<i>Intra-Syrian Talks 2016</i>: quale futuro attende la Siria? <i>Intra-Syrian Talks 2016</i>: quale futuro attende la Siria?
Nonostante gli sforzi diplomatici dei recenti incontri di Vienna e la successiva roadmap sancita ufficialmente dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 2254 nel... <i>Intra-Syrian Talks 2016</i>: quale futuro attende la Siria?

Nonostante gli sforzi diplomatici dei recenti incontri di Vienna e la successiva roadmap sancita ufficialmente dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 2254 nel dicembre scorso, il nuovo round di negoziati per la pace in Siria, Intra-Syrian Talks, avviato il 1° febbraio scorso a Ginevra, è rapidamente giunto ad un punto di stallo. Una deficitaria fase preliminare alle trattative, l’ancora composito e discusso fronte delle opposizioni nonché l’intensificarsi degli scontri nell’estremo Nord e Sud del paese tra i motivi predominanti della sospensione proclamata da Staffan de Mistura, Inviato Speciale dell’ONU per la Siria, a soli due giorni dall’inizio delle trattative. La ripresa dei colloqui, ipotizzata per il 25 febbraio prossimo, pare realizzabile solo attraverso una serie di incontri laterali, necessari a porre chiarezza su questioni tuttora aperte come il futuro di Assad, la richiesta dell’opposizione di un immediato stop ai bombardamenti russi su Aleppo nonché la gravissima emergenza umanitaria in corso ed il relativo accesso umanitario alle zone d’assedio.

 

Le inefficaci iniziative diplomatiche

Sin dall’inizio della crisi, innumerevoli sono stati i tentativi negoziali esperiti al fine di giungere ad una soluzione politica ed ampiamente condivisa di un conflitto articolato, contestualizzato nel più ampio quadro delle Primavere Arabe.

Tra questi, nel dicembre 2011 vi furono i primi esperimenti regionali attraverso la Lega Araba e la firma di due Peace Plan con il governo Assad. Si intendeva fermare il dispiegamento di forze governative nelle città e l’uccisione di manifestanti, ottenere il rilascio dei prigionieri politici e chiedere al Presidente sciita di dimettersi per facilitare un dialogo tra il suo vice Faruq al-Sharaa e i dissidenti. Nessuna di tali condizioni venne di fatto rispettata.

Ad un anno dai tumulti di Dara’a, l’Annan Plan1 sancì un nuovo fallimento diplomatico, questa volta internazionale. Il piano, articolato in sei punti, prevedeva un immediato cessate il fuoco richiesto ad entrambe le parti in conflitto2, di fatto equiparandole. Fu previsto anche l’inizio di un processo politico a guida siriana, dal quale non sarebbe stato escluso il Presidente Assad. Damasco si disse pronta a collaborare esclusivamente nella misura in cui le forze rivoluzionarie avessero fatto lo stesso. Il fallimento del piano giunse poco dopo col massacro di Houla nel maggio 2012.

L’inasprirsi della crisi e la dimensione ormai regionale del problema portò l’Action Group for Syria3 nel giugno 2012 al noto Final Communiqué – Ginevra I, nel quale venne ribadita la necessità di una tregua immediata e l’implementazione dell’Annan Plan, enunciando anche una serie di principi e linee guida per una transizione politica a guida siriana che avrebbe inglobato gli Assad. Né il governo siriano né le forze d’opposizione furono però rappresentate al consesso. Ad un mese da ciò giunsero le dimissioni di Annan, visti gli esigui progressi compiuti e la divisione, tutt’ora persistente, in seno al Consiglio di Sicurezza, definita già dallo stesso Annan un “netto ostacolo alla diplomazia”: da una parte Stati Uniti, Francia e Regno Unito, sostenitori delle forze moderate d’opposizione, più inclini ad una transizione siriana senza Assad; dall’altra, Cina e Russia a sostegno invece delle forze governative.

Il successore, l’algerino Lakhdar Brahimi, fu alla guida nel gennaio 2014 della Conferenza di Pace Ginevra II, voluta da Stati Uniti e Russia. Rispetto a Ginevra I, vi fu questa volta la partecipazione delle forze del regime e quelle del controverso scenario anti-Assad, rappresentato dalla Syrian National Coalition, nonché i loro rispettivi supporter internazionali4. L’intento era giungere all’effettiva implementazione del Final Communiqué, nonché discutere di lotta al terrorismo, di ingerenze esterne nel paese e della creazione di nuovi corridoi umanitari. Il risultato fu un’ulteriore nulla di fatto.

I recenti sviluppi

A partire dal luglio 2014 fu il diplomatico italo-svedese Staffan de Mistura ad assumere l’arduo compito di rilanciare l’ormai stagnante processo politico di risoluzione alla crisi. Considerato il Final Communiqué ancora l’unica roadmap plausibile, de Mistura avviò una serie di consultazioni bilaterali – Geneva Consultations, con attori nazionali e regionali coinvolti nella crisi5, nell’intento di giungere presto a nuovi negoziati e possibili freeze zones, secondo il gergo dell’Inviato Speciale.

Diversi incontri diplomatici a partire dal dicembre 2011 sono risultati infruttuosi per risolvere la crisi siriana, caratterizzata da violazioni di diritti umani e violenze perpetrate da entrambi i fronti.

In piena escalation dei bombardamenti russi, si giunse nello scorso ottobre ai Negoziati di Vienna dell’International Syria Support Group – ISSG6, ai quali partecipò per la prima volta anche l’Iran, stretto alleato di Damasco e supportato in campo dalle forze Hezbollah libanesi. I Vienna Statements diedero nuova linfa al Final Communiqué, richiedendo ai membri ISSG ed ai gruppi da loro sostenuti, influenzati o riforniti sul campo di implementare un concreto blocco delle ostilità sull’intero territorio siriano. Questa condizione avrebbe comunque escluso le azioni d’offensiva contro Jabhat al-Nusra, ISIS ed altri gruppi associati ad al-Qaeda. A sigillo di ciò, nel dicembre scorso, il Consiglio di Sicurezza adottò la Risoluzione 2254 (2015) con la quale si supportava anche un piano per la stesura di una nuova costituzione siriana entro sei mesi e nuove elezioni libere entro diciotto mesi.

Tali furono le premesse degli Intra-Syrian Talks di Ginevra, cominciati il primo febbraio scorso e subito giunti ad un impasse a seguito del ritiro dell’High Negotiations Committee for the Syrian Revolution and Opposition Forces – HNC7 dal tavolo delle trattative dovuto al persistere dell’offensiva siriana sostenuta da Mosca su Aleppo e Dara’a. Per superare tale blocco, l’ISSG riunitosi a Monaco pochi giorni dopo giungerà ad un accordo tra il Segretario di Stato John Kerry ed il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov riguardo ad una tregua negoziata a partire dal prossimo 18 febbraio e l’urgente espansione delle zone umanitarie.

La profonda crisi umanitaria

Il conflitto siriano rappresenta la crisi umanitaria più grave dai tempi del genocidio del Ruanda. Un recente rapporto del Syrian Centre for Policy Research accerterebbe 470.000 vittime e circa 2 milioni di feriti. Tale scenario ha condotto in cinque anni all’esodo di oltre 4 milioni di persone verso l’Europa ma soprattutto verso i paesi limitrofi, Turchia e Libano in primis, con oltre 3 milioni di rifugiati accolti sin dall’inizio della crisi.

Gravi sono le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in corso all’interno del paese, da parte di ambedue gli schieramenti. La recente Supporting Syria & the Region 2016 Pledging Conference, tenutasi il 4 febbraio scorso ha inoltre ufficializzato il netto aggravarsi della crisi umanitaria negli ultimi mesi e l’indignazione per il reiterato uso della fame come strumento di guerra.

Difatti, nonostante l’adozione di numerose risoluzioni ad-hoc del Consiglio di Sicurezza8, le condizioni d’accesso umanitario – attraverso operazioni di cross-border e corridoi umanitari – sono drasticamente peggiorate a seguito della recente intensificazione degli scontri, soprattutto nelle aree sotto assedio e nelle zone definite “difficili da raggiungere”, dove si contano in totale più di 4 milioni di siriani tuttora in bisogno d’assistenza umanitaria. A tal proposito, il primo meeting della Task Force on Humanitarian Access in Syria tenutosi il 12 febbraio scorso si è occupato di tali questioni, al fine di stabilire al più presto l’accesso umanitario senza ostacoli a tutta la Siria.

Conclusioni

L’ipotetico ripristino degli Intra-Syrian Talks sarà dunque legato all’effettivo rispetto del cessate il fuoco da parte degli attori in campo, Russia in primis, stabilito a partire dal 18 febbraio prossimo dall’ISSG riunitosi a Monaco l’11 febbraio.

Le speranze al riguardo restano però esigue, dopo l’annuncio del regime, fatto poche ore a seguire, di voler riprendere il controllo su tutto il paese, o vista l’offensiva turca iniziata nelle ultimissime ore contro i combattenti curdi del YPG impegnati contro Daesh nel Nord, e ancora di più dopo la recente minaccia saudita di rimuovere Assad con la forza, in caso di fallimento dei negoziati stessi.

Considerata la serie di interessi contrapposti la guerra in Siria sembra destinata a perdurare nel breve-medio periodo, anche se la spartizione del territorio tra le parti potrebbe essere una soluzione concreta per porre termine al conflitto.

La lista “problemi da risolvere” appare ancora lunga e forse insormontabile: dal futuro di Assad al possibile trasferimento di piena autorità esecutiva al Transitional Governing Body previsto dal Final Communiqué; da quale gruppo d’opposizione considerare come terroristico alla protezione dei civili, considerati gli efferati crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati da entrambe le parti in conflitto, secondo un rapporto OHCHR.

Inoltre, il camaleontico groviglio di Stati, eserciti, coalizioni, gruppi ed individui impegnati sul campo e la profonda differenza di interessi strategici tra quest’ultimi, allontanerebbe verosimilmente una soluzione politica a breve-medio termine della crisi, esacerbando dunque la gravissima emergenza umanitaria.

Alla luce di ciò e come ormai annunciato da molti analisti, la spartizione del territorio siriano tra le forze che lo contendono ormai da quasi cinque anni potrebbe essere una valida soluzione per porre in modo sostanziale fine ad un massacro di portata storica, con una zona sciita-alawita lungo la costa, una zona curda nel Nord ed una sunnita nel resto del paese. Tale proposta non rimarrebbe comunque esente da critiche ed obiezioni.

NOTE:

SERGIO DINOI è Associate Humanitarian Affairs Officer (UN OCHA, Amman) e collaboratore del Programma "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.

1. Da Kofi Annan, Inviato Congiunto tra ONU e Lega Araba. Il piano fu allegato alla Risoluzione 2042 (2012) del Consiglio di Sicurezza.
2. Tale condizione fu monitorata da 300 osservatori militari disarmati della nuovissima United Nations Supervision Mission in Syria, stabilita con risoluzione 2043 (2012) del Consiglio di Sicurezza.
3. Questo era composto dai Segretariati di ONU e Lega Araba, dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza ed i Ministri degli Esteri di Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Francia, Russia, Turchia, Iraq, Qatar e Kuwait.
4. L’Iran venne dapprima invitato ma, a seguito della minaccia di boicottaggio da parte dell’opposizione siriana, il Segretario Generale Ban ki-moon fu costretto a ritirarne l’invito all’ultimo minuto. Il fronte curdo, impegnato nella guerra contro ISIS nel Nord della Siria, non venne rappresentato.
5. De Mistura non ebbe consultazioni col fronte al-Nusra ed ISIS né alcuno dei loro alleati o di Al Qaeda, considerati gruppi terroristici dalla Risoluzione 2170 (2014) del Consiglio di Sicurezza.
6. Il gruppo fu formato da diciassette paesi e tre Organizazzioni: Cina, Egitto, Francia, Germania, Iran, Iraq, Italia, Giordania, Libano, Oman, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi, Regno Unito, Stati Uniti, Lega Araba, Unione Europea e Nazioni Unite.
7. L’HNC, sostenuto dall’Arabia Saudita, è il gruppo proclamato a seguito della Conferenza delle Syrian Revolution and Opposition Forces, tenutasi a Riyadh il 9-10 dicembre 2015, per rappresentanza l’opposizione nei negoziati.
8. Rapporto del 21 Gennaio 2016 del Segretario Generale sull’implementazione delle risoluzioni n. 2139 (2014), 2165 (2014), 2191 (2014), 2258 (2015).


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