Quali prospettive per l’America Latina? Quali prospettive per l’America Latina?
Gli occhi del mondo, che nell’attuale momento storico sono puntati sull’area del Vicino e Medio Oriente, stanno prestando scarsa attenzione alle vicende della regione... Quali prospettive per l’America Latina?

Gli occhi del mondo, che nell’attuale momento storico sono puntati sull’area del Vicino e Medio Oriente, stanno prestando scarsa attenzione alle vicende della regione latinoamericana che, invece, sta attraversando una fase di transizione molto particolare e delicata che, a seconda degli sviluppi, potrebbe incidere in modo notevole sui futuri equilibri globali.

La particolarità e la delicatezza del momento, oltre che dalle criticità economiche in cui si trovano alcuni di quei paesi che hanno agito da protagonisti sullo scacchiere regionale, è data anche dal notevole calo di popolarità registrato negli ultimi tempi dai loro leader i quali, ponendosi a difesa e sostegno dei vari percorsi di unificazione intrapresi dai predecessori, hanno contribuito a fare dell’America Latina un’emergente protagonista sullo scacchiere globale, rompendo con quella tradizione “colonialista” che faceva di essa una costola geopolitica del gigante statunitense.

L’America Latina dopo una decade di crescita economica che ha drasticamente ridotto la povertà, la fame e le diseguaglianze, si trova in una fase recessiva dettata da vari fattori tra i quali il più importante è rappresentato dal crollo dei prezzi delle materie prime.

Tra i paesi che stanno perdendo “quota” vi è senz’altro il Venezuela che, nonostante nel corso degli ultimi venti anni abbia rappresentato uno dei pilastri della Regione, dal febbraio 2014 si trova a dover fronteggiare una situazione economico-politica drammatica determinata da una serie di fattori, endogeni ed esogeni. Mobilitazioni interne, disordini, omicidi mirati, speculazioni e carenza di generi alimentari stanno facendo precipitare il paese nel caos; una condizione che, unitamente alla terribile crisi economica e finanziaria in atto, potrebbe portarlo sul lastrico.

Tale situazione, certamente imputabile a più fattori, affonda le sue radici nel precedente governo di Hugo Chàvez. Se è, infatti, innegabile che il caudillo, intervenendo in modo drastico e rivoluzionario sia sulle questioni interne che su quelle internazionali, abbia dato un volto del tutto nuovo alla Repubblica Bolivariana del Venezuela – con ciò permettendo allo Stato bolivariano di contendersi con il Brasile la leadership regionale – di certo non si può negare che molte questioni cruciali siano rimaste irrisolte. Tra queste, la mancata diversificazione in campo economico che ha lasciato l’economia del paese ancorata agli introiti del petrolio.

Alla criticità della situazione attuale va inoltre sommata la pesante sconfitta elettorale subita dalla compagine chavista PSUV alle elezioni parlamentari dello scorso 6 dicembre 2015, in cui l’opposizione guidata dalla MUD, ottenendo il 65,27% dei consensi, si è aggiudicata il controllo del Parlamento ingessando così l’operato dell’esecutivo rimasto in mano ai chavisti. Tali fattori, oltre a mettere a repentaglio il processo di rivoluzione bolivarina, stanno portando il paese all’interno di una spirale di crisi dalla quale probabilmente non sarà semplice trarsi fuori.

Un altro paese della regione latinoamericana che sta mostrando qualche segno di cedimento è il Brasile di Dilma Roussef che si trova nel mezzo di una bufera economico-politica dettata dagli scandali che hanno interessato a vari livelli sia esponenti di Petrobras, che politici di maggioranza e opposizione, tra cui la stessa Presidente e altri esponenti del suo governo. Dopo anni di crescita galoppante, infatti, il paese si è quasi fermato di colpo intraprendendo una turbolenta discesa verso la recessione che, secondo molti analisti economici, non sarebbe del tutto anomala considerando la sua eccessiva dipendenza dai capitali esteri che ne comporta la potenziale inclinazione a grandi picchi di crescita e a brusche ricadute. Gli analisti, tra cui Paul Krugman, assicurano che la situazione in Brasile è sotto controllo disponendo il paese di ingenti riserve valutarie che coprono l’indebitamento con l’estero e di una moneta – il real – che può essere svalutata o rivalutata con rapidità.

Tuttavia, oltre alla situazione economica, è quella politica a destare maggiori preoccupazioni dal momento che la Roussef viene accusata di aver falsificato il bilancio dello Stato del 2014 al fine di occultare il debito pubblico del paese per influenzare positivamente l’esito delle elezioni. Tale situazione, oltre a far crollare l’indice di gradimento da parte del suo elettorato, ha portato alla richiesta di impeachement da parte dell’opposizione.

Un ulteriore colpo basso agli equilibri regionali potrebbe, infine, essere inferto dall’Argentina, altro grande pilastro a sostegno dell’assetto geopolitico regionale, che nel corso delle recenti elezioni presidenziali dello scorso novembre è stata “espugnata” dal neo Presidente Macri la cui elezione ha archiviato, non solo da un punto di vista formale, ma anche e soprattutto da un punto di vista sostanziale, l’era dei coniugi Kirkner. L’ipotesi di un netto cambio di rotta sarebbe tutt’altro che peregrina se si considera che il nuovo Presidente, in ragione della sua cultura di stampo liberista, potrebbe cambiare radicalmente la politica del paese sancendo la fine del modello economico sociale e la sua sostituzione con quello neoliberista. Scelta, questa, che se posta concretamente in essere impatterebbe inevitabilmente sull’intera regione latinoamericana, generando squilibri geopolitici che potrebbero mettere a rischio l’operato di unità realizzato all’interno delle varie organizzazioni quali MERCOSUR, UNASUR, CELAC e ALBA.

A tal proposito, risultano eloquenti le dichiarazioni rilasciate dal neo Presidente Macri a pochi giorni della sua vittoria elettorale nei confronti del Venezuela, con le quali ha affermato di voler far ricorso alla clausola democratica del MERCOSUR per imprimere delle sanzioni contro il governo di Caracas per violazione dei diritti umani. Dunque, una sorta di tentativo di ribaltamento degli equilibri bloccato, tuttavia, sul nascere dal Presidente ecuadoriano Rafael Correa il quale, dopo avere osservato che la invocata applicazione della cosiddetta clausola democratica del MERCOSUR costituisce «una chiara interferenza negli affari interni del Venezuela» (dal momento che si tratta di una clausola volta a contrastare colpi di Stato e dittature), ha poi concluso sottolineando e rassicurando che «l’elezione di Macri di certo non porrà ostacoli al percorso d’integrazione regionale in atto».

L’Alleanza del Pacifico rientrerebbe nella strategia Pacifico-Asiatica degli Stati Uniti come strumento difensivo di contenimento, in aggiunta a quello offensivo rappresentato dalla Trans Pacific Partnerschip.

Ancorchè le dichiarazioni del Presidente Correa siano risultate un chiaro segnale di difesa di quanto fino ad ora costruito in America Latina in termini di unione ed integrazione, resta il fatto che proprio le criticità interne dei paesi che hanno maggiormente contribuito ad innescare e sviluppare questo processo di unificazione li distraggono, quantomeno in questa delicata fase, dalla gestione e dal completamento del processo medesimo, una distrazione pericolosa che, se protratta, potrebbe, nel breve medio periodo, comportare l’indebolimento o, addirittura, l’arresto di tale processo di integrazione. Un’ipotesi, questa, che potrebbe più facilmente concretizzarsi nel caso di un’eventuale virata di Macri verso l’Alleanza del Pacifico di cui, com’è noto, fanno parte Messico, Colombia, Perù e Cile (che, tuttavia, non godono di ottima salute economica) e che vuole porsi come contrappeso geopolitico ai citati MERCOSUR, UNASUR, CELAC, ALBA, al fine di contenere l’avanzata nel continente dei nuovi grandi attori presenti sullo scacchiere globale: Cina, Russia e India.

Considerata la situazione attuale, se anche queste ipotesi dovessero verificarsi, la Regione risulterebbe oltremodo indebolita e le ripercussioni sulla tenuta dell’assetto regionale e sugli schemi geopolitici non tarderebbero a manifestarsi, con la sicura conseguenza dell’abbandono dei progetti unitari.

NOTE:

Filippo Romeo è Direttore del Programma «Infrastrutture e Sviluppo Territoriale» dell'IsAG.


Nessun commento per il momento

Sii il primo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *