Dal MEK a DAESH, l’Iran bersaglio del terrorismo Dal MEK a DAESH, l’Iran bersaglio del terrorismo
In Occidente, quando si parla di Iran e di terrorismo, si è soliti associare i due termini in chiave di complicità. Spesso accusato dai... Dal MEK a DAESH, l’Iran bersaglio del terrorismo

In Occidente, quando si parla di Iran e di terrorismo, si è soliti associare i due termini in chiave di complicità. Spesso accusato dai suoi avversari di essere fomentatore di terrorismo internazionale, il Paese persiano ne è una del maggiori vittime. Cio da molto prima che Daesh, con il suo odio anti-sciita e dunque anti-iraniano, comparisse sulla scena.

Ufficialmente la Repubblica Islamica dell’Iran denuncia 17.000 suoi cittadini caduti vittime del terrorismo dal 1979 a oggi. Tra loro anche personalita illustri come il primo ministro Mohammad Javad Bahonar e il presidente della Repubblica Mohammad Javad Rajae, entrambi assassinati nel 1981 dai “Mojahedin del popolo” (Mojahedin e-Khalgh, MEK). Lo stesso anno la medesima mano assassina cercò, senza riuscirvi, di uccidere anche un membro del Parlamento destinato a una fulgida carriera: Ali Khamenei. In precedenza un altro gruppo, Forghan, aveva ucciso Mortada Motahari, membro del Consiglio Supremo Islamico, e cercato di uccidere il futuro presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani.

I gruppi terroristi più famosi e attivi negli ultimi decenni di storia iraniana rispondono ai nomi di “Mojaheddin del popolo” (spregiativamente chiamati Monafeghin, “ipocriti”, dalle autorità iraniane), Ansar al-Forghan (“Partigiani del Criterio”, dal titolo di una sura coranica dedicata al discrimine tra bene e male), Jundullah (“Esercito di Dio”), PJAK (“Partito della Vita Libera del Kurdistan”).

Il MEK nasce negli anni ’60 come gruppo di opposizione armata allo shah e di orientamento comunista, partecipa alla rivoluzione del 1979 e passa nuovamente all’opposizione del nuovo regime islamico. Il suo periodo acmatico è il biennio 1982-1983, con 366 omicidi politici. Forghan, gruppo stremista religioso, ha anch’esso firmato diversi omicidi di dirigenti iraniani. Il Pjak, che lotta per la secessione delle regioni a maggioranza curda dell’Iran, è stato disarticolato dai Pasdaran e costretto a trasferirsi fuori dai confini del Paese. Jundullah, movimento islamista operativo nel Belucistan tra Iran, Pakistan e Afghanistan, ha invece perduto il suo fondatore Abdolmalek Rigi arrestato e impiccato nel 2010.

Negli ultimi sei anni la maggiore minaccia terroristica in Iran ha interessato non più i dirigenti politici ma gli scienziati nucleari. L’assasinio di Majid Shahriari e Ali Mohammadi nel 2009 è stata imputata dal governo e da molto osservatori neutrali al Mossad. Nel 2010 un altro scienziato nucleare, Fereydun Abassi, è sopravissuto a un tentativo di omicidio. In questa contesto si può citare anche la vicenda del virus informatico Stuxnet, che nel 2009 infettò i computer delle centrali nucleare iraniane.

Non c’è tutta via ombra di dubbio che oggi l’attore principale del terrorismo sia, anche (o soprattutto) per l’Iran, Daesh. Lo Stato Islamico impiantatosi tra Iraq e Siria considera un nemico l’Iran e tutti gli sciiti, sia per ragioni ideologico-religiose sia per ragioni strettamente politiche e contingenti. Daesh sfrutta l’ostilità verso gli sciiti come un strumento per raggiungere i propri obiettivi mobilitando la popolazione sunnita. La stessa Al-Qaida, da cui Daesh nasce, dopo il rovesciamento dei Taliban in Afghanistan si è votata maggiormente alla lotta settaria contro gli sciiti. Pure paesi come l’Arabia Saudita, in ossequio alla teoria della “Diversionary War” , tentano di deviare il flusso di ribellismo esploso nella regione con la “Primavera Araba” contro un nemico esterno indicato nell’Iran.

Daesh, entrando in Iraq, ha mostrato di non rispettare i confini politici acquisiti, ma in ogni caso Tehran non crede che lo Stato Islamico abbia una potenza militare sufficiente a minacciare direttamente il territorio persiano. Daesh potrebbe però struttare il malcontento socio-economico nella parte occidentale dell’Iran, a maggioranza sunnita, per destabilizzare la Repubblica Islamica: la stessa strategia perseguita senza succeso dal PJAK nei confronti dei curdi iraniani.

Di certo il governo iraniano non è mai stato silenzioso sul problema Daesh, denunciandone piu volte le origini e gli obiettivi ai proprio cittadini. La Guida Suprema Ali Khamenei inquadra la nuova minaccia in un sistema a due livelli: Daesh si situerebbe nel livello piu basso, quello in cui i musulmani sono messi l’una contro l’altro. Al livello piu alto ci sarebbero però i veri nemici, coloro che stanno fomentando il fenomeno Daesh – tra essi gli Stati Uniti d’America. Khamenei è contrario a interventi esterni in Iraq, ritenendo che solo il governo, il popolo e il clero iracheni possano decidere del futuro del Paese. Il Presidente Hassan Rohani ha dal canto suo sottolineato l’esigenza di individuare i finanziatori di Daesh. Il Generale Qasim Soleimani, comandante dei Pasdaran, ha paragonato Daesh a un morbo che, se non curato, penetrerà anche in Iran.

Argomentando il perché della partecipazione iraniana alla lotta contro Daesh, alcuni analisti persiani sottolineano l’importanza politica per l’Iran di preservare i mausolei di Iraq e Siria minacciati di distruzione da Daesh; altri credono che l’Iran debba estendere la sua influenza sull’Iraq e la Siria per rafforzare la propria posizione di potenza regionale contro Israele.

Il terrorismo è dunque un problema profondamente radicato nella giovane storia della Repubblica Islamica d’Iran. Là ha potuto colpire con particolare brutalità sfruttando anche l’appoggio trovato in Paesi limitrofi. Alla luce di ciò si coglie come la lotta a Daesh risulti per Tehran un’ancora maggiore impellenza e necessità strategica.

NOTE:

Morvarid Mahmoodabadi è una giornalista iraniana.


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