Perché Trump? Perché ora? Perché Trump? Perché ora?
Di seguito offriamo la traduzione in italiano dell’articolo finale di un’inchiesta sul fenomeno Donald Trump, in cui RealClearPolitics ha analizzato una crescente divisione in... Perché Trump? Perché ora?

Di seguito offriamo la traduzione in italiano dell’articolo finale di un’inchiesta sul fenomeno Donald Trump, in cui RealClearPolitics ha analizzato una crescente divisione in America e il perché il frontrunner del Partito Repubblicano è sostenuto da coloro che sentono di non aver voce.

 

Avendo guardato alla reale base di consensi di Trump e alle sue prospettive generali di elezione, mi chiedo: “Perché Trump? Perché ora?”. La risposta è un po’ astratta; per spiegare cosa penso che stia accadendo, sono necessarie molte considerazioni, ma prometto che alla fine giungerò a una conclusione.

C’è un importante, ma spesso ignorata, frattura che attraversa tutta la moderna storia occidentale (forse è presente anche altrove; non sono abbastanza esperto per dirlo) – una divisione tra ciò che potremmo chiamare cosmopolitismo culturale e tradizionalismo culturale (il termine più usato è modernismo vs. anti-modernismo). La si può notare negli studi dell’Inghilterra degli Stuart e dei primi Hannover, dove le discussioni sulle cosiddette dispute Court Party/Country Party sono centrali. È possibile vederla in varie insurrezioni populiste durante la storia americana. È ben evidente nei lavori dei critici culturali americani, soprattutto dello scomparso Christopher Lasch (il quale è giunto a conclusioni così importanti da rendere ancora più tragiche le cose cruciali su cui era in errore).

Questa divisione è tipicamente stretta all’interno dei contrasti fra bianchi e non-bianchi, ricchi e poveri, religiosi e laici – contrasti che ricevono molta attenzione – ma ha raggiunto un punto in cui è necessario che sia separata intellettualmente da queste; infatti, la maggior parte di queste spaccature sono, per molti versi, derivazioni della divisione tra cosmopoliti e tradizionalisti. In altre parole, ci sono molti Americani poveri che tuttavia si considerano culturalmente democratici, mentre ci sono molte persone benestanti che spendono la maggior parte del loro tempo alzando gli occhi al cielo per i commenti dell’élite delle loro controparti.

È difficile descrivere la divisione in modo preciso. Sebbene io al giorno d’oggi probabilmente appartenga di più al campo cosmopolita, soprattutto in relazione alla politica, posso pensare a numerosi episodi vissuti durante i miei giorni da studente a Yale, che oggi avremmo potuto definire “micro aggressioni”, che racchiudono queste differenze. Alcune sono piccole e innocenti (“Hai già l’elettricità e/o vai ancora a cavallo in Oklahoma?”). Alcune sono stranamente rivelatrici (l’amico del primo anno di università proveniente da Andover, Massachusetts, il quale, appena ha scoperto che avevo dimenticato il compleanno di mio padre, non riusciva a capire perché ero fuori di me e mi ha assicurato che papà avrebbe capito “perché c’erano gli esami finali”). E alcune sono grottesche (l’assistente del professore che, venuto a sapere che mio padre aveva combattuto in Vietnam, chiese immediatamente se aveva incubi per le orribili cose che doveva aver fatto).

Ma è sufficiente dire che in America c’è semplicemente una differenza circa l’importanza di famiglia, religione, successi, progressi intellettuali, diversità (almeno all’interno delle categorie ritenute importanti dalle élites), patriottismo e nazionalismo. Questo non vuol dire che i cosmopoliti culturali non diano valore alla famiglia o odino il proprio Paese – anche se appare così ad alcuni tradizionalisti culturali – né si può dire che i tradizionalisti non pongano l’accento sul progresso o sul successo intellettuale – benché ad alcuni cosmopoliti sembri così – ma piuttosto c’è da dire che spesso esprimono e danno la priorità a queste cose in maniera differente. Non sono del tutto certo del perché ciò è stato catapultato in prima fila nella politica americana negli ultimi decenni. Una possibilità arriva da questo incredibile, lungo articolo di SlateStarCodex, che rimane una delle cose migliori che io abbia mai letto sul web, un periodo che citerò per intero:

«Ci sono alcune teorie sulla materia oscura secondo cui essa interagisce appena con il resto del mondo, così che noi potremmo avere un pianeta di materia oscura esattamente coincidente con la Terra senza mai saperlo. Forse persone di materia oscura stanno camminando intorno a noi e attraverso di noi, forse casa mia è nella Times Square di una grande città di materia oscura, forse a pochi metri da me un blogger di materia oscura sta scrivendo sul suo computer anch’esso di materia oscura riguardo a quanto sarebbe strano se ci fosse una persona di materia di luce che non può vedere proprio accanto a lui.

Questo è all’incirca quello che provo riguardo ai conservatori.

Non intendo quel tipo di conservatori fatti di materia chiara che vanno in giro a lamentarsi del Governo e che votano occasionalmente per Romney. Loro li vedo tutti i giorni. Quello che intendo è: bene, prendiamo i creazionisti.

Secondo i sondaggi di Gallup, circa il 46% degli Americani sono creazionisti. Non solo nel senso che credono in un’evoluzione guidata da Dio. Intendo che pensano che l’evoluzione sia una vile bugia ateista e che Dio abbia creato gli esseri umani esattamente come sono attualmente. Questa è la metà del Paese.

E io non ho nemmeno uno di questi individui nella mia rete sociale. Non è che io li eviti deliberatamente; sono uno di quelli che crede, al livello politico, nel “vivi e lascia vivere”, non ostracizzerei qualcuno solo per alcune strane convinzioni. E ancora, anche se probabilmente conosco circa centocinquanta persone, sono convinto che nessuno di essi sia creazionista. Le probabilità che sia un caso? 1/2150 = 1/1045 = approssimativamente la possibilità di catturare un particolare atomo se si sta cercando a caso tra tutti gli atomi della Terra.

Circa il quaranta percento degli Americani vuole proibire il matrimonio gay. Io penso che se mi sforzo davvero, forse dieci tra i miei centocinquanta amici più cari potrebbero trovarsi in questo gruppo. Ciò è astronomicamente meno improbabile; le possibilità sono solo una su cento quintilioni contro… Vivo in un distretto congressuale repubblicano, in uno Stato con un governatore repubblicano. I conservatori ci sono sicuramente. Guidano sulle stesse strade sulle quali guido io, vivono negli stessi quartieri. Ma loro potrebbero benissimo essere fatti di materia oscura. Non li incontro mai».

Per certi aspetti è una questione di auto-segregazione; se vuoi formare una famiglia devota alla religione, non ti trasferisci a Charlottesville, Virginia, mentre se tu stai cercando di avere una famiglia di liberi pensatori, Danville, Virginia, è probabilmente agli ultimi posti della tua classifica delle zone dove andare. Si possono prendere in considerazione una serie di cause interrelate: disuguaglianze di reddito, comunità chiuse, la crescita delle coppie Dual Income-No Kids nelle città, ma tutte queste cause indicano una situazione in cui la fazione repubblicana e quella democratica (e la piccola ma crescente fazione grigia) raramente interagiscono.

Penso che il risultato di ciò sia che nessuno dei due gruppi sia in grado di vedere l’America come effettivamente è, ed entrambi gli schieramenti credono di essere più forti di quanto siano in realtà. I tradizionalisti culturali non conoscono molti sostenitori dei matrimoni gay (e tanto meno chi fa riferimento a “Caitlin Jenner”), sono sconcertati per come sia diventata la legge dello Stato, e sono convinti che debba necessariamente essere il risultato di alcune enormi azioni illegali. Il loro è un mondo capovolto.

I cosmopoliti culturali, dall’altro lato, dimenticano tutto ciò che hanno imparato nei college riguardo la desiderabilità sociale quando vedono i sondaggi oscillare rapidamente nella loro direzione (con alcune eccezioni notevoli), erroneamente vedono le loro vittorie come sostanzialmente totali (le persone online sono sempre sorprese quando sottolineo che quasi la maggioranza degli Americani si considerano Creazionisti della Terra Giovane), sono convinti che le loro discussioni sulla diversità agli Oscar o i diritti dei transgender risuonino nella coscienza di quasi tutti gli Americani, e hanno recentemente iniziato a espellere un crescente numero di opinioni contrarie fuori dai limiti di ciò che è considerato un discorso accettabile, di nuovo senza una completa comprensione di quante siano le persone che stanno riducendo al silenzio. Infatti, penso che molti cosmopoliti culturali e, di nuovo, mi inserisco ampiamente in questa categoria, non riconoscono queste convinzioni per le affermazioni puramente ideologiche che esse rappresentano (evoluzione a parte). I cosmopoliti culturali hanno un vantaggio nel fatto che occupano le posizioni di comando della cultura americana, ma la democratizzazione del cyberspazio e la libertà che deriva dall’esistenza di 2.000 canali televisivi hanno indebolito la loro influenza e probabilmente hanno solo infiammato di più le tensioni tra i due gruppi.

Dove ciò diventa rilevante – in effetti, penso sia cruciale – è che la leadership del Partito Repubblicano e del vecchio movimento conservatore è, essa stessa, culturalmente cosmopolita. Dubito che molti consulenti di punta dei repubblicani interagiscano con molti Creazionisti della Terra Giovane a intervalli regolari. Molti hanno festeggiato silenziosamente la decisione della Corte Suprema sul matrimonio gay. La maggior parte di essi vive in megalopoli democratiche, provengono soprattutto da famiglie del ceto medio e hanno frequentato istituzioni elitarie, e una gran parte di essi alza gli occhi al cielo per i diversi eccessi culturali della “base”. C’è, in altre parole, una divisione court/country tra i repubblicani.

Questa divisione è stata aggravata dal crollo della coalizione clintoniana e dalla rapida trasformazione del Partito Democratico in un’aggressiva istituzione culturalmente cosmopolita (basti pensare a Bill Clinton, Al Gore, John Kerry fino ad arrivare a Barack Obama). Questo cambiamento ha spinto fuori molti dei Jacksoniani che avevano costituito la spina dorsale del partito per 150 anni, creando un afflusso di elettori appartenenti al ceto medio-basso e alla classe operaia che, a loro volta, hanno gonfiato le schiere dei tradizionalisti culturali tra i repubblicani.

Siamo rimasti in una strana situazione nella quale la leadership di nessun partito è particolarmente in sintonia con la più importante spaccatura nella vita americana. I democratici sono apertamente sospettosi, se non ostili, nei confronti di questi elettori, mentre i repubblicani al massimo si tappano il naso sulle questioni culturali qualora ne traggano benefici (ma si batterebbero fino all’ultimo per gli impopolari tagli alle tasse per gli Americani facoltosi).
Dunque i repubblicani offrono candidati che appartengono all’America cosmopolita, che usano discorsi scritti da speechwriters provenienti dall’America cosmopolita, che hanno immagini create da consulenti dell’America cosmopolita, che sviluppano le loro posizioni sulle varie questioni in uffici situati nell’America cosmopolita. Poi si chiedono perché la base non è entusiasta. Si può dire ciò che si vuole su George W. Bush, ma la gran parte del suo successo è dovuta al fatto che non parlava come il vostro cittadino medio di Washington. Lui è stato continuamente schernito dalla stampa e il suo stesso partito derideva i suoi strafalcioni, ma ha coinvolto una classe di elettori che i repubblicani potrebbero sicuramente usare in questi giorni, in un modo che Willard Mitt Romney non avrebbe potuto mai nemmeno sperare di fare (e senza ricorrere alla demagogia di Trump).

E questo ci porta a Trump. Se c’è qualcosa di positivo che posso dire su Trump è questo: lui capisce in pieno questa spaccatura cosmopoliti/tradizionalisti, ed è l’unico candidato che appoggia pienamente i tradizionalisti. Non è un fondamentalista, ma comprende pienamente il “perché non possiamo più dire solo Buon Natale nei supermercati?”. È un miliardario, ma coglie la rabbia nei confronti dei donatori facoltosi che molti vedono come coloro che manipolano il sistema politico. Non c’è dubbio che nei suoi alberghi abbiano assunto lavoratori irregolari, ma capisce la rabbia verso quella che molti considerano una folle reticenza di questo Paese a “controllare i suoi confini”, così come verso la riluttanza di molti nella leadership repubblicana nel prendere forti, inequivocabili posizioni su questi temi (soprattutto a causa del loro personale disagio verso queste posizioni).

Come hanno risposto inizialmente i repubblicani e la classe politica a Trump? Lo hanno preso in giro per come parlava. Tutti poi sono stati sorpresi quando le persone, i cui modi di parlare sono tra i soli a poter essere ancora derisi socialmente, hanno risposto apprezzando Trump ancora di più (in effetti penso che l’accento di Trump sia uno dei suoi più grandi vantaggi). Prendere in giro i suoi capelli? Pensateci la prossima volta che prendete in giro qualcuno con quella pettinatura. Esprimere sdegno per le sue affermazioni politicamente scorrette? Penso che Kevin Drum abbia in parte capito la questione, nel suo come al solito ponderato saggio, quando discute l’impatto che la correttezza politica ha sulle persone che sentono di non aver voce in capitolo perché non sanno come esprimersi. Ma anche questo riflette la convinzione interiorizzata dello stesso Drum che il modo di parlare politicamente corretto è il giusto modo di esprimersi, mentre la risposta degli Americani non cosmopoliti è più viscerale: “Perché non possiamo chiamarli immigrati illegali? Chi lo dice?”. E Trump è l’unico candidato che lo grida esplicitamente.

Prendiamo il discorso con cui Trump ha annunciato la sua candidatura. David Byler ed io non avevamo idea su cosa stavamo mettendo le mani, quando Byler ha analizzato il testo del discorso di Trump e ha scoperto che il suo annuncio era l’unico tra quelli dei quindici candidati che sembrava diverso. Noi (e altri) abbiamo preso questo come un segno dell’eccentricità di Trump e il motivo per cui non sarebbe durato. Ma chiaramente eravamo fuori strada. A dire il vero è stato uno dei più importanti punti di rilievo della campagna, e ha molto a che fare con il perché Trump abbia avuto successo.

Possiamo scorrere la lista degli eventi nella campagna di Trump partendo da quel momento. L’America cosmopolita vede un forte interesse morale – apertamente ideologico – nell’accettare i rifugiati siriani. L’America tradizionalista pensa che dopo Parigi, una cosa del genere sia folle. Quale candidato non ha paura di dire chiaramente tutto ciò, senza sentire il bisogno di offrire chiarimenti? L’America tradizionalista ritiene che la nazione che ha mandato un uomo sulla Luna possa “controllare i suoi confini”; l’America cosmopolita al massimo offre belle parole rispetto alla necessità di farlo. Di nuovo, quanti dei candidati repubblicani sopravvissuti si schiera completamente con i tradizionalisti? L’America tradizionalista vuole “dare fuoco alle polveri” contro l’ISIS/Daesh, e Trump continua con le invettive alla Blutarsky contro di esso. Trump non contempla sfumature su queste questioni, ma i candidati repubblicani cosmopoliti sentono il bisogno di farlo. (Suggerisci un aumento delle tasse per i benestanti, tuttavia, e tutte le sfumature spariranno).

Tutto ciò è un modo molto lungo per dire che Trump è il prodotto dell’establishment repubblicano, che è apertamente a disagio con alcuni dei suoi stessi elettori e che cerca soprattutto di “gestirli”. Questo è un gruppo che ha guardato alle rivolte del Tea Party nella scorsa decade, ha guardato all’ampio spettro di candidati repubblicani (molti dei quali avevano almeno dei collegamenti con le rivolte “di successo” del Tea Party) e hanno deciso che nessuno di questi candidati era abbastanza valido.

È una situazione pericolosa (i democratici hanno anche loro problemi simili, ma quello è un altro articolo). I candidati del bizzarro terzo partito hanno una lunga e gloriosa storia in America. I nostri partiti hanno generalmente risposto a un terzo partito, includendo e moderando i candidati outsider, siano essi Ross Perot, George Wallace, Bob LaFollette, o anche Millard Fillmore (nell’elezione del 1856). L’unica eccezione nella storia americana è il periodo post-guerra civile, quando l’incapacità e la riluttanza delle élites di partito ad affrontare il debito e la deflazione hanno portato a una serie di insurrezioni populiste, culminate nella nomination di William Jennings Bryan, che ha semplicemente distrutto e ricostruito il Partito Democratico con un discorso.

Vediamo emergere una situazione simile oggi in Europa, dove le élites di partito, che affermano di saperla più lunga dei loro elettori, ignorano la loro base su questioni come “il progetto europeo”, l’immigrazione, l’austerità, e molti altri temi. Andando avanti in questa direzione ci sono Syriza, Viktor Orbán e Marine Le Pen.

Qui, quel percorso conduce a qualcuno come Trump. E se i partiti non ricordano chi sono chiamati a servire, prima o poi quella è la direzione nella quale andremo a finire.

(Traduzione dall’inglese di Francesca Giannerini)

NOTE:

Sean Trende è senior election analyst per RealClearPolitics. È co-autore di Almanac of American Politics (2014) e autore di The Lost Majority.

FONTE:

Why Trump? Why Now?


No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
2 + 24 =