Sicurezza alimentare: transizione verso una “<i>green agricolture</i>” Sicurezza alimentare: transizione verso una “<i>green agricolture</i>”
Nutrire una popolazione mondiale in espansione e occuparsi con maggiore urgenza di quasi un miliardo di persone registrate come denutrite e che affrontano in... Sicurezza alimentare: transizione verso una “<i>green agricolture</i>”

Nutrire una popolazione mondiale in espansione e occuparsi con maggiore urgenza di quasi un miliardo di persone registrate come denutrite e che affrontano in modo diretto le conseguenze del cambiamento climatico in corso, necessita di una transizione guidata e lontana dal “business as usual” (BAU).

Sia i sistemi agricoli tradizionali che quelli convenzionali, in differenti modi ed in vari gradi, riducono il capitale naturale e producono una significativa quantità di emissioni di gas serra e di altri inquinanti. Il modello business ad usual è incentrato su una produzione sempre maggiore, raggiunta a qualsiasi costo e, in particolare, a qualsiasi costo ambientale: tanto maggiore è la crescita economica, tanto maggiore sarà la quantità di rifiuti prodotti. Tale modello ha funzionato fino a quando le società avevano strutture agricole o pre-industriali, con densità di popolazione e produzioni basse e diffuse; la cultura prevalente, soprattutto nelle aree agricole, era di riutilizzo e riciclo delle risorse materiali, i rifiuti residuali erano recepiti e smaltiti nel ciclo naturale di autodepurazione ed esisteva un sostanziale equilibrio tra uomo, produzione, consumi e ambiente.

L’economia ambientale, ad oggi, richiede un nuovo paradigma. Oltre che sui parametri classici, è basata anche sul “capitale naturale”, ossia sull’insieme costituito dai sistemi naturali (mari, fiumi, laghi, foreste, flora, fauna, territorio), dai “prodotti” (agricoli, della pesca, della caccia, ecc.) e dal patrimonio artistico-culturale presente nel territorio. Riforme ed investimenti volti al raggiungimento di una greening agriculture potrebbero offrire opportunità per diversificare le economie e ridurre la povertà attraverso un incremento dei raccolti e dei rendimenti e la creazione di nuovi e più produttivi green jobs. Tale transizione, in seconda istanza, potrebbe garantire la sicurezza alimentare su base sostenibile e ridurre significativamente i costi ambientali ed economici connessi ai processi industriali utilizzati oggi nel mondo agricolo.

Agricoltura sostenibile per fronteggiare fame e povertà

L’agricoltura rappresenta un importante settore occupazionale nella maggior parte dei PVS1 ed è una fonte cruciale di reddito per quelli i più poveri. Nonostante il registrato aumento della produttività agricola, nel mondo si contano quasi un miliardo di persone malnutrite. Tra il 2000 ed il 2007, nei PVS, più di un quarto dei bambini (27,8%) di età inferiore ai 5 anni erano denutriti2.

Crescita economica, incremento della popolazione e problemi generati dall’inquinamento portano alla necessità di un nuovo paradigma per l’economia ambientale. La green agriculture può essere un mezzo per favorire una sicurezza alimentare su base sostenibile, riducendo i costi ambientali ed economici.

Più della metà dei nuclei familiari colpiti da insicurezza alimentare sono localizzati nelle aree rurali, spesso in paesi come l’India che al contempo registrano eccedenze alimentari. La transizione verso un agricultural paradigm deve contribuire a fronteggiare questa sfida. In media il contributo dell’agricoltura nell’aumentare il reddito dei più poveri è circa 2,5 volte più alto di quello dei settori non agricoli dei PVS. Nonostante il potenziale contributo che l’agricoltura potrebbe dare per ridurre la povertà, si rileva che nella maggior parte dei paesi i settori rurali non hanno ricevuto gli investimenti pubblici necessari per sostenere lo sviluppo del settore agricolo; ciò, come conseguenza della polarizzazione urbana portata avanti dalla maggior parte delle politiche governative nazionali. La spesa pubblica per l’agricoltura nei PVS è scesa da un 11% nel 1980 ad un 5,5% nel 20053. È necessario sottolineare che gli investimenti e le riforme politiche volte alla greening agriculture potrebbero offrire diversificazioni nelle economie, ridurre la povertà, attraverso l’implementazione di nuovi e più produttivi green jobs e, soprattutto, ridurre i costi economici ed ambientali associati alle pratiche agricole non sostenibili.

Il degrado ambientale e la povertà sono due fenomeni che possono essere affrontati contemporaneamente applicando pratiche di agricoltura sostenibile. Ci sono circa 2,6 miliardi di persone che dipendono dall’agricoltura di sussistenza; la maggior parte si trovano al di sotto della poverty line vivendo in piccole fattorie ed in aree rurali con meno di un dollaro al giorno.

Aumentare attraverso un miglioramento dei servizi eco-sistemici le rese agricole ed i rendimenti del lavoro da cui i più poveri dipendono direttamente per il cibo e la sopravvivenza, sarà la chiave per il raggiungimento di questi obiettivi. A titolo di esempio, le stime suggeriscono che per ogni aumento del rendimento agricolo pari al 10% corrisponde una riduzione del 7% di povertà in Africa, e poco più del 5% in Asia.

Sostenibilità e politiche necessarie

La green agriculture richiede misure adeguate e sforzi a livello nazionale ed internazionale. Riforme necessarie, riguardano la protezione tariffaria ed il regime di sussidi, relativi alla produzione e all’esportazione di prodotti agricoli. Tale discriminazione commerciale tra PVS e PS porta ad una riduzione artificiale del costo di alcuni fattori di produzione agricoli e, di conseguenza, ad un loro massiccio ed inefficiente utilizzo. Ad oggi, le politiche commerciali multilaterali, a livello globale, sono focalizzate principalmente nella graduale riduzione e rimozione delle barriere doganali nazionali. Quindi, mentre tali politiche vorrebbero facilitare il mercato, molti PVS sono preoccupati della loro posizione a livello internazionale, in quanto non possono godere dei benefici che conseguono a queste politiche. Tali preoccupazioni sono fondate in quanto la maggior parte dei sussidi domestici o altri programmi di finanziamento e supporto dei produttori sono collocati nei PS. Queste misure, quindi, effettivamente distorcono e diminuiscono ogni vantaggio competitivo che i PVS potrebbero avere; in più, i sussidi vanno a diminuire il prezzo internazionale del prodotto, annullando il profitto derivabile dalla produzione, soprattutto per i piccoli-medi produttori.

Per tali ragioni, questa combinazione di diritto del commercio internazionale e di sussidi nazionali può impedire lo sviluppo del commercio agricolo. L’obiettivo è quindi quello di riformare le politiche sulle sovvenzioni al fine di liberalizzare il mercato di prodotti e servizi environmentally-friendly per permettere ai PVS di proteggere determinati prodotti agricoli nazionali dalla competizione internazionale, quando questi sono particolarmente importanti per garantire sicurezza alimentare. Inoltre, si dovrebbero promuovere misure volte a ricompensare gli agricoltori per un utilizzo di input e pratiche environmentally-friendly o anche per la creazione di esternalità positive. Di conseguenza, i sussidi governativi dovrebbero sempre di più slegarsi dalla produzione delle colture ed essere reindirizzati ad incoraggiare gli sforzi e gli investimenti degli agricoltori nell’adozione di pratiche di green agriculture. L’obiettivo, dal punto di vista dei sussidi e del mercato, è quello di liberalizzare il commercio dei prodotti rispettosi dell’ambiente, consentendo ai PVS di proteggere i prodotti locali dalla concorrenza internazionale. Ciò sarebbe particolarmente importante in quanto garantirebbe la loro sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza rurali.

Un secondo aspetto da analizzare dal punto di vista globale è l’asimmetria cronica presente nel mercato. Per asimmetria di potere si intende il fenomeno secondo cui le imprese leader sono prevalentemente situate nei paesi industrializzati e mantengono un controllo quasi totale sugli standard del sistema alimentare e sui processi regolativi del processo di produzione. In queste condizioni di mercato i produttori primari prendono solo una frazione del prezzo internazionale del bene. Questo è un motivo per cui i benefici relativi all’ingresso dei PVS nel mercato mondiale, in termini di riduzione della povertà e sviluppo rurale, sono stati limitati. Un recente studio4 ha evidenziato come persino in un paese ampiamente ricco di risorse come gli USA, nonostante un rapido aumento del livello dei prezzi di beni alimentari verificatosi a partire dal 2006, il rendimento economico delle piccole-medie fattorie locali è stato inferiore a quello registrato nella decade precedente, in cui i prezzi di mercato erano inferiori. Un sistema di agricoltura sostenibile si deve basare su politiche commerciali in grado di riequilibrare tale asimmetria cronica.

Altra questione cruciale è quella relativa agli standard di sicurezza alimentare. La maggior parte dei processi alimentari nazionali nei PVS sono caratterizzati da livelli di sicurezza alimentare relativamente bassi. Migliorare le capacità di sviluppare ed implementare standard di sicurezza alimentare e sanitaria potrebbe garantire la conformità ai requisiti internazionali e potrebbe aumentare le prospettive delle piccole comunità contadine di accesso al mercato internazionale. Per quanto concerne il livello operativo di tale sistema, vi sono dei limiti. Bisognerebbe armonizzare la grande varietà di standard e protocolli di certificazione circa la sostenibilità, in quanto le frammentate procedure di certificazione attualmente previste impongono alti costi finanziari ai piccoli agricoltori e limitano il loro accesso ai mercati internazionali. Altro limite procedurale è quello relativo all’aspetto finanziario: il costo della certificazione è a carico solo dei produttori sostenibili, mentre coloro che inquinano, i polluter, possono immettere i loro prodotti nel mercato liberamente. L’onere dovrebbe quindi essere spostato all’inquinatore attraverso l’introduzione di protocolli di certificazione e sistemi di etichettatura che mostrino, per esempio, la quantità delle varie sostanze agrochimiche utilizzate nella produzione e nella lavorazione, così come la presenza o meno di OMG nei prodotti.

Per quanto riguarda le politiche nazionali, fondamentale risulta il Green Public Procurement (GPP) – acquisti verdi della Pubblica Amministrazione– che consiste nell’integrazione nelle procedure di acquisto della Pubblica Amministrazione di considerazioni di carattere ambientale al fine di consentire la possibilità di scegliere «quei prodotti e servizi che hanno un minore, oppure un ridotto, effetto sulla salute umana e sull’ambiente rispetto ad altri prodotti e servizi utilizzati allo stesso scopo»5. In particolare, la pratica del Green Public Procurement consiste nella possibilità di inserire criteri di qualificazione ambientale nella domanda che le Pubbliche Amministrazioni esprimono in sede di acquisto di beni e servizi finalizzata, da un lato, a diminuire il loro impatto ambientale, dall’altro, ad esercitare un “effetto traino” sul mercato dei prodotti ecologici. Gli acquisti pubblici, infatti, rappresentano in Italia circa il 17% del PIL e nei paesi dell’UE circa il 14%.

Caso studio: Aquasilvicoltura, un sistema sostenibile a Ca Mau, Vietnam

Nel 1992 quando tutti i paesi del mondo si riunirono per discutere circa l’implementazione di un trattato internazionale sui cambiamenti climatici, la loro preoccupazione principale era la sicurezza alimentare. Era sempre più evidente che il riscaldamento globale stava limitando e bloccando tutti i progressi raggiunti nel settore agricolo, preoccupazione che diventa sempre maggiore se si pensa che la popolazione raggiungerà, entro il 2050, i 9 miliardi. In questo scenario, il settore agricolo deve trasformarsi per essere al tempo stesso produttivo ma anche resiliente all’impatto del cambiamento climatico. La FAO ha sviluppato questo concetto, denominandolo Climate-Smart Agriculture (CSA). Tale approccio ha tre obiettivi:

  1. Aumentare la produzione e i rendimenti agricoli in una via sostenibile;
  2. Costruire la resilienza ai cambiamenti climatici;
  3. Ridurre e rimuovere le emissioni di gas serra.

Il caso studio preso in esame dimostra l’efficacia di pratiche agricole costruite assieme alla conoscenza tradizionale, con l’utilizzo di materiali economici e rinnovabili e praticamente senza input esterni; pratiche sostenibili volte quindi a mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

La provincia di Ca Mau ha la più grande area per silvicolture marine in Vietnam. Nel 2013 la superficie totale era di circa 60.000 ettari. Questo sistema è l’unico nel paese per la produzione biologica e certificata di gamberetti. Il modello di silvicoltura marino è stato introdotto come un sistema ecologico di acquacoltura il cui fine è l’adattamento ai cambiamenti climatici. Una serie di programmi sono stati condotti in quest’area per migliorare tale sistema, come per esempio il “Mangroves and Markets” (le Mangrovie ed i Mercati – MAM) portato avanti da SNV Vietnam6. Questo approccio punta ad aumentare i rendimenti, la riduzione dei costi e ad ottenere un prezzo di mercato del bene più elevato al fine di migliorare la qualità della vita, la sicurezza alimentare e l’adattamento ai cambiamenti climatici per gli agricoltori che vivono in tale distretto.

Ogni azienda del territorio ha tre componenti:

  1. una superficie forestale con ampia presenza di mangrovie;
  2. un’area dedicata all’acquacoltura;
  3. il terreno rimanente per alberi e colture.

Le fattorie sono circondate da un canale ampio circa 6 metri e profondo poco più di uno. Al centro del canale vi è la superficie forestale di mangrovie, al cui interno si diffonde un reticolo di canali più piccoli che la sezionano. Inoltre, la fattoria presenta un grande “water gate” per lo scambio d’acqua che va a formare un reticolo per la raccolta di gamberetti. Non vengono utilizzati nutrimenti chimici, solo piccole quantità di calce o saponina per regolare il PH dell’acqua.

Alcuni casi recenti indirizzati alla sicurezza alimentare a basso impatto ambientale, come quello di Ca Mau in Vietnam, dimostrano come sia possibile migliorare la qualità della vita e la sicurezza alimentare attraverso un’attenta combinazione tra nuovi approcci e pratiche tradizionali.

Tale approccio, dunque, ha una bassissima emissione di carbonio in quanto è basato principalmente sulle condizioni naturali. Per questi motivi tali aziende hanno ricevuto i certificati di “aziende biologiche” e ricevono un aumento del prezzo di circa il 10% rispetto il prezzo ordinario di mercato. Anche se gli agricoltori abbiano diversificato la loro fonte di reddito, diversificando i beni di produzione dall’allevamento di pesci e galline alla coltivazione di alberi da frutta, il loro maggior ricavo rimane quello dato dall’allevamento di gamberetti. Il modello implementato a Ca Mau, rappresenta un sistema agricolo a basso tenore di carbonio, in cui le mangrovie risultano in grado di assorbire alti valori di CO2. Inoltre, i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare sono stabilizzati e migliorati in quanto basati su una diversificazione del reddito.

Conclusioni

L’agricoltura è probabilmente il settore più vulnerabile a causa della sua dipendenza dal clima e dal meteo. È richiesta, quindi, un’attenta pianificazione volta ad aumentare l’adattamento ai cambiamenti climatici, esplorando nuovi approcci per ridurre la povertà nelle regioni rurali. La trasformazione del paradigma odierno di agricoltura è urgente. La necessità di migliorare le prestazioni ambientali è sottolineata dall’accelerato esaurimento delle riserve di petrolio e di gas, dalla continua estrazione di sostanze nutritive dal terreno, dalla crescente scarsità di acqua dolce in molti bacini fluviali, dal sempre maggiore inquinamento dell’acqua dovuto a una mala gestione di nutrienti e da un pesante utilizzo di pesticidi e diserbanti, dall’erosione del suolo, dall’espansione della deforestazione tropicale e dalla generazione di quasi un terzo di emissioni globali di gas annua. La trasformazione verso un’agricoltura sostenibile deve concentrarsi principalmente sul miglioramento della produttività delle piccole aziende agricole, con particolare attenzione a quelle regioni in cui l’aumento della popolazione e l’insicurezza alimentare sono più acute.

NOTE:

1. Paesi in via di sviluppo.
2. World Bank Data, 2010.
3. UN-DESA, Policy Brief 8, 2008.
4. Wise, 2011.
5. U.S. Environmental Protection Agency, 1995.
6. SNV Netherlands Development Organisation, ONG.

Bibliografia e sitografia:

UNEP, 2011, Towards a Green Economy: Pathways to Sustainable Development and Poverty Eradication.
FAO, 2015, Climate-Smart Agriculture: A call for action. Synthesis of the Asia-Pacific Regional Workshop Bangkok, Thailand, 18 to 20 June 2015.
FAO, IFAD and WFP. 2015. The State of Food Insecurity in the World 2015. Meeting the 2015 international hunger targets: taking stock of uneven progress.
FAO, 2007, Organic Agriculture And Food Security, 2007.
Carla Abitale, Roberto Esposti, Agricoltura biologica vs. agricoltura convenzionale, «agriregionieuropa», anno 3, n° 10, Set. 2007.
Materiale didattico del Professore Pasquali Fabio del corso di Economia e Politica dello Sviluppo.


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