Brexit: rilancio o declino dell’Europa? Brexit: rilancio o declino dell’Europa?
Nei giorni scorsi l’attuale Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, attraverso un singolare tweet, ha coinvolto direttamente William Shakespeare per mettere alle corde il... Brexit: rilancio o declino dell’Europa?

Nei giorni scorsi l’attuale Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, attraverso un singolare tweet, ha coinvolto direttamente William Shakespeare per mettere alle corde il Premier britannico David Cameron in merito alla possibilità dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. “To be, or not to be together, that is the question” è stata la citazione presa a prestito dal capo del Consiglio europeo per sottolineare la necessità di trovare quanto prima un accordo per evitare la temuta possibilità che Londra prenda una direzione politica (e non solo) diversa rispetto a Bruxelles. Come noto, il termine Brexit è usato da alcuni anni come abbreviazione di “Britain Exit” e indica l’idea di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, lasciando scenari incerti su entrambi i fronti.

Per molto tempo questa possibilità è stata discussa dalle forze politiche inglesi, ma è diventata particolarmente attuale a seguito delle ultime elezioni politiche che hanno visto un netto aumento di consensi per il partito degli euro-scettici, lo UKIP. Temi attuali come il terrorismo o l’immigrazione, che l’opinione pubblica inglese ritiene l’Europa incapace di gestire, ha indotto il Primo Ministro David Cameron ad annunciare di voler dare direttamente ai cittadini la possibilità di pronunciarsi sul destino delle relazioni con l’Unione, attraverso un referendum, previsto al più tardi nel 2017. Non si tratterà solo di una mera consultazione sul tema: la scelta dei cittadini verrà completamente rispettata dal governo, secondo quando ribadito recentemente da Cameron, nonostante la sua posizione personale, nettamente contraria all’uscita.

Il Brexit potrebbe incoraggiare i movimenti secessionisti in Gran Bretagna, dimostrando che il frazionamento è una tendenza storica da assecondare.

Per il momento i sondaggi indicano una grande divisione nel Paese, rendendo impossibile una previsione sul risultato ma, a seguito della bozza di accordo messa a punto nelle ultime ore dalle due parti, i sondaggi potrebbero rafforzare la posizione a favore della partecipazione al progetto europeo. In caso di vittoria del partito del “no Europa” gli scenari che si aprirebbero appaiono molto incerti. L’evento, nuovo nella storia dell’Unione, rende difficile poter ipotizzare quelli che saranno gli effetti per le varie parti in causa. Lecito è pensare che le conseguenze di una possibile uscita dall’UE per la Gran Bretagna di fatto non siano ancora totalmente prevedibili.

Molti analisti hanno cercato di dare risposte a questo quesito, ma i risultati sono a tutt’oggi assai contrastanti. Sicuramente per il Paese si tratterebbe di riappropriarsi totalmente della sua “sovranità” (intesa in senso classico) e di poter decidere nuovamente in piena autonomia in relazione a tutte le tematiche che riguardano la nazione. Il Regno Unito non sarebbe più sottoposto ai trattati e alla normativa europea e non farebbe più parte di organismi comunitari; ma e’ necessario comunque ricordare che le varie clausole di opt-out che sono state concesse alla Gran Bretagna, compresa quella che le permette di non dotarsi dell’euro come moneta, già la mettono in una posizione di maggiore autonomia decisionale tra i Paesi dell’Unione.

Se la riacquisizione della totale sovranità può sembrare positiva, per il Regno Unito può essere anche considerata come una vera e propria sfida, in primis da un punto di vista strettamente tecnico. Infatti, si presenterebbe la necessità di riformulare l’impianto normativo nazionale visto che le norme e i trattati europei non sarebbero più applicati. Oltre a questo, il Paese dovrebbe ripensare a come formulare i rapporti commerciali e non, sia con i paesi membri sia con gli Stati al di fuori dell’Unione senza perdere i vantaggi acquisiti in questi anni.

Tuttavia non possiamo negare che un impatto decisivo sarà esercitato dal quadro internazionale attuale, sicuramente modificato rispetto al passato e agli anni dell’inizio del processo di integrazione europea. La fine della Guerra Fredda e un mondo sempre più globalizzato rendono di molto inferiore il peso che ciascuno Stato europeo singolarmente esercita sul piano internazionale, tenendo anche conto della loro grandezza geografica in rapporto a potenze come gli USA, la Russia o la Cina. È dunque poco realistico pensare che la Gran Bretagna, singolarmente, possa continuare ad esercitare un ruolo chiave sul piano internazionale al di fuori del contesto europeo, sia da un punto di vista economico sia da uno politico.

Infine, dobbiamo anche calcolare un possibile effetto interno che la “scissione” provocherebbe. I movimenti secessionisti inglesi potrebbero interpretare la fuoriuscita dall’Unione come un ulteriore segno della crescita del fenomeno di regionalizzazione e ciò rappresenterebbe per essi una conferma, nonché uno stimolo, per incrementare l’azione volta a raggiungere l’indipendenza da quello Stato nazionale che sentono così distante.

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione sicuramente sarebbe un evento del tutto nuovo nella storia dell’ “Europa unita”, che verrebbe così privata di uno dei Paesi membri più forti. Dunque, benché sia effettivamente difficile poter prevedere gli effetti, possiamo comunque pensare che essi ci saranno e non saranno poco rilevanti.

Da un punto di vista economico, le conseguenze maggiori si avvertirebbero a livello commerciale e soprattutto finanziario, visto che l’Unione Europea perderebbe uno dei suoi maggiori contribuenti e vedrebbe così una contrazione significativa delle entrate. Non ci sarebbero invece conseguenze facilmente valutabili per ciò che riguarda l’Unione Monetaria, perché se è vero che il Regno Unito non ne fa parte, è altrettanto vero che non possiamo escludere variazioni di valore dell’euro.

Dal punto di vista politico, è innegabile che l’uscita della Gran Bretagna avrebbe due fondamentali effetti. Da un lato renderebbe ancora più difficile pensare alla realizzazione di una vera e propria unione politica tra i Paesi europei. È plausibile pensare che l’effetto sarebbe un arresto del processo di integrazione, già attualmente difficile. Dall’altro lato, trattandosi di una delle nazioni europee più forti, non solo per storia e tradizione, al suo abbandono equivarrebbe sicuramente una diminuzione del potere che l’Unione esercita nelle sue relazioni estere, sia in ambito economico sia in ambito politico. Dunque l’UE sarebbe messa in una posizione sicuramente inferiore a quella attuale, ad esempio nel contesto di trattative e decisioni in ambito internazionale.

L’UE è propensa ad abbandonare il principio dell’integrazione sempre più stretta, e l’esempio di Cameron mostra ai dirigenti nazionali che non è più tabù lottare in Europa per i propri interessi particolari.

Oltre a tutto ciò, non dobbiamo dimenticare che l’uscita della Gran Bretagna costituirebbe un precedente nella storia dell’integrazione europea nonché un esempio futuro per altri Paesi che volessero intraprendere la stessa strada. Se i risultati di questa manovra fossero positivi per la singola nazione, questi potrebbero in futuro spingere altri Stati a scegliere la medesima opzione. Indipendentemente dagli effetti prodotti, Brexit sarebbe certamente il fallimento del progetto europeo con l’aggravante di essere frutto di una decisione popolare, dimostrando di fatto l’incapacità della costruzione di un vero sentimento di appartenenza europea tra le popolazioni. Elemento questo che da sempre è stato considerato la base portante per una vera Unione. Un vero terremoto geopolitico che l’Europa oggi difficilmente potrebbe reggere.

In conclusione la bozza di accordo che verrà sottoposta nel prossimo Consiglio del 18 e 19 febbraio disegna uno schema nuovo di Europa, con un nucleo centrale che condivide l’Euro, circondato da Paesi con cui spartirsi il mercato unico, abbandonando il principio sacro dell’unione sempre più stretta. Risultati, comunque la si veda, già positivi per il leader conservatore inglese. Un parziale successo che potrebbe quindi convincere gli euroscettici britannici a non addentrarsi in rischi incalcolabili per il proprio Paese e che altresì potrebbe far capire agli altri leaders europei che portare gli interessi del proprio territorio in sede europea non è più un tabù.

NOTE:

Giangiacomo Calovini, dottore in Scienze Politiche (Università di Parma), attualmente segue un Master in management politico alla LUISS di Roma.
Gaia Morosi, dottoressa in Scienze Politiche, è laureanda in Relazioni Internazionali (Università di Forlì).


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