La grande scacchiera a prova di Russia: che succede nell’Unione Eurasiatica? La grande scacchiera a prova di Russia: che succede nell’Unione Eurasiatica?
La settimana scorsa i Ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno deciso di revocare parte delle sanzioni contro la Bielorussia, togliendo il divieto di visto... La grande scacchiera a prova di Russia: che succede nell’Unione Eurasiatica?

La settimana scorsa i Ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno deciso di revocare parte delle sanzioni contro la Bielorussia, togliendo il divieto di visto a 170 cittadini, fra cui lo stesso Presidente Aleksandr Lukašenko, e facilitando l’accesso a finanziamenti europei per le aziende del paese (resta in vigore, invece, l’embargo sulle armi). Nessun cambiamento in tema di diritti e democrazia è avvenuto in quella che fu definita con spregio «l’ultima dittatura d’Europa»: sulla decisione è stato invece determinante l’atteggiamento tenuto dal Presidente bielorusso nella crisi ucraina. Tradizionalmente percepita come una costola di Mosca, da due anni a questa parte la Bielorussia ha cercato infatti di porsi – o sicuramente è riuscita a farsi percepire – come un possibile mediatore fra Russia, Ucraina e Occidente, ospitando i colloqui negoziali a Minsk e iniziando un percorso di avvicinamento con Bruxelles.

La scelta dell’UE non giunge dunque inaspettata perché da tempo si registrava un disgelo con Lukašenko, divenuto più palpabile negli ultimi mesi. Proprio quando, tuttavia, i mass media occidentali hanno invece iniziato una serie di virulenti attacchi alla persona di Vladimir Putin: dapprima additato da un tribunale del Regno Unito come il «probabile» mandante dell’omicidio Litvinenko avvenuto a Londra dieci anni fa – un giudizio sferzante basato su ipotesi senza prove che non fa certo onore alla grande tradizione giuridica britannica – poi accusato sulla stampa internazionale di essere un «corrotto» e detenere inestimabili ricchezze sparse per il mondo.

Si tratta già del secondo caso in un breve lasso di tempo in cui lo scontro politico-mediatico dell’Occidente con la Russia si accompagna in modo discreto ad una distensione con i partner più stretti di Mosca. Il 21 dicembre 2015, cioè esattamente nello stesso giorno in cui il Consiglio d’Europa rinnovava per altri sei mesi le sanzioni contro la Federazione Russa, l’Alto Rappresentante UE Federica Mogherini siglava ad Astana un importante Accordo di Partenariato e Cooperazione con il Kazakhstan. Proprio come nel più recente caso bielorusso, anche qui si è dunque assistito ad una partita giocata in parallelo: mentre la tensione con la Russia resta alta, vengono offerte concrete sponde di cooperazione ai suoi alleati storici. Pur se messi in ombra dalle grandi questioni della Siria e dell’Ucraina, questi fatti sono molto importanti per delineare il futuro della politica estera russa in Eurasia. D’altronde, contrariamente a quanto spesso si sente dire, né la crisi siriana né quella ucraina hanno infatti veramente «isolato» la Federazione Russa.

Mentre i rapporti con la Russia restano tesi, l’Occidente tende la mano agli alleati di Mosca, revocando le sanzioni alla Bielorussia e stringendo accordi di cooperazione con il Kazakhstan.

Con l’azione militare in Vicino Oriente, Putin ha acquisito infatti un certo prestigio presso l’opinione pubblica europea, ponendosi mediaticamente come il capofila della lotta allo Stato Islamico e dimostrando che la Russia sarà, nel bene e nel male, un attore ineludibile per decidere il futuro della Siria. E se con il valzer di sanzioni e controsanzioni i rapporti con Europa e Stati Uniti sono fortemente peggiorati soprattutto sul versante economico, oggi il disastro tutto interno all’Ucraina riorienta lievemente gli equilibri in favore di Mosca. Il 16 febbraio il Presidente Petro Porošenko ha chiesto le dimissioni del Primo Ministro Jacenjuk, aprendo una crisi politica che si somma al dissesto finanziario in cui versa il paese, proprio quando le tensioni con i separatisti del Donbass si erano affievolite da mesi e il governo di Kiev aveva teoricamente la possibilità di beneficiare degli aiuti occidentali.

Dopo l’EuroMaidan alcuni singoli paesi NATO (vedi la stessa Italia), avevano aderito con riluttanza alla strategia di sostegno incondizionato all’Ucraina. Oggi, con una corruzione e un’inflazione a livelli stellari e un’instabilità che impedisce qualsiasi proiezione strategica del paese, gli stessi USA e UE cominciano a dubitare che valga la pena continuare a sostenere Kiev a fondo perduto. Sia chi credeva di poter usare l’Ucraina contro la Russia, sia chi appoggiava Kiev convinto sinceramente di assistere a una rivoluzione democratica soffocata da Mosca, è tentato insomma di ricredersi (paure e pressioni baltico-polacche permettendo).

La novità critica per la Russia è invece proprio questo relativo raffreddamento con gli alleati tradizionali, nella fattispecie Bielorussia e Kazakhstan. In primo luogo, la crisi ucraina e soprattutto la questione della Crimea hanno ridestato in taluni ambienti il fantasma dell’imperialismo grande-russo. Sul piano pratico, Minsk e Astana sono invece spesso costretti a incassare con malumore decisioni unilaterali di Mosca che influiscono sul mercato comune sorto con l’unione tariffaria doganale e divenuto nel 2015 l’Unione Economica Eurasiatica (UEE). Ad esempio, l’embargo di prodotti europei e il crollo del rublo hanno avuto un impatto molto negativo per il Kazakhstan, che si è trovato alle prese con un surplus di prodotti russi nel proprio mercato interno, procedendo a sua volta alla svalutazione della moneta locale, il tenge. Anche le sanzioni russe contro la Turchia, proprio come quelle contro l’Europa, ostacolano gli scambi commerciali con il Kazakhstan attraverso il territorio russo, creando difficoltà ad Astana che oggi chiede a Mosca di tenere in maggior conto gli interessi nazionali kazaki.

La revoca delle sanzioni alla Bielorussia, con cui Mosca ha legami senz’altro forti, potrebbe invece aprire uno scenario paradossale: come il Kazakhstan che sigla accordi strategici con l’UE, Minsk si troverebbe favorita nel commercio con l’Europa a detrimento della Russia stessa (ancora sotto sanzioni), e senza avere neppure la distanza geografica che separa Europa e Kazahstan. Non a caso, l’Ambasciatore russo a Minsk ha recentemente dichiarato in un’intervista che la legittima volontà bielorussa di avvicinarsi all’Europa non deve però compromettere le relazioni con la «sorella Russia». Nella stessa direzione può essere interpretata la notizia che sarà presto elaborata una nuova dottrina militare russo-bielorussa: un annuncio fatto all’indomani della revoca delle sanzioni a Minsk, quasi a rassicurare sé stessi e gli altri che in ogni caso la Bielorussia resterà saldamente nell’orbita del Cremlino.

La crisi ucraina non ha isolato la Russia come si crede, ma ha generato malumori all’interno dell’Unione Eurasiatica che Mosca deve gestire evitando il nazionalismo estremo e le prove di forza.

Dal punto di vista strettamente geopolitico, nell’immediato questi malumori non sono in grado di impensierire la Russia. La storia recente insegna tuttavia che proprio le trattative per il Partenariato orientale e l’Accordo di associazione con l’UE hanno fatto da casus belli per l’EuroMaidan, da cui sono scaturite la guerra civile ucraina e poi l’annessione della Crimea. In altri termini, già il solo avvicinamento economico delle repubbliche ex sovietiche a Europa e Stati Uniti può incrinare pericolosamente il rapporto della Russia con il proprio «estero vicino», dove essa intende mantenere una robusta influenza per ragioni insieme economiche, geostrategiche e psicologiche. E dove peraltro vivono, come nel Nord del Kazakhstan, importanti e consistenti comunità russe.

Per Mosca sarebbe tuttavia un errore rispondere a questi segnali con la retorica del complotto occidentale mirante ad insinuarsi nella propria sfera d’influenza. Perché se è indubbio che esiste una strategia che punta a balcanizzare l’estero vicino della Russia, è anche vero che l’attrattiva esercitata dall’Occidente in questi paesi si deve al fatto che la transizione ad un’economia di mercato avanzata si sta rivelando troppo lunga e non viene certo aiutata dalla dipendenza da gas e petrolio che ancora limita la capacità d’attrazione della Russia. Per il Cremlino sarà dunque fondamentale gestire questa fase con le armi della diplomazia, del soft power e del coinvolgimento degli alleati, rinunciando ad eccessi di nazionalismo che potrebbero peggiorare i rapporti nel breve periodo. E che sul lungo sarebbero assai rischiosi, soprattutto nell’ipotesi di voler difendere con la forza altre caselle della scacchiera eurasiatica minacciate dai miraggi di sviluppo dell’Occidente.

NOTE:

Dario Citati è Direttore del Programma di ricerca «Eurasia» dell’IsAG.


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