Che cosa sta succedendo in Repubblica di Moldavia? Che cosa sta succedendo in Repubblica di Moldavia?
Stentano a diminuire le tensioni sui confini orientali dell’Unione Europea, già alte a seguito del conflitto in corso in Ucraina e che ora sembrano... Che cosa sta succedendo in Repubblica di Moldavia?

Stentano a diminuire le tensioni sui confini orientali dell’Unione Europea, già alte a seguito del conflitto in corso in Ucraina e che ora sembrano estendersi anche nella già fragile Repubblica di Moldavia.

Dopo la parentesi del 2001-2009, quando il Partito Comunista governò ininterrottamente il paese garantendo una relativa stabilità politica all’interno della società moldava, grazie ai consensi dell’elettorato dei pensionati nostalgici e dei russofoni, la Repubblica di Moldavia ha intrapreso a partire dalle elezioni dell’aprile 2009 un tortuoso cammino di avvicinamento all’Unione Europea. Dinanzi agli iniziali risultati elettorali che sembravano riconfermare il monopolio comunista per un ulteriore mandato, una manifestazione di piazza, più simile a una rivoluzione, con tanto di saccheggio delle sedi del Parlamento e della Presidenza, si era innescata il 5 aprile 2009, determinando nuove elezioni che avrebbero portato di lì a poco alla formazione di una Grosse Koalition tra i partiti di opposizione sotto il nome di “Alleanza per l’integrazione europea”. Il nuovo governo così formato, guidato allora da Vlad Filat, aveva fatto della lotta alla corruzione e al clientelismo il suo cavallo di battaglia, promettendo l’implementazione di riforme che avrebbero avvicinato il paese all’Unione Europea e ai suoi standard di vita, allentando, parallelamente, anche la storica dipendenza dalla Russia.

La situazione interna della Repubblica di Moldavia sembra ricordare, in scala ridotta, l’Ucraina. Vi è infatti un sistema diviso tra gruppi politici filo-russi e filo-UE, i quali sono comunque concordi nel denunciare l’alto indice di corruzione interna.

A distanza di sei anni, nell’ottobre del 2015, Vlad Filat è stato arrestato per corruzione, e la recente occupazione del Parlamento, il 20 gennaio scorso, avvenuta per protesta contro il governo, questa volta filo-europeo, lasciava presagire la fine del cammino europeo della giovane Repubblica di Moldavia e il suo ritorno sotto l’influenza di Mosca.

Alcuni hanno parlato prematuramente di un “Maidan al contrario” per definire le proteste delle migliaia di manifestanti nella capitale Chișinău contro il nuovo governo filo-europeo guidato da Pavel Filip. Nominato dopo appena mezz’ora di discussione parlamentare, il nuovo esecutivo ha prestato giuramento in gran segreto, intorno a mezzanotte del 20 gennaio scorso, lontano dai riflettori e dagli occhi di quanti stavano protestando in piazza, attirandosi così, sin dal momento dell’entrata in carica, le accuse di illegittimità da parte della popolazione.

La Repubblica di Moldavia aveva iniziato quindi il 2016 senza un esecutivo e sullo sfondo di una grave crisi politica che aveva obbligato il Presidente Nicolae Timofti a prendere atto dell’impossibilità del Parlamento di formare una maggioranza. Timofti aveva avanzato quindi due proposte per la formazione del nuovo esecutivo, nominando l’ex premier Ioan Sturza, capo del governo nel 1999, e il capo dell’amministrazione presidenziale, Ion Păduraru. Entrambi i nomi però sono stati respinti dal legislativo. Il Presidente Timofti aveva invece respinto a sua volta la proposta avanzata per ben due volte dai partiti, di formare un esecutivo con a capo Vladimir Plahotniuc, oligarca moldavo e figura di spicco del Partito Democratico, sospettato di avere legami con la mafia. L’impasse politica sembrava superata con la convergenza raggiunta sul nome di Pavel Filip, ma la nomina di Filip come Primo Ministro ha invece sortito l’effetto contrario, accendendo gli animi della stragrande maggioranza della popolazione che lo considera una pedina di Plahotniuc. Tali sospetti sembrerebbero trovare conferma anche nelle recenti dichiarazioni dell’ex consigliere presidenziale Vlad Țurcanu che ha confessato come il Presidente Timofti avrebbe ricevuto intimidazioni e minacce per nominare a capo del governo un uomo dell’entourage di Plahotniuc.

Secondo il giornalista moldavo Vitalie Cojocari, una caratteristica inedita delle manifestazioni dei giorni scorsi nella capitale Chișinău, è la loro composizione etnico-politica1. In piazza, per la prima volta nella storia del paese, europeisti, filo-russi e unionisti hanno messo da parte, almeno per il momento, i propri rancori storici alleandosi contro la corruzione e il potere oligarchico presenti nell’apparato statale. L’insofferenza della popolazione si è acuita da maggio 2015 quando salì all’onore delle cronache la notizia del furto di un miliardo di euro, corrispondente all’8% del PIL nazionale, dalle banche pubbliche moldave.

L’indignazione generale suscitata da tale episodio ha portato alla formazione di due schieramenti di protesta contro la classe politica del paese, che il reporter George Damian ha definito come un Euro-Maidan e un Contro-Maidan simultanei, con riferimento sia agli accampamenti installati nella piazza antistante la sede del Governo, quasi ad imitazione di quelli di Kiev, sia alle posizioni dei due raggruppamenti, divisi tra filo-russi e filo-UE. Dal versante europeista si è formato un gruppo extra-parlamentare, “Dignità e Verità”, che oltre a chiedere l’arresto dei colpevoli invoca un più rapido avvicinamento all’Europa. Il processo di avvicinamento all’Unione Europea, secondo “Dignità e Verità” è stato infatti rallentato proprio dallo stato di corruzione dell’attuale classe politica. Dall’altra parte, sul fronte dei filo-russi, il Partito Socialista di Igor Dodon e il “Nostro Partito” del sindaco di Balti, Renato Usatii, pur chiedendo anch’essi l’arresto degli autori del “furto del secolo”, vedono nell’annullamento dell’Accordo di associazione con l’UE e nell’inizio dei negoziati per l’Unione Doganale Eurasiatica la nuova strada che il paese dovrebbe intraprendere2.

Nonostante le voci provenienti dall’Occidente che dipingono i disordini in atto in Moldavia come un colpo di mano orchestrato da Mosca – nei fatti largamente smentite dalla presenza filo-europea nelle piazze e di personalità politiche di rilievo come l’indipendente Mara Sandu e il movimento “Dignità e Verità” – lo spauracchio del “pericolo russo” non sembra avere più presa sui cittadini moldavi stanchi della corruzione dilagante nelle istituzioni. Di parere diverso è l’analista geopolitico Dan Dungaciu, secondo il quale l’alleanza tra il movimento “Dignità e Verità” e i filo-russi, in concomitanza con l’esclusione dalla piazza degli unionisti e di conseguenza delle posizioni legate all’identità romena, celerebbero in realtà un tentativo di creazione di una nazione moldava “civica” la cui espressione è sintetizzabile nella figura dell’oligarca Vladimir Plahotniuc. Dungaciu riporta come esempio la dichiarazione del rappresentante dell’UE nella Repubblica di Moldavia, l’ungherese Kalman Mizsei, che identificò le valenze di un “patriottismo civico” nelle piazze di Chișinău, dove non contano più la lingua e l’appartenenza etnica, ma la comune manifestazione, bilingue, contro il comune nemico. L’agenda identitaria nascosta, che starebbe dietro le proteste di piazza, afferma Dungaciu, è nel beneficio strategico della Russia il cui interesse primario è di mantenere il confine euro-atlantico sul fiume Prut, fino ad ora raggiunto con successo attraverso il conflitto congelato in Transnistria e il mantenimento di un caos controllato a Chișinău. Tuttavia, la Moldavia non è l’Ucraina e ha ancora una carta da giocare per entrare nello spazio euro-atlantico. Questa carta è l’unificazione con la Romania, progetto che l’agenda della “nazione civica moldava” vorrebbe evitare di realizzare3.

La Romania potrebbe rappresentare il supporto ideale per l’avvicinamento della Moldavia all’UE, ma a livello popolare pesa l’appoggio garantito da Bucarest all’attuale sistema politico moldavo.

È stata interpretata come deludente, inoltre, dalla stragrande parte dei Moldavi, la presa di posizione della Romania che attraverso il suo Presidente Klaus Iohannis ha scelto di sostenere il governo impopolare di Pavel Filip. Stando ai vari commentatori politici, la Romania ha perso un’importante occasione di “marketing politico” rinunciando a sostenere i Moldavi scesi in piazza, molti dei quali guardano alla Romania come ad un paese fratello. Opinione diffusa è che la Romania ha dimostrato di non avere un progetto per la Repubblica di Moldavia e di essere quindi, per questo, completamente allineata alle prerogative dell’agenda euro-atlantica interessata a sottrarre il paese all’influenza russa, anche a costo di sostenere l’instaurazione di un’oligarchia locale al potere4.

Attualmente ai Moldavi non resta che scegliere tra due alternative: le elezioni anticipate, principale rivendicazione della piazza, che resetterebbero l’attuale potere politico, o l’accettazione dello status quo con il rischio che il sistema oligarchico si accaparri anche l’ultimo baluardo rimasto libero, ovvero la carica del Presidente. Tra meno di due mesi, infatti, il Parlamento dovrà scegliere il nuovo Presidente della Repubblica, e il principale pretendente sembra essere proprio l’oligarca Vladimir Plahotniuc. Se un tale scenario si avverasse, come alcuni hanno paventato, l’ultima pietra di un sistema politico totalmente controllato sarebbe posta, senza più alcuna distinzione tra i poteri e senza più una reale alternanza democratica al governo.

NOTE:

STEFAN CALIMAN è collaboratore del Programma "Eurasia" dell'IsAG.

1. 7 lucruri greşite, manipulatorii care se spun despre protestele din Chişinău, 21/01/2016.
2. Maidan şi contra-maidan la Chişinău, 05/10/2015.
3. Dan Dungaciu și Petrișor Peiu: Republica Moldova, între România şi Rusia, 07/10/2015.
4. De ce poziţia României faţă de protestele din Moldova este greşită, 25/01/2016.


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