Il mosaico libico: due governi, le ingerenze esterne e lo Stato Islamico, adagiati su un mare di petrolio Il mosaico libico: due governi, le ingerenze esterne e lo Stato Islamico, adagiati su un mare di petrolio
A cinque anni dall’intervento NATO in Libia, il paese è ancora sconvolto dalle sue conseguenze. Due amministrazioni rivali convivono dall’agosto del 2014, quando un’alleanza... Il mosaico libico: due governi, le ingerenze esterne e lo Stato Islamico, adagiati su un mare di petrolio

A cinque anni dall’intervento NATO in Libia, il paese è ancora sconvolto dalle sue conseguenze. Due amministrazioni rivali convivono dall’agosto del 2014, quando un’alleanza di milizie islamiste ha conquistato Tripoli, costringendo il governo riconosciuto a riparare ad Est. Dopo lo scandalo che ha riguardato l’ex inviato delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, impegnato a favorire gli interessi degli Emirati Arabi Uniti in veste di mediatore imparziale, con grande difficoltà si è arrivati alla formazione di un governo di unità nazionale ancora precario. Del vuoto di potere ha saputo approfittare l’ISIS per espandersi ad Est e a Sud.

 

La Libia è un aggregato di almeno tre componenti disomogenee di popolazione divise tra Tripolitania, Fezzan e Cirenaica e articolate in 140 tribù, con rispettive proiezioni economiche e politiche verso il Maghreb da un lato e verso il Mashreq dall’altro. Dopo la caduta di Gheddafi, si è tenuta una prima tornata elettorale nel 2012, in cui fu eletto il Congresso Nazionale Generale (CNG). La rivalità interna alle fazioni rappresentate nel Congresso, divise tra islamisti e laici, si è evoluta in una progressiva polarizzazione fino allo scontro violento tra le milizie armate che appoggiavano i due opposti schieramenti. Le elezioni del 2014, boicottate dagli islamisti e dai lealisti gheddafiani, hanno portato al potere la coalizione nazionalista. Tuttavia, il Congresso Nazionale Generale, che avrebbe dovuto passare il testimone al neo-eletto Parlamento, si reinsediava a Tripoli in virtù di una sentenza della Corte Suprema Nazionale che dichiarava illegittime le elezioni legislative e con l’intervento delle brigate islamiste, coadiuvate dalle milizie di Misurata, il neo-eletto Parlamento è costretto a riparare a Tobruk. Si inaugura così una convivenza sanguinosa.

Da una parte abbiamo il CNG di Tripoli, dominato dalla branca libica dei Fratelli musulmani, che può contare su “Alba libica”, sua ala armata, ma non sul riconoscimento internazionale. La comunità internazionale, infatti, ha ignorato la sentenza della Corte Suprema che dichiarava incostituzionale la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, riconoscendo la legittimità di quest’ultima. Il blocco cosiddetto “islamista” include la Misurata-led alliance (MLA), milizie di varie città della costa occidentale, islamisti moderati e jihadisti armati. Tutte le forze condividono l’intenzione di escludere dal governo figure compromesse con il vecchio regime. Dall’altra parte troviamo il Parlamento di Tobruk, che controlla la parte orientale della Libia (circa il 50% del territorio). Il Generale Khalifa Haftar, ex militare di Gheddafi finito in carcere in seguito alla fallimentare guerra in Ciad e uscito grazie alla Cia, è ricomparso in Libia, dopo venti anni vissuti negli USA, per combattere contro Gheddafi e si trova ora al comando dell’ala armata di Tobruk. I sostenitori di questa fazione, che condividono l’ostilità verso gli islamisti, includono ufficiali del vecchio regime, tribù dell’Est del paese, federalisti e milizie della città occidentale di Zintan.

A complicare il puzzle libico si aggiungono numerosi attori minori. Ansar al-Shariah, gruppo salafita attivo in Libia fin dalla ribellione contro Gheddafi e affiliato ad al-Qaeda, ha guadagnato visibilità nel 2012 con l’attacco di Bengasi, in cui rimasero uccisi l’Ambasciatore statunitense J. Christopher Stevens e il funzionario Sean Smith. Nonostante la forte presenza sotterranea, il gruppo controlla solo tre enclave separate ad Est, tra cui Bengasi. Vi sono poi le popolazioni Tuareg e Tebu, situate nella regione meridionale del Fezzan. Dopo la firma di un accordo di pace nel novembre 2015, gli scontri nella città di Ubari sono ripresi proprio mentre i rappresentanti dei due gruppi si incontravano a Sebha per discutere sul processo di pace. Nonostante la sostanziale indipendenza dei due popoli dalle parti in conflitto, molti analisti individuano un legame della dirigenza Tuareg con le forze di Tripoli e dei Tebu con Tobruk.

Lo Stato Islamico, infine, è apparso in Libia a novembre del 2014, probabilmente originato da alcuni disertori del CNG con visioni più integraliste dell’islam. Secondo il Colonnello Ismail Shoukri, a capo dell’intelligence militare di Misurata, circa il 70% dei seguaci dell’IS viene dall’estero, la maggior parte dalla Tunisia, con minoranze provenienti da Siria, Golfo, Sudan, Niger e Ciad. L’IS, che al momento controlla più di 300 km di costa, ha saputo sfruttare l’attuale vuoto di potere per conquistare Sirte, da dove i miliziani sono riusciti a organizzare un’ondata di attacchi nel resto del Paese con l’obiettivo di espandersi fino ad Ajdabiya, snodo principale dei terminal petroliferi. Gli attacchi contro i porti di Sidra e Ras Lanuf, oltre che contro l’accademia di polizia di Zliten, a 280 km da Sirte, si inseriscono in questa strategia.

La paura di nuovi attentati e della continua espansione dell’IS ha portato a un accordo di compromesso tra il Congresso di Tripoli e Ibrahim Jadhran, leader della milizia di Ajdabiya ed ex capo delle Petroleum Defense Guards (PDG), le forze governative a difesa dei siti petroliferi. Nei giorni seguenti agli attacchi (che hanno portato la produzione petrolifera al 75% dei volumi precedenti alla caduta di Gheddafi), Mustafa Sanallah, Presidente della compagnia petrolifera di Stato libica (NOC), incontrava ad Istanbul i rappresentanti delle nove principali compagnie internazionali presenti in Libia: Turkish Petroleum Corporation, ENI, la russa Tatneft Company, la francese Total E & P e la norvegese Statoil, la tedesca Deutsche Erdoel AG, la britannica British Petroleum, l’algerina Sonatrach International Production and Exploration Corporation e l’indonesiana Medco International. Secondo le previsioni di Sanallah, con un accordo unitario, la produzione petrolifera libica potrebbe essere portata a 1,2 milioni di barili al giorno, avvicinandosi con rapidità ai 1,6 milioni di barili del 2011.

Attori regionali

Questa prima panoramica lascia già presagire che gli interessi in gioco vadano ben oltre gli attori presenti sul terreno, e si estandano sia alle potenze regionali vicine che a quelle globali. Per quanto riguarda il quadro regionale, esistono due assi a sostegno dei governi libici guidati da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, che sostengono Tobruk e, sul versante opposto, Qatar e Turchia a favore di Tripoli. Gli interessi in campo sarebbero sia legati agli equilibri di potenza che alla gestione degli ingenti depositi di idrocarburi.

Gli interessi dell’Egitto, in particolare, sono molteplici ed evidenti da tempo; uno dei primi atti del nuovo regime di al-Sisi, nel 2013, fu proprio di invocare un intervento esterno in Cirenaica. L’Egitto, a causa delle vicine basi jihadiste libiche, teme per la propria sicurezza e per questo interviene militarmente in Cirenaica da quando ventuno egiziani copti sono stati uccisi dagli estremisti islamici, oltre ad armare e sostenere il Generale Haftar, l’uomo scelto dal Presidente al-Sisi per combattere gli islamisti. Inoltre, tutti gli asset petroliferi presenti nell’Est della Libia fanno gola al Cairo e alla sua economia disastrata.

Emirati e Qatar sono intervenuti con decisione nel conflitto libico, vendendo armi alle milizie vicine al governo di Tobruk e a quello di Tripoli rispettivamente, in violazione dell’embargo internazionale. Il coinvolgimento degli Emirati in Libia è stato messo in evidenza una volta di più dallo scandalo che ha coinvolto l’ex Inviato speciale ONU Bernardino Leon, che per oltre un anno ha fatto la spola tra Tripoli e Tobruq, tentando di favorire quest’ultimo nei negoziati, per assecondare gli EAU, con cui stava finalizzando un contratto di lavoro milionario1. Le Nazioni Unite, che già godevano di poco credito in Libia, sono ora malviste sia fra i vertici, che si sentono ingiustamente pressati dai diplomatici ONU2 sia tra la popolazione, che è scesa più volte in strada per protestare contro le proposte di accordo. Il cosiddetto Leongate, passato sostanzialmente sotto traccia nella comunità internazionale, è stato definitivamente seppellito dagli attentati del 13 novembre a Parigi.

Attori internazionali

La Francia, promotrice con l’ex Presidente Sarkozy dell’intervento in Libia nel 2011, è rimasta da allora attivissima in tutto il continente africano. La missione Serval in Mali, nel 2013, avrebbe dovuto fermare la rivolta dei militanti islamisti nel Nord e restaurare la sovranità maliana su tutto il territorio. La successiva operazione Barkhane, invece, ha coinvolto 3.000 uomini comandati dal Generale Palasset nel quadro di una coalizione di cinque paesi: Mali, Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad. L’Eliseo è ora pronto a intervenire nuovamente in Libia.

Insieme alla Francia, la Gran Bretagna ha dichiarato che è pronta a partecipare con più di 1.000 uomini alla missione di “addestramento e stabilizzazione” guidata dall’Italia, che comprenderà in tutto 6.000 soldati. L’operazione, concordata da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia, avrà l’obiettivo di bloccare circa 5.000 estremisti islamici che minacciano di conquistare la raffineria di Marsa al Brega, la maggiore del Nordafrica. La missione prevede l’impiego di truppe, carrarmati, aerei e navi da guerra. All’Italia spetterebbe il compito costoso di mettere a disposizione basi e forze per la nuova guerra, mentre il comando effettivo sarà esercitato dagli Stati Uniti attraverso il ruolo chiave attribuito al Comando Africa (AFRICOM). L’8 gennaio quest’ultimo ha annunciato il suo piano quinquennale per fronteggiare le crescenti minacce provenienti dal continente africano, tra le quali figura l’instabilità della Libia. Fu sempre AFRICOM, nel 2011, a dirigere la prima fase della guerra, poi diretta dalla NATO.

Più defilata la Germania, che sta pensando di inviare più di 100 soldati ad addestrare le forze armate libiche. Decisione in attesa dell’approvazione parlamentare, dove la Merkel può contare su una forte maggioranza. Ristabilire l’ordine in Libia è l’obiettivo principale di fronte all’avanzata dell’ISIS e in considerazione del milione di rifugiati affluiti nel 2015 in Germania.

I flussi migratori sono sempre stati degli strumenti utilissimi per la diplomazia libica fin dal tempo di Gheddafi. Adesso sono due le autorità che strumentalizzano i migranti, facendo leva sulle paure dell’Europa. Haftar, in particolare, da un anno mette in guardia la sponda Nord circa il pericolo di infiltrazione terroristica tra le fila dei migranti che partono dalle coste occidentali controllate dai suoi rivali, ma la città costiera di Ajdabiya, altro snodo nelle rotte del traffico di migranti, si trova sotto il suo controllo. Sul versante opposto, le retate portate avanti dalle milizie di Tripoli nei quartieri abitati dai migranti servono solo a “vendere” il loro impegno così come richiesto dagli Stati europei per arginare le partenze.

Le pressioni europee sulla Libia finora si sono tradotte nella proliferazione di centri di detenzione per migranti, gestiti di solito dalle milizie, coinvolte nel business dei riscatti chiesti alle famiglie dei reclusi in cambio della liberazione. Inutile dire che all’interno di tali centri le violazioni dei diritti umani sono sistematiche. Il business costruito sulla pelle dei migranti, arrivato a valere 400 milioni di dollari nel 2014 secondo Global Initiative Against Transnational Organized Crime, fa gola a tutte le parti in gioco. Soprattutto considerando che il Paese è al collasso economico, con l’export del petrolio sceso da 1,6 milioni di barili al giorno del post-rivoluzione ai 400.000 attuali e con l’inflazione alle stelle. Circa l’infiltrazione terroristica tra i migranti, il Direttore del Center for Financial Crime Security Study, Tom Keeting ha chiarito che i gruppi fondamentalisti non operano lo smuggling, ma lo tassano. Non vi sarebbe connessione diretta tra la capitalizzazione di questo business (che può essere arginato solo sottraendo i “clienti” ai trafficanti) e il trasferimento di terroristi in Europa. Lo spauracchio del terrorismo però è servito a legittimare la missione “EUNav for Med“, poi ribattezzata “Operazione Sofia”, indirizzata a bloccare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo.

Sviluppi recenti

I diciotto mesi di conflitto a bassa intensità tra i due opposti schieramenti potrebbero essere arrivati a una conclusione con il governo di unità nazionale annunciato dal Consiglio Presidenziale libico, da Tunisi, il 19 gennaio. Il governo, presieduto dal Premier Fayez al-Sarraj, è composto da trentadue ministri, che per ora restano in hotel a Tunisi. Il governo dovrebbe riuscire a reinsediarsi nella capitale per passare da uno stadio virtuale ad uno effettivo. La sua composizione, in tutto un centinaio di persone tra ministri, vice-ministri e sotto-segretari, è orientata a rappresentare e a tenere in equilibrio gli interessi di tutte le realtà libiche. Intenzione dimostrata, ad esempio, dalla scelta di Marwan Abusrewil per gli Esteri, membro di una famiglia con legami in ogni parte del paese. Il Ministro degli Interni viene dalla polizia di Tripoli, mentre Tobruk è riuscito a ottenere il Ministero del petrolio, che andrà a Khalifa Abdessadeq. Il conteso Ministero della difesa andrà a Mahdi al Barghati, uno dei comandanti dell’esercito di Bengasi, prima vicino ad Haftar, ma da cui ha preso le distanze. Il destino di quest’ultimo, odiato da metà del paese e amato da chi lo vede come il Sisi libico, grava sulla stabilità dell’esecutivo ed è stato all’origine dell’abbandono dei negoziati da parte di Ali Qatrani e Omar Aswad, rappresentanti di Tobruk che volevano alla Difesa proprio l’ex ufficiale gheddafiano.

Oltre che l’approvazione del Parlamento di Tobruk, è in forse anche quella delle varie milizie armate che controllano e paralizzano Tripoli. Alcune di queste si sono schierate a favore del governo appena nominato, mentre altre hanno avvertito che i neo-Ministri rischiano l’arresto qualora tentassero di mettere piede nel paese. Da tempo, molti dei parlamentari di Tripoli avevano smesso di partecipare alle trattative, sostenendo un dialogo Libia-Libia al posto del processo a guida ONU. Per gli oltranzisti di Tripoli che si oppongono ad Haftar, l’allontanamento definitivo di quest’ultimo rappresenta la condicio sine qua non per dare il loro appoggio al governo di unità.

Conclusioni

Fin dal 2011 la società libica si è divisa lungo linee sociali, militari, tribali e religiose, mentre le città si schieravano con l’uno o l’altro schieramento in una rete di alleanze non contigua dal punto di vista geografico. La gestione della questione libica da parte delle potenze occidentali non ha saputo tener conto di tale complessità, rispondendo di volta in volta alle emergenze indotte dalla crisi. Dopo la caduta di Gheddafi, si è trattato di intervenire per tutelare le imprese estere presenti nel paese e garantire i flussi di idrocarburi verso la sponda Nord del Mediterraneo. Successivamente, la priorità è diventata il blocco dei flussi migratori e, negli ultimi mesi, il contenimento dello Stato Islamico. Le azioni militari prima e diplomatiche poi, hanno sostenuto, finanziato ed armato l’una o l’altra fazione a seconda della minaccia percepita come più imminente, senza porre attenzione al destino della popolazione libica e alle cause strutturali della crisi. La mancanza di uno Stato centrale capace di mantenere la sicurezza e di garantire i servizi minimi, i lunghi anni di guerra che hanno quasi distrutto l’economia e la società libiche, sono fattori costantemente ignorati dalle diplomazie impegnate nella risoluzione del caos libico.

La pressione esercitata per la firma di un accordo e per la formazione di un governo di unità viene vista da più parti come sintomo della volontà di preparare un nuovo intervento. Se questo si configurasse come una limitata missione di addestramento delle forze libiche e di supporto logistico in funzione anti-ISIS, probabilmente sarebbe accolto favorevolmente dai Libici. Il colonello Ismail Shukri, capo delle forze di intelligence di Misurata, ha dichiarato al “Telegraph” che pur non appoggiando l’intervento di truppe straniere di terra, supporterà qualunque paese voglia aiutare i libici a combattere l’IS attraverso l’addestramento e il supporto logistico.

D’altra parte, un intervento esterno non richiesto con truppe e mezzi stranieri impegnati attivamenti sulla terra e nei cieli libici potrebbe essere rischioso, poichè potrebbe coagulare le diverse milizie locali contro il nemico comune, l’invasore esterno. Un intervento di questo tipo andrebbe a chiudere il cerchio che dalla Libia ha condotto prima al Mali, poi all’Iraq, alla Siria e di nuovo alla Libia. Ogni missione ha fornito il pretesto per la successiva, senza che nessuna di queste possa considerarsi compiuta. È la mancanza di un percorso di riconciliazione nazionale e dei piani di sviluppo per la popolazione a rendere effimeri sia governi di unità che interventi armati. Nel frattempo, la pazienza occidentale di fronte al processo negoziale dei libici si assottiglia sempre di più e le possibilità di un intervento unilaterale diventano reali.

NOTE:

NERINA SCHIAVO è collaboratrice del Programma "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.

1. Nelle e-mail pubblicate dal "Guardian" è spiegato bene l'obiettivo perseguito da Leon per conto degli Emirati, e cioè rompere l'alleanza pericolosa tra gli islamisti radicali della Fratellanza musulmana (presenti nel Congresso di Tripoli) e i Misuratini, una delle fazioni in lotta (armata e sostenuta dalla NATO quando l'obiettivo era Gheddafi), per favorire il Parlamento di Tobruk in vista del futuro governo di unità.
2. "Le Nazioni Unite non possono semplicemente mescolare le carte e dirci quali politici governeranno" ha dichiarato Jamal Zubia, portavoce del Congresso di Tripoli, in merito alle pressioni e alle minacce di sanzioni per chiunque avesse bloccato il processo di pace.


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