Transnistria, un conflitto irrisolto nello scacchiere geopolitico dell’Europa Orientale Transnistria, un conflitto irrisolto nello scacchiere geopolitico dell’Europa Orientale
Nel mezzo dell’Europa Orientale, tra i fiumi Nistru e Bug, esiste una striscia di terra rimasta fino ad oggi fuori dai grandi dibattiti politici... Transnistria, un conflitto irrisolto nello scacchiere geopolitico dell’Europa Orientale

Nel mezzo dell’Europa Orientale, tra i fiumi Nistru e Bug, esiste una striscia di terra rimasta fino ad oggi fuori dai grandi dibattiti politici europei ma che, tuttavia, con la recente annessione russa della Crimea e l’installazione dello scudo antimissile in Romania, rischia di assumere un ruolo molto importante per gli equilibri della regione. Si tratta della Transnistria, repubblica autoproclamatasi indipendente nel 1990, riconosciuta solo dall’Ossezia del Sud e dalla Abcasia, e che come quest’ultime, costituisce uno dei c.d. conflitti congelati ereditati dal disfacimento dell’Unione Sovietica, sempre pronti a riesplodere.

Cenni sorici

Creata nel 1921 con il nome ufficiale di Repubblica Sovietica Socialista Autonoma di Moldavia (RSSAM), la Transnistria è un esempio di processo di nation building programmato come arma politica contro uno Stato rivale. Nel contesto della disgregazione dell’Impero zarista e della salita al potere dei bolscevichi, quest’ultimi non riconobbero mai la perdita nel 1918 della Bessarabia, la parte orientale dell’antico Principato di Moldavia che si unificò nel 1859 con l’altro principato danubiano, la Valacchia, dando vita al Regno di Romania. Al fine di camuffare la rivendicazione territoriale e conciliarla con la dichiarazione di Lenin a favore dell’autodeterminazione dei popoli, i Sovietici rivendicarono l’esistenza di un ultimo baluardo della nazione moldava, la RSSAM, che all’interno dell’URSS avrebbe lottato per la liberazione dei Moldavi dal Regno di Romania, che adesso, nella nuova compagine statale, alla pari dei Valacchi, si autodefinivano Romeni.

Il conflitto irrisolto della Transnistria ha le sue radici storiche nella fase successiva alla Prima Guerra Mondiale, quando l’URSS favorì un processo di nation building in funzione anti-romena.

La RSSAM necessitava pertanto della creazione di un popolo moldavo con una nuova storia e un nuovo idioma, che di fatto però risultò come semplice traslitterazione in cirillico della lingua romena. Sul piano geopolitico, la Transnistria rappresentò un importante bastione lungo il c.d. “cordone sanitario” voluto da Francia e Gran Bretagna per difendere l’Europa da una eventuale invasione bolscevica, che dalla Finlandia, passando per la Polonia, arrivava fino alla Romania. Ciò trova conferma anche nel “Memorandum sulla necessità della creazione della RASSM“, firmato il 4 febbraio 1924 a Mosca, dove veniva precisato come il ruolo della Repubblica Sovietica di Moldova fosse quello di «svolgere lo stesso ruolo politico-propagandistico che già stanno svolgendo la Repubblica di Bielorussia verso la Polonia e quella di Carelia verso la Finlandia»1. Nel medesimo documento la Transnistria viene descritta come «una testa di ponte per fini militari e politici al fine di creare una breccia nell’Europa centrale e, strappando la Bessarabia, assestare così un importante colpo morale alla borghesia». Durante tutto il periodo interbellico, tali piani furono attuati dal Cremlino, sotto forma di agitazioni e propaganda in territorio romeno, con le masse operaie fomentate a scioperare e a scandire slogan contro il re e l’esercito.

Solamente con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la firma dei Trattati di pace di Parigi del 1947, dove la Romania fu sconfitta al tavolo delle trattative, fu possibile l’estensione della RASSM, e della politica di “moldavizzazione”, dal fiume Bug al fiume Prut, oltrepassando il Nistru.

Chișinău e Tiraspol: la difficile convivenza e i tentativi di risoluzione del conflitto

Si dovette aspettare la Glasnost e la Perestroika affinché l’élite romena, non senza approfittare del periodo di debolezza di Mosca dovuto al processo di transizione che si mise in moto nell’Unione Sovietica, che di lì a poco avrebbe portato al collasso del sistema, riprendesse in mano il potere dichiarando l’indipendenza della Repubblica di Moldova e ripristinando la lingua romena. È a questo punto che nacque l’attuale attrito tra Chișinău, divenuta la capitale della neonata Repubblica di Moldova, orientata verso la riunificazione con la vecchia madrepatria romena e lo smantellamento del Comunismo, e la Transnistria, con capitale a Tiraspol, russofona e arroccata su posizioni fortemente sovietiche e filo-russe. Tale tensione toccò il suo culmine nel 1991 con lo scoppio lungo il fiume Nistru di un conflitto armato tra le due parti che causò circa mille morti e 120.000 rifugiati moldavi che si riversarono in Ucraina. Se Chișinău aveva dalla sua parte il consenso della maggioranza della popolazione tra il Nistru e il Prut, la legittimità conferitale dalle libere elezioni interne e il riconoscimento internazionale dell’indipendenza appena proclamata, Tiraspol poté riequilibrare la bilancia con la sua capacità di poter bloccare i rifornimenti di gas e sui ben addestrati contingenti militari della 14a Armata Rossa rimasti dislocati nella regione.

A partire dal cessate il fuoco siglato nel 1992 si misero in moto diversi tentativi di risoluzione del conflitto che videro la Russia, l’Ucraina e l’OSCE (che allora era conosciuta ancora con la vecchia denominazione di CSCE) come mediatori. La prima serie di negoziati si concluse con la creazione di una forza di interposizione tra le parti, tutt’ora presente, sotto comando militare trilaterale russo-moldavo-transnistreano, e da un primo accordo su un graduale ritiro dei militari di Mosca. Nonostante le truppe della ex 14a Armata Rossa dovevano essere completamente ritirate entro il 1997, la Duma di Stato della Russia iniziò a fare ostruzionismo e bloccò tale ritiro.

Sempre nel 1997, su proposta della Russia, si arrivò quindi alla firma di un “Memorandum di intesa per le basi della normalizzazione delle relazioni tra la Repubblica di Moldova e la Transnistria” che, riaffermando l’integrità territoriale della Repubblica di Moldova, impegnava le parti per costruire le proprie relazioni nella cornice di uno Stato comune all’interno dei confini della vecchia RSSM del 1990. I propositi del Memorandum furono riaffermati nel 1999 a Kiev con la firma della “Dichiarazione congiunta su questioni per la normalizzazione delle relazioni“.

La Transnistria, tuttavia, continuò ad insistere sul mantenimento di una forza armata propria e di una politica indipendente sullo stazionamento delle armi e delle munizioni presenti sul suo territorio, questo mentre Chișinău aveva tutt’altre posizioni. A partire dal 2004 riuscirono ad inserirsi nel negoziati, anche se con lo status di osservatori, due altri importanti attori internazionali: gli Stati Uniti e l’Unione Europea. L’UE, in particolare, data anche l’imminente integrazione della Romania, inserì la Repubblica di Moldova nella “Politica Europea di Vicinato” e su richiesta modo-ucraina inviò una missione di assistenza al confine tra i due Stati, l’EUBAM.

La Transnistria nell’attuale scenario geopolitico

Il progressivo avvicinamento di Chișinău e Kiev coincise con il graduale allontanamento da Tiraspol. Nel 2006, a seguito dell’accordo sul nuovo regime doganale siglato a Bruxelles tra l’Ucraina del filo-occidentale Viktor Juščenko e la Repubblica di Moldova, si arrivò all’interruzione nei negoziati di risoluzione del conflitto, estromettendo i sigilli doganali transnistreani, con gravi conseguenze sul PIL della regione separatista che crollò del 15%. In risposta la Russia, che si vedeva chiamata in causa oltre che come attore politico, che si contendeva l’influenza nella regione con l’UE, anche come principale partner commerciale della Transnistria, impose il divieto sulle importazioni di vino moldavo e un rincaro sul prezzo sul gas con devastanti conseguenze sull’economia moldava, che si contrasse del 3% alla fine di quell’anno.

Il futuro della Transnistria sembra destinato all’isolamento internazionale con il perdurare di un “conflitto congelato”. Come in altre casi dell’Europa orientale (Ucraina, Moldavia) e del Caucauso, la questione è collegata agli interessi contrapposti tra Russia e NATO.

I negoziati ripresero solamente nel 2011 su impulso dell’OSCE con l’ormai consueto formato 5+2 che non hanno raggiunto significativi risultati politici, ma solo passi avanti riguardo la libertà di movimento della popolazione civile. Intanto, l’unificazione della Crimea alla Russia e la firma dell’accordo di libero scambio tra UE e Repubblica di Moldova nel 2014 hanno aumentato la tensione con Mosca nella regione. La Russia ha inasprito l’embargo sui prodotti agricoli moldavi ed è cresciuto il timore del ripetersi dello scenario ucraino. La Transnistria, infatti, alla luce dei risultati, pur non riconosciuti dalle istituzioni internazionali, del referendum del 2006, in cui la maggioranza della popolazione aveva votato per l’unione con la Russia, approfittò nel 2014 della crisi ucraina per avanzare la richiesta formale di adesione alla Federazione Russa. Tiraspol già nel 2010 venne alla ribalta della politica internazionale con una dichiarazione in cui si disse disponibile, come contromisura all’installazione dello scudo antimissile NATO in Romania, alla possibilità di ospitare le batterie di missili tattici russi Iskander. In entrambi i casi il Cremlino si mantenne cauto facendo intendere di non voler surriscaldare la situazione più di quanto non lo fosse.

Attualmente in Transnistria rimangono dispiegati circa 500 militari delle forze di pacificazione e altri 2.000 circa della ex 14a armata sovietica che consentono a Mosca, piuttosto che una annessione della regione, di “attivare” o “disattivare” il conflitto in base all’evolversi della situazione sullo scacchiere europeo. Attualmente la Transnistria si trova isolata a causa della chiusura dei propri confini da parte dell’Ucraina, come contromisura per l’evolversi del conflitto nell’Est del Paese e della perdita della Crimea, impedendo l’ausilio logistico alle truppe russe di pacificazione sul Nistru.

L’unica via rimasta sarebbe stata quella dell’utilizzo dei voli di linea dell’aeroporto di Chișinău ma le autorità moldave più volte hanno impedito l’ingresso nel Paese agli ufficiali della Federazione Russa. Come alcuni analisti hanno osservato, data l’improbabilità di un miglioramento delle relazioni tra Russia e le autorità ucraine e moldave, Mosca potrebbe ricorrere ad un ponte aereo che, sebbene molto rischioso, consentirebbe di avere un casus belli in caso di abbattimento di un suo veivolo e di intervenire direttamente per creare un corridoio nella Novorossija. Poco probabile è invece, dato il precedente rappresentato della guerra in Georgia, lo scenario di un eventuale intervento ucraino in Transnistria, paventato da alcuni in seguito all’ammassamento delle forze di Kiev nella città di Balta, al confine con Tiraspol.

Il futuro della Transnistria sembra quindi essere segnato da un persistente e perenne isolamento attraverso il quale si continua a rimandare la soluzione politica del conflitto ma che, tuttavia, deve fare i conti con il crescere del malcontento tra la popolazione, anche quella della riva destra del Nistru, penalizzata da anni di crisi economica e di malgoverno. Il verificarsi di quest’ultimo scenario, infatti, potrebbe comportare l’uscita dall’attuale situazione di stallo e il sopravvento di uno degli attori implicati nel conflitto.

NOTE:

Stefan Caliman è collaboratore del programma «Eurasia» dell'IsAG.

1. Memoriu cu privire la necesitatea creării Republicii Autonome Sovietice Socialiste Moldoveneşti (RASSM), in “Cugetul. Revista de istorie şi ştiinţe umaniste”, Chişinău, 1992, nr. 5-6, pp. 55-58.


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