Il Gambia: lo Stato Islamico come mossa di politica estera Il Gambia: lo Stato Islamico come mossa di politica estera
Venerdì 11 dicembre, in occasione di un incontro politico tenutosi a Brufut, il Presidente del Gambia Yahya Jammeh ha dichiarato che il paese dell’Africa... Il Gambia: lo Stato Islamico come mossa di politica estera

Venerdì 11 dicembre, in occasione di un incontro politico tenutosi a Brufut, il Presidente del Gambia Yahya Jammeh ha dichiarato che il paese dell’Africa occidentale si trasformerà in uno Stato Islamico. La dichiarazione incombe in un momento critico a livello mondiale, specie in ambito religioso, con una forte espansione delle attività e della presenza di movimenti estremisti islamici, per cui i cambiamenti degli equilibri di qualsiasi Stato possono rappresentare una futuribile minaccia per la stabilità sia regionale che nazionale. Dopo aver analizzato le motivazioni e gli obiettivi che hanno condotto a questa decisione, sarà necessario ipotizzare le possibili ripercussioni regionali ed interne derivanti da una simile svolta istituzionale. Per rendere più agevole l’analisi verrà preso ad esempio il caso della Mauritania, diventato uno Stato Islamico nel 1991.

 

Il Gambia ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1965 e, dopo un referendum tenutosi nel 1970, divenne una Repubblica con Jawara eletto come Presidente. Nel 1982 si assistette al tentativo di formare una confederazione con il Senegal, chiamata “Senegambia”, la quale ebbe però vita breve e nel 1989 collassò. Nel 1994, dopo quasi venticinque anni di governo, Jawara venne destituito da un colpo di Stato militare guidato dal luogotenente Yahya Jammeh, attuale Presidente del paese. Due anni più tardi fu promulgata una nuova costituzione multipartitica e Jammeh fu confermato Presidente1.

Nonostante l’apertura politica, la leadership del neo-Presidente è sempre stata autoritaria, con un severo trattamento verso le opposizioni ed il mancato rispetto dei diritti umani fondamentali. Già dal 1998, infatti, “Article Nineteen” un’agenzia per i diritti umani britannica – accusò il governo di Banjul di opprimere gli attivisti delle opposizioni ed i giornalisti2. La stretta autoritaria è sempre stata correlata alla paura di nuovi colpi di Stato, il primo dei quali, secondo il governo, è stato sventato nel 2000 e l’ultimo dei quali, nel dicembre 2014, ha segnato un’ulteriore svolta per la politica e la retorica del Presidente Jammeh.

L’identificazione del Gambia come Stato Islamico è collegata all’isolamento del paese africano nel contesto internazionale e alla ricerca di nuovi partner nel mondo arabo.

Oltre a prendere di mira i dissidenti ed i giornalisti, il regime di Banjul è stato accusato di perseguitare i difensori dei diritti umani, gli omosessuali, i bisessuali ed i transgender. Nel novembre 2014 due osservatori delle Nazioni Unite hanno avuto accesso per la prima volta al paese, rapportando che «la tortura è una pratica consistente da parte delle autorità» e che «evitare l’arresto è una preoccupazione necessaria per il gambiano medio». Il report di ottantuno pagine “State of Fear: Arbitrary Arrests, Torture and Killings3descrive la situazione dei diritti umani dal 1994 riportando come le forze di sicurezza statali, unitamente ad alcuni gruppi paramilitari, procedono ad uccisioni e ad arresti arbitrari, rapimenti e torture, provocando la fuga di molti dal piccolo paese dell’Africa Occidentale.

Le costanti violazioni dei diritti umani hanno provocato l’isolamento internazionale del paese e l’interruzione degli aiuti umanitari e del flusso di investimenti. Il Gambia, con il 48% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e con un’aspettativa media di vita di sessant’anni4, è uno dei paesi più poveri dell’Africa Sub-Sahariana e – proprio per questo – si può ben comprendere la necessità per il paese di disporre di “partner” internazionali che, tramite aiuti e investimenti, finanzino lo sviluppo.

In questo contesto va inserito l’annuncio del presidente Jammeh per il passaggio ad uno Stato Islamico con l’introduzione della Sharia. Esso è riconducibile alle conseguenze dell’isolamento dall’Occidente e ad un segnale di avvicinamento al mondo arabo per tentare di salvare un’economia ormai al collasso. Circa il 90% della popolazione del Gambia professa la fede musulmana, mentre la restante parte è principalmente cristiana. Il presidente Jammeh ha infatti giustificato la sua decisione affermando che «in linea con l’identità ed i valori religiosi del paese, per chiudere i rapporti con il passato coloniale, io proclamo il Gambia uno Stato Islamico».

Oltre a questo, cercando di non destare preoccupazioni agli osservatori occidentali e alle minoranze interne, egli ha affermato che però «i diritti della comunità cristiana, la quale rappresenta circa l’8% della popolazione, saranno protetti» e che non sarà imposto nessun “dress code” ai cittadini5. Le reazioni alla dichiarazione sono state molteplici. Il Consiglio Supremo Islamico, senza specificare l’appoggio alla dichiarazione, ha precisato che non ha ancora avuto modo di riunirsi per discutere dell’annuncio presidenziale. Le opposizioni, rappresentate dal National Reconciliation Party, hanno criticato aspramente la decisione di Jammeh sostenendo che, vista la presenza di una clausola costituzionale che proclama il Gambia come uno stato secolare, il Presidente non avrebbe potuto fare una dichiarazione simile senza passare prima per un referendum. Della stessa posizione sono state anche le reazioni occidentali, specie attraverso le organizzazioni per i diritti umani. In particolare, il Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights, ha dichiarato ad Al-Jazeera che la decisione unilaterale del presidente Jammeh è parte dei suoi “capricci” ed avrà ulteriori risvolti politici6.

Con lo scopo di comprendere meglio i possibili risvolti politici e sociali di una trasformazione in uno Stato Islamico è possibile prendere ad esempio il caso della vicina Mauritania. La Costituzione mauritana, sottoscritta nel 1991, definisce il paese come una Repubblica Islamica e riconosce l’Islam come la religione dei suoi cittadini e dello Stato. Inoltre, il governo proibisce la stampa e la distribuzione di materiale religioso non Islamico ed il proselitismo non musulmano7. Anche in questo caso il governo degli Stati Uniti ha discusso della libertà religiosa con il governo della Mauritania, come parte della sua più ampia politica di cooperazione allo sviluppo nell’ambito dei diritti umani.

I tre milioni di Mauritani professano quasi per interezza le pratiche sunnite dell’Islam, con un limitato numero di cattolici: per questi motivi il governo ed i cittadini considerano l’Islam come un elemento coesivo essenziale per unificare i vari gruppi etnici. La Sharia fornisce i principi legali sui quali è basato l’ordinamento, grazie all’High Council of Islam che svolge un ruolo consultivo per il governo, a proposito della conformità delle leggi ai precetti islamici.

Il sistema giudiziario consiste di un singolo sistema di corti che utilizza i principi della Sharia nelle questioni legate alla famiglia, mentre utilizza i principi legali moderni per tutte le altre questioni8. Con riferimento ai recenti problemi legati al radicalismo estremista, il governo ha sponsorizzato varie tavole rotonde sulla moderazione dell’Islam, ha condotto un censimento di tutte le moschee del paese ed ha lanciato una nuova iniziativa che prevede un salario per gli imam moderati che superino i criteri di selezione e passino un test.

Altre recenti misure contro l’estremismo islamico includono l’apertura di una radio “Coranica” statale, programmi televisivi periodici sui temi della moderazione nell’Islam ed un dialogo nazionale tra gli imam ed i Salafiti che hanno rinunciato alle pratiche violente. Oltre a questo, con lo scopo di erodere il supporto alle attività di Al-Qaeda nel Maghreb islamico, è stata lanciata una legge antiterrorismo che offre un’amnistia ai combattenti che non hanno commesso uccisioni prima del loro arresto9. Non sono presenti testimonianze di abusi o discriminazioni basate sull’identità religiosa, anche se alcuni cittadini americani attivi in circoli cristiani hanno riferito che alcuni non musulmani sono stati esclusi socialmente dal resto della comunità. In definitiva quindi, pur essendo una Repubblica Islamica da più di vent’anni, in Mauritania la pratiche islamiche non hanno portato ad orientamenti estremisti ma, al contrario, il governo si è impegnato per mantenere una posizione moderata e contro il terrorismo.

Ricapitolando, la decisione del Presidente Yahya Jammeh è dunque legata ad una strategia di politica estera di avvicinamento al mondo arabo, come reazione all’isolamento internazionale conseguente alle ripetute violazioni interne dei diritti umani. Questa è stata una scelta strategica necessaria viste le condizioni economiche difficili del paese, il quale necessita di aiuti e finanziamenti esteri per tentare di migliorare la situazione finanziaria dello Stato e le condizioni di vita della popolazione.

Nella politica di avvicinamento al mondo arabo va inserito anche l’annuncio di Jammeh, avvenuto sempre nel mese di dicembre, di voler mettere a disposizione dei profughi musulmani in fuga dal Sud-Est asiatico il campo di Rohingya. Concessione che, a suo dire, fa parte del sacro dovere islamico di alleviare le sofferenze dei profughi musulmani che scappano dall’oppressione, più nello specifico con riferimento al Myanmar, alla Malesia ed all’Indonesia10.

Una volta prese in considerazione le motivazioni e gli obiettivi legati alla dichiarazione del presidente Jammeh e, dopo aver brevemente descritto il caso analogo della Mauritania, sono più facilmente intuibili le conseguenze e i possibili scenari futuri. Premesso che, come dichiarato sia dalle opposizioni interne che dagli osservatori internazionali, la dichiarazione unilaterale del Presidente Yahya Jammeh è assolutamente al di fuori degli schemi istituzionali, si possono valutare le conseguenze di un ipotetico passaggio ad uno Stato Islamico in tre passaggi:

  1. Come visto nel caso della Mauritania, la costituzione di uno Stato Islamico e l’imposizione della Sharia non corrispondono per forza ad un orientamento musulmano estremista. In questo contesto bisogna valutare l’orientamento religioso della popolazione che, anche se sunnita, può attestarsi benissimo su posizioni moderate. Infatti, le ideologie dell’intolleranza sono supportate e diffuse principalmente dalle scuole Salafite e Wahabite, fautrici principale della maggior parte delle attività terroristiche in tutto il mondo.
  2. Detto ciò, a differenza della Mauritania interamente musulmana, nel Gambia il 10% della popolazione costituisce una minoranza religiosa. Bisogna dunque capire come potrebbero reagire tali minoranze all’imposizione di precetti e regole basate sulla Sharia e dunque non appartenenti ai loro valori culturali ed identitari. Oltre a questo, nonostante il 90% della popolazione sia composta da musulmani, questi ultimi non sono quel tipo di musulmani che tollererebbero l’imposizione del velo, della barba e il divieto di indossare il vestiario che preferiscono. Dunque se Jammeh tenterà di imporre la Sharia in Gambia, dovrà confrontarsi anche con l’opposizione di un esteso numero di musulmani.
  3. In ultima istanza, è possibile chiudere il cerchio basandosi sulle due precedenti variabili a riguardo di una possibile infiltrazione terroristica in caso di passaggio ad uno Stato Islamico. Come ribadito in precedenza, una Repubblica islamica (o uno Stato Islamico) non equivale per forza ad un orientamento radicale estremista. Invece, per quanto riguarda le infiltrazioni di cellule terroristiche o radicali, esse nella storia più recente si sono sempre espanse in paesi dove regnava una forte instabilità. A sostegno di questa tesi si possono portare ad esempio le dinamiche della Somalia, della Libia o della Siria. Infatti, similmente alla criminalità organizzata, le attività estremiste si insinuano negli spazi vuoti lasciati dall’apparato statale o dove è in atto uno scontro di potere fra fazioni differenti.

Per un passaggio “indolore” verso lo Stato Islamico, dal punto di vista della sicurezza interna e regionale, è dunque necessario il mantenimento della stabilità del Paese. Essa dipenderà essenzialmente da due fattori: dalla reazione delle minoranze religiose e da parte della comunità musulmana all’imposizione della Sharia; dall’effettiva riuscita dell’avvicinamento al mondo arabo e dalla potenziale ripresa economica che potrebbe conseguirne.

NOTE:

1. A. Hughes, D. Perfect, A Political History of the Gambia, 2008.
2. BBC Online, The Gambia Profile – Timeline, 15 gennaio 2015.
3. Fonte: Human Rights Watch, State of Fear: Arbitrary Arrests, Torture and Killings.
4. Fonte World Bank, Gambia profile.
5. Al Jazeera Online, Gambia’s president declares Islamic statehood, 12 dicembre 2015.
6. Fonte: Robert F. Kennedy Human Rights.
7. BBC Online, Mauritania Country Profile, 24 novembre 2015.
8. Fonte: Costituzione della Mauritania del 1991 ed emendamenti del 2012.
9. Fonte: UNHCR: Country Reports on Terrorism 2013, Mauritania.
10. The Guardian Online, South-east Asia migrant crisis: Gambia offers to resettle all Rohingya refugees, 21 maggio 2015.


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