Gli interessi francesi in Africa dopo l’ultimo Forum di Dakar Gli interessi francesi in Africa dopo l’ultimo Forum di Dakar
Il 9 e 10 novembre si è tenuta in Senegal la seconda edizione del Forum di Dakar, una piattaforma informale sui temi del terrorismo,... Gli interessi francesi in Africa dopo l’ultimo Forum di Dakar

Il 9 e 10 novembre si è tenuta in Senegal la seconda edizione del Forum di Dakar, una piattaforma informale sui temi del terrorismo, della sicurezza e dello sviluppo economico del continente africano. La prima edizione, tenutasi nel dicembre 2014, aveva visto partecipare all’evento oltre 350 ospiti, rappresentanti a vario titolo dei settori della sicurezza della scena africana. Il Forum, promosso dal governo francese, rappresenta un tentativo importante di instaurare una cooperazione sui temi della sicurezza, in un momento in cui la scena regionale registra un’epidemia di movimenti terroristici. È interessante capire se la Conferenza sia stata pensata esclusivamente per i fini dichiarati pubblicamente o se siano presenti anche degli interessi ausiliari francesi, strascichi delle politiche neocoloniali che hanno influenzato il continente africano in questi ultimi anni. Per rispondere al quesito è necessario analizzare i trascorsi della politica estera francese, valutare gli interessi di Parigi e considerare anche le politiche degli Stati Uniti che, in Africa, hanno sempre sfruttato la loro “governance” globale.

Al momento della sua massima espansione l’impero coloniale francese in Africa comprendeva Algeria, Benin, Ciad, Congo, Costa d’Avorio, Gabon, Gibuti, Guinea, Madagascar, Mali, Marocco, Mauritania, Niger, Repubblica Centrafricana, Senegal e Tunisia. In seguito all’ondata delle indipendenze africane dopo la Seconda Guerra Mondiale, Parigi è riuscita a mantenere dei profondi rapporti economici e politici con le sue ex-colonie. La persistenza di questi stretti legami è stata il risultato della politica coloniale francese, basata sull’assimilazione e sull’egemonia culturale1, mirante a rendere i coloni veri e propri cittadini dell’Impero. Quest’impostazione coloniale ha fatto sì che, al momento dell’indipendenza, i paesi africani francofoni continuassero a dipendere politicamente ed economicamente dalla Francia. Oltre a questo va sottolineato che, nei rari casi in cui i paesi di nuova indipendenza tentarono di rompere questi legami, Parigi trovò un modo per imporre la loro continuazione.

Un esempio importante viene dall’esperienza della Guinea che nel 1958, guidata da Sekou Touré, decise di interrompere qualsiasi rapporto con la Francia, ottenendo la reazione dell’ex amministrazione che decise di distruggere qualsiasi cosa nel paese rappresentasse un “vantaggio della colonizzazione”2. Furono distrutte scuole, ambulatori, uffici della pubblica amministrazione, macchine e tutti i libri. L’obiettivo del gesto era di mandare un forte segnale alle altre ex-colonie: rigettare la Francia avrebbe avuto un costo altissimo. Il messaggio fu chiaro e nessun’altra élite africana ebbe il coraggio di seguire l’esempio di Sekou Touré.

Grazie alla sua politica post-coloniale Parigi è riuscita quindi a fondare un sistema stabile, chiamato “Françafrique“, mirante al mantenimento degli interessi neocoloniali francesi anche dopo il dissolvimento del suo impero. Il sistema è basato su degli elementi di soft-power come per esempio la “Francofonia”, la rete che unisce individui e Stati attorno ai valori della cultura e della lingua francese che, negli ultimi anni, anche grazie allo sviluppo demografico africano, ha assunto un peso crescente.

Il concetto di soft-power è fondamentale per comprendere la politica estera francese in Africa. Il termine coniato da Nye alla fine degli anni Ottanta descrive «l’abilità di un paese di influenzare le azioni di un altro paese senza l’uso della forza o della coercizione»3. Oltre al soft power, la presenza militare francese in Africa è uno status consolidato, figlia dell’epoca coloniale, proseguita anche dopo le ondate di indipendenza.

La partecipazione delle forze armate può essere divisa in tre fasi, a seconda degli obiettivi perseguiti dal governo di Parigi: la prima va fino alla metà degli anni Settanta ed ha avuto l’obiettivo di affiancare gli eserciti dei nuovi Stati per garantire una stabilizzazione interna; la fase successiva ha visto ampliare gli scopi, garantendo l’intervento sia per motivi offensivi che difensivi; infine, dalla metà degli anni Novanta, la Francia ha preferito soluzioni di intervento multilaterale con l’appoggio delle Nazioni Unite o delle organizzazioni regionali africane.

Con l’arrivo del nuovo millennio si sono formati numerosi gruppi terroristi di ispirazione jihadista, la cui espansione è stata agevolata dall’instabilità del continente e dalle guerre civili. Molti di essi sono attivi nel Sahel grazie anche all’assenza di controlli ai confini, cosa che ha reso possibile il loro autofinanziamento tramite attività illegali ed il facile accesso al contrabbando di armi.

L’ex Presidente Sarkozy, in carica fino al 2012, è stato da sempre contrario al concetto di Françafrique ed ha mirato alla riduzione delle spese militari4. Nonostante ciò, fu lui nel 2011 a decidere per l’intervento militare contro la Libia, paese in cui la Francia ha forti interessi petroliferi. L’arrivo all’Eliseo di François Hollande ha coinciso con il proseguimento dei tagli alla spese militari, ma nel 2013, il neo-Presidente, ha deciso di intraprende una delle più grandi azioni militari francesi degli ultimi decenni, inviando circa 4.000 uomini in Mali nel contesto dell’operazione Serval5.

Ad oggi l’esercito francese è attivo in Africa con l’operazione Sangaris, impegnata nella Repubblica Centrafricana dal dicembre 2013; con l’operazione Epervier attiva in Ciad già dal 1986 e con l’operazione Corymbe6, un presidio navale nel golfo di Guinea attivo dal 1990. Nel continente sono attualmente dispiegate circa 10.000 unità, numero che dimostra l’importanza degli interessi francesi nel continente e che il solo soft-power non basta per la loro completa tutela.

In questo contesto si può inserire l’iniziativa del governo francese che ha promosso il Forum di Dakar. Nella prima edizione dell’evento, il Ministro della Difesa francese, Jean Yves Le Drian, ha rilevato come la Francia intenda diminuire gradualmente la sua presenza militare in Africa, per far spazio agli attori del continente, in un’ottica di ampia e assidua collaborazione tra gli Stati africani7. È fuori dubbio che gli obiettivi principali del Forum siano effettivamente la “pace e la sicurezza”, ma nonostante ciò, si devono considerare le finalità non pubblicizzate da Parigi ed i suoi interessi politici ed economici.

Gli interessi francesi nel Sahel ed in Africa occidentale possono essere divisi in tre categorie, non separate ma intrecciate e collegate tra loro. Essi riguardano in primo luogo la pura e semplice necessità di mantenere la storica influenza politica sulla regione; in seconda istanza riguardano l’esigenza di sicurezza, il cui aspetto pratico si traduce nella lotta al terrorismo; infine va considerata la notevole presenza di interessi economici e commerciali.

Come detto in precedenza, considerato il rapporto privilegiato con le proprie ex-colonie, è di facile lettura l’ambizione di Parigi di mantenere intatta la sua influenza sull’area. L’aspirazione francese è collegata soprattutto alla sua visione in politica estera, infatti il paese ha storicamente sempre cercato propri spazi di manovra ed una sua autonomia anche durante la Guerra Fredda. Va ricordato su tutti l’esempio di De Gaulle che nel 1954 affossò il progetto CED per recuperare il rapporto con l’Est Europa e l’URSS, superando la logica bipolare e riequilibrando l’egemonia mondiale anglo-americana8.

In aggiunta, l’arrivo di Hollande all’Eliseo ha modificato l’approccio della Presidenza verso la Françafrique, sistema osteggiato da Sarkozy che ha sempre mirato alla riduzione delle spese. Le conseguenze pratiche dell’utilizzo di politiche legate al soft-power si possono riscontrare in vantaggi strategici ed economici per il paese che le mette in pratica. Infatti, a prescindere dalle reali capacità delle imprese francesi, è proprio il soft-power a garantire una massiccia presenza economica nel Sahel e nei paesi francofoni. L’impresa strategicamente più rilevante è Areva, di base in Niger con due impianti di estrazione dell’uranio ad Arlit ed un impianto in via di sviluppo ad Imouraren9.

Per uno Stato che dipende al 75% dall’energia nucleare, si può intuire come i 124 milioni di chili di uranio estratti nell’area dal 1960 siano fondamentali per la sua economia, coprendo circa un terzo del fabbisogno nazionale francese. In Niger è presente anche Veolia, un’azienda da circa 23 miliardi di dollari di “revenues”, che si occupa della produzione e distribuzione dell’acqua potabile in circa cinquantaquattro centri urbani del paese, per un totale di 70 milioni di metri cubi l’anno10.

Un’altra impresa importante è Sogea-Satom che ha alcuni contratti in Ciad, tra cui la costruzione del Ministero delle Finanze a N’Djamena, contratto da 75 milioni di dollari11. Altre importanti aziende francesi presenti sono, tra le altre, la Delmas e la Bolloré12. Gli ingenti interessi economici e commerciali rendono fondamentale la stabilità e la sicurezza, terzo interesse, ma non per forza in ordine d’importanza, legato al contenimento della minaccia terrorista.

La “guerre à la terreur” nel Sahel ricopre per la Francia un’esigenza primaria, soprattutto alla luce della prossimità geografica della regione al continente europeo e poiché il paese d’oltralpe è storicamente meta di immigrazione per gli abitanti dell’Africa francofona. Per gli Stati Uniti invece questa sarebbe un’area d’intervento marginale ma, considerata l’importanza delle risorse naturali presenti e l’espansione del mercato commerciale nell’area, essi hanno deciso di inserirsi gradualmente nella regione.

Con l’espansione di gruppi armati di matrice jihadista, il Sahel ha assunto una forte rilevanza anche per gli interessi securitari di altri paesi, in particolare degli USA, il cui tentativo di inserimento strategico è andato ad interferire con la consueta presenza francese. Già dal 2002 Washington ha iniziato a costruire un proprio sistema di influenza regionale realizzando la Pan Sahel Initiative – PSI13, un programma del Dipartimento di Stato mirante a fornire supporto a Mali, Mauritania, Niger e Ciad per aumentare le proprie capacità di controllo sul commercio delle armi e del traffico di droga e per contrastare i movimenti terroristici trans-nazionali.

L’assistenza fornita dal PSI contribuisce al raggiungimento di due obiettivi strategici per gli Stati Uniti: l’aumento della lotta al terrorismo e il coinvolgimento statunitense nella regione, che in precedenza registrava un monopolio francese. Il punto focale del programma è stato l’inserimento di addestratori americani sul campo che hanno garantito una stretta relazione tra le forze militari. Tale legame si è potuto estendere sia in una logica bilaterale, cioè tra gli Stati Uniti ed ogni singolo paese partecipante, che multilaterale, vale a dire un rapporto operativo tra tutti i paesi africani interessati.

Uno dei più grandi successi dell’iniziativa è stato la cattura di Abderrazak al-Para14, una figura chiave per l’estremismo salafita regionale. Nonostante i successi, la PSI è rimasta un’iniziativa marginale, caratterizzata da fondi limitati e da uno scarso coinvolgimento sul territorio. Con lo scopo di raggiungere un graduale aumento dell’influenza americana nel Sahel, nel 2005 è stato messo in piedi un programma di più ampio respiro chiamato Trans-Sahara Counterterrorism Partnership – TSCTP15, avente caratteristiche multilaterali e pluriennali.

Esso è ancora attivo e si propone di combattere le organizzazioni terroristiche istituzionalizzando la cooperazione tra le forze di sicurezza regionali, promuovendo la governance democratica, screditando l’ideologia terrorista e rinforzando gli accordi militari bilaterali con gli Stati Uniti. Come si può immaginare, l’iniziativa è stata valutata da Parigi come una grossa interferenza da parte degli Stati Uniti che, oltre al livello prettamente militare, hanno cercato di creare un focus politico multilaterale sotto la loro influenza. D’altra parte, rispetto al PSI, questo nuovo programma ha richiesto un utilizzo di fondi più elevato: dal 2005 al 2007 circa 230 milioni di dollari e per il 2008 circa 123 milioni.

In questo quadro assume un’importanza particolare l’addestramento delle truppe locali e la promozione di molteplici collaborazioni bilaterali fra gli Stati africani, la cui componente militare fa capo all’operazione Enduring Freedom – Trans Sahara. Il frutto più evidente di tale iniziativa è l’annuale esercitazione congiunta denominata “Flintlock”, sotto la diretta supervisione del Comando Africano degli Stati Uniti – AFRICOM16.

Una volta analizzata la politica estera di Parigi nei confronti dei paesi africani, valutati i suoi interessi militari, economici e politici e dopo aver riscontrato un crescente interesse degli USA per l’area, si può cercare di dare un senso strategico al Forum di Dakar. Non va perso di vista il contesto generale e la veridicità degli scopi della Conferenza. Infatti, seppur ci siano anche altri interessi, la ricerca di una cooperazione multilaterale in tema di sicurezza è un argomento importante e fondamentale per la futura stabilità dell’area. Che questa cooperazione sia promossa dalla Francia è una scelta naturale, visti i legami del paese con il Sahel e l’Africa Occidentale e considerata la sua capacità di influenza attuale.

Il Forum può essere visto come il tentativo francese di ottenere una reale cooperazione tra i paesi africani e, al contempo, di mantenere intatta la sua influenza tramite un’operazione di soft-power. L’edizione 2015 si è aperta con le defezioni di molti capi di Stato, tra cui in primis quelli del Mali e del Ciad. Nonostante ciò, l’organizzazione ha prontamente riferito di essere comunque soddisfatta in quanto «lo scopo della Conferenza non è quello di fare un summit di Capi di Stato. ma quello di organizzare un forum interattivo, basato sul dialogo»17. Infatti, malgrado le assenze, il Forum ha centrato l’obiettivo di rafforzare politicamente il fronte anti-terrorista africano, il cui effettivo impegno operativo verrà verificato nelle settimane a venire.

I temi della lotta al terrorismo sono legati strettamente agli interessi delle numerose imprese presenti nel Sahel ed in Africa occidentale, alcune delle quali sono state vittime di attentati ai loro impianti, come nel maggio 2013 con gli attentati condotti dal Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale, il “MUJAO”. Detto questo il raggiungimento degli obiettivi francesi, che vogliono evitare interferenze USA nella zona, è strettamente collegato all’effettiva riuscita della lotta al terrorismo.

Proprio per questo è necessaria una stretta collaborazione tra gli Stati a Sud del Sahara, luoghi che, per caratteristiche ambientali, sono favorevoli alla proliferazione di movimenti estremisti che trovano nella porosità dei confini linfa vitale. Riuscendo a combattere efficacemente questi movimenti Parigi sarà in grado di non concedere spazio di manovra agli Stati Uniti, il cui unico pretesto di inserimento strategico è l’assistenza nella lotta al terrorismo.

In seguito agli attentati di Parigi del 13 novembre, il progetto francese per il Sahel e l’Africa Occidentale resterà ai vertici dell’agenda della politica estera dell’Eliseo? Le massicce operazioni militari contro la Siria fanno presumere una variazione degli obiettivi di politica estera a breve termine ma, nonostante ciò, la regione sub-sahariana rivestirà comunque un ruolo di prim’ordine per quanto riguarda il lungo periodo.

NOTE:

ANTONINO MUNAFÒ è stagista del programma "Africa" dell'IsAG.

1. Gerti Hesseling, Histoire politique du Senegal, Karthala ASC, 1987, p. 127.
2. Les pères de l'Afrique, Sekou Touré, celui qui a dit non à De Gaulle, Voix de l'Afrique, n. 99.
3. Joseph S. Nye jr., Soft Power: The means to success in World Politics, 2005.
4. La presenza militare della Francia nel Sahel, CESI, 20 aprile 2015.
5. Micheal Shurkin, France's war in Mali – Lessons for an expeditionary army, Radn Corporation, 2014.
6. Sito ufficiale del Ministero della Difesa francese, Defense.gouv.
7. A Dakar, Jean-Yves Le Drian rêve d'un Davos de la sécurité en Afrique, RFI.fr, 24 ottobre 2014.
8. Hardev Singh Chopra, De Gaulle and European Unity, 1974.
9. Sito ufficiale di Areva.
10. Sito ufficiale di Veolia.
11. Sito ufficiale di Sogea-Satom.
12. Aziende francesi leader nel settore dei trasporti e della logistica integrata.
13. Pan-Sahel Initiative (PSI).
14. Foreign relations authorization act, fiscal year 2006 and 2007, Report, House of Representatives.
15. US Department of State, lista programmi e iniziative.
16. Si veda Operation Enduring Freedom - Trans Sahara (OEF-TS) Operation Juniper Shield.
17. Benjamin Roger, Forum de Dakar: les chefs d’Etat étrangers aux abonnés absents, Jeune Afrique online, 9 novembre 2015.


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