adozione di questo nuovo codice penale.

Il Togo è, in base a quanto previsto dal testo della Costituzione del 1992, una repubblica parlamentare di tipo presidenziale. Ma nei fatti, e nell’opinione della comunità internazionale, non è niente di più che una dittatura, guidata da quasi mezzo secolo dalla famiglia Gnassingbè, grazie a colpi di Stato e, presunte, elezioni truccate. Eyadéma Gnassingbé è stato Presidente del paese dal 1967, anno in cui ha preso il potere in seguito ad un golpe militare, fino alla sua morte nel 2005. Gli è poi succeduto il figlio, Faure Gnassingbé, che è entrato nel suo undicesimo anno di governo in seguito alla vittoria nelle elezioni presidenziali dello scorso aprile.

Amnesty International ha qualificato in passato il Togo come un “regime del terrore” (si veda il testo di Amnesty, Togo: Rule of Terror, 1999), in cui le divergenze di opinione sono praticamente vietate e, d’altronde, il controllo e la censura degli organi d’informazione è solo uno dei tanti strumenti cui i governanti – nei regimi autoritari o dittatoriali – fanno ricorso per legittimare e rafforzare il loro potere e mettere a tacere l’opposizione. Numerosi sono i quotidiani, i periodici e i siti online d’informazione togolesi che descrivono questo scenario. Ed anche i fatti testimoniano in tal senso. Per esempio, nel corso delle ultime elezioni, è stata denunciata la censura dei siti internet notoriamente critici nei confronti del regime di Faure Gnassingbé. Il 19 maggio il direttore del giornale “La Nouvelle”, Bonéro Lawson-Betum, è stato arrestato con l’accusa di diffamazione e detenuto nella prigione civile di Lomè per più di tre mesi. Questi ed altri eventi di analoga gravità sono la testimonianza delle difficoltà che i giornalisti togolesi devono affrontare ogni giorno nell’esercizio della loro professione, nonostante la libertà d’espressione e di stampa siano diritti garantiti dal testo costituzionale del 1992, specificatamente all’articolo 26.

È tra l’altro curioso sottolineare come la ri-penalizzazione dei reati a mezzo stampa sancita dal nuovo Codice penale togolese si è realizzata in un momento storico in cui, al contrario, diversi paesi africani mostrano la tendenza diffusa ad aggiornare le rispettive legislazioni introducendo disposizioni tese ad escludere pene detentive per i giornalisti. È il caso del Benin, il cui parlamento il 24 gennaio 2015 ha adottato un Codice dell’informazione e della comunicazione che depenalizza i reati a mezzo stampa, come la diffamazione o gli insulti al Capo dello Stato. Anche il governo del Gabon, ad agosto, ha annunciato l’intenzione di rivedere il proprio codice penale per renderlo maggiormente conforme agli standard internazionali escludendo, tra l’altro, le pene privative della libertà per i reati a mezzo stampa che ad oggi sono ancora previsti dal diritto penale gabonese.

In Burkina Faso, il Consiglio Nazionale di Transizione ha adottato a settembre tre progetti di legge che sopprimono le pene detentive per gli errori commessi dai giornalisti nell’esercizio della loro professione, stabilendo però delle multe molto salate che potranno andare da uno a cinque milioni di franchi CFA. Benin, Burkina Faso e, potenzialmente, Gabon così facendo si sono allineati ad altri paesi del continente, come il Niger, il Mali, il Ghana, il Sudafrica, la Namibia e l’Algeria, i quali hanno proceduto nel corso degli anni ad eliminare dai rispettivi codici la pena della detenzione per i reati a mezzo stampa, riconoscendo la pubblica utilità della professione di giornalista e stabilendo esclusivamente sanzioni pecuniarie per ogni infrazione al codice di comportamento etico.

Con questo nuovo Codice il Togo, invece, si riavvicina alla posizione del Senegal il cui Presidente, Macky Sall, a maggio ha definito l’annosa questione della depenalizzazione dei reati commessi dagli organi d’informazione come “un problema”. In Senegal da anni si cerca di giungere ad un accordo per rivedere il diritto penale nazionale ed eliminare le sanzioni privative della libertà per alcuni reati, come la diffamazione. I tempi non sembrano però ancora maturi per questo cambiamento. La legislazione in materia di libertà dell’informazione in Costa d’Avorio sembra, invece, più simile a quella prevista dal Togo. La legge n. 2004-643 del 14 dicembre 2004 riguardante il regime giuridico della stampa se da una parte, all’articolo 68, esclude la pena detentiva per i reati come la diffamazione o l’oltraggio nei confronti dei rappresentanti dello Stato, dall’altra precisa che i giornalisti sono prima di tutto dei cittadini e la loro professione non li esonera da determinati obblighi. Per questo motivo infrazioni come l’incitamento alla ribellione o l’attentato alla sicurezza dello Stato, sebbene costituenti reati a mezzo stampa, prevedono anche la pena della privazione della libertà (articolo 69). Si è visto, dunque, come la questione può essere analizzata sotto un duplice aspetto: nazionale e regionale.

A livello statale risulta pressoché impossibile scindere le preoccupazioni di giornalisti, editori e blogger, per la reintroduzione di pene detentive per i reati a mezzo stampa, dalla realtà politica del Togo, il cui governo mostra spesso le sue tendenze autoritarie/dittatoriali soprattutto a causa della mancanza di volontà di pervenire a quelle necessarie riforme costituzionali per realizzare un vero sistema democratico. A livello regionale bisogna considerare che l’esclusione della detenzione per i giornalisti colpevoli di reati come la diffamazione o la calunnia resta ancora oggi una delle poste in gioco più importanti per garantire un miglioramento generale della situazione relativa alla libertà d’informazione e intraprendere la strada della democratizzazione in diversi paesi del continente. Alcuni Stati dell’Africa Occidentale, come si è visto, sono infine pervenuti ad abolire le pene privative della libertà per i reati a mezzo stampa aggiornando le disposizioni contenute nei rispettivi codici penali e rendendole maggiormente conformi agli obblighi internazionali assunti. Il Togo, sembra, aver imboccato la strada inversa.

Sembra, perché la questione non è poi così semplice. La libertà d’informare è la naturale estensione del più generale diritto di poter liberamente esprimere le proprie opinioni. E come ogni libertà si arresta nel momento in cui viola la legge o invade lo spazio di libertà altrui. Ciò significa che necessariamente anche i media, come tutti i cittadini, devono rispondere (anche penalmente) delle proprie azioni laddove sia accertata la manifesta volontà di disinformare. Una necessità tanto più urgente in un continente, come quello africano, costantemente martoriato da guerre e ribellioni di cui anche la circolazione di una falsa notizia può essere la causa.

Probabilmente solo il tempo potrà rivelare la vera natura dell’articolo 497 del Codice penale togolese. Una misura liberticida che, inserita in un contesto autoritario, è esclusivamente volta ad imbavagliare l’informazione e costringere al silenzio l’opposizione? Oppure un strumento di regolamentazione, in particolar modo dell’informazione online, teso a garantire la pace sociale, la sicurezza nazionale e a richiamare i media al rispetto delle regole deontologiche? Quello che tuttavia appare necessario è una modifica del testo di questa norma, in modo da individuare con la maggiore precisione possibile quali siano i comportamenti suscettibili di costituire un turbamento della quiete pubblica, con l’obiettivo di evitare un eccesso di discrezionalità da parte dei giudici nel comminare sanzioni detentive nei confronti dei giornalisti e allo stesso tempo fare dell’articolo 497 il primo strumento di garanzia di quella libertà d’informazione che deve sempre essere assicurata. Il che richiede un notevole sforzo, da parte delle autorità nazionali (in primis il Presidente Faure Gnassingbè), nel realizzare quelle riforme democratiche necessarie a mettere da parte i dubbi e le preoccupazioni.

NOTE:

ANDREA GASPERINI è collaboratore del Programma "Africa e America Latina" dell'IsAG.


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