Gibuti: una nuova prospettiva per la politica estera cinese? Gibuti: una nuova prospettiva per la politica estera cinese?
I recenti sviluppi nelle relazioni bilaterali tra Cina e Gibuti stanno delineando uno scenario alquanto inedito nella storia recente cinese: perno di questo cambiamento... Gibuti: una nuova prospettiva per la politica estera cinese?

I recenti sviluppi nelle relazioni bilaterali tra Cina e Gibuti stanno delineando uno scenario alquanto inedito nella storia recente cinese: perno di questo cambiamento appare essere proprio il piccolo Stato africano. Il livello avanzato degli incontri tra i due paesi non deve sorprendere: esso rientra con pieno merito nel più ampio quadro di ottime relazioni che da decenni intercorrono tra Cina e Africa. Il recente Forum on China – Africa Cooperation, ospitato in Sud Africa lo scorso dicembre, ha confermato ancora una volta quanto la Cina sia il principale paese per numero di progetti in materia di cooperazione, commercio e infrastrutture nel continente. Solo nel 2014, come dichiara l’Ambasciatore cinese in Nigeria Gu Xiaojie1, gli accordi bilaterali tra la Cina e il continente africano hanno superato i 220 miliardi di dollari. E Gibuti risulta essere solo uno degli ultimi Stati, in ordine cronologico, su cui Pechino ha manifestato interessi d’investimento.

Ciò che però differenzia dalla prassi le relazioni sino-gibutiane è che tra i progetti in essere vi è la riqualificazione a uso militare cinese del porto gibutiano di Obock. All’attivo si riscontrerebbe la manifestazione di un interesse militare oltre confine: un inedito nella storia della politica estera cinese, caratterizzata dalla protezione esclusiva del proprio territorio, dall’assenza di interventismo e dal rifiuto ideologico dell’imperialismo. L’accordo del febbraio 2014 tra il Generale Chang Wanquan, Ministro della Difesa cinese e Hassan Darar Houffaneh, Ministro della Difesa di Gibuti, stabilì l’uso del porto come supporto logistico militare per la Marina cinese, impegnata in una serie di operazioni nel Golfo di Aden2. In realtà tale accordo non ha fatto altro che modificare la destinazione degli investimenti verso obiettivi militari.

Alcune aziende di Stato cinesi avevano da tempo investito a Obock: la China Merchant Holdings, come riporta «Foreign Affairs»3, aveva già speso 185 milioni di dollari e, successivamente, un contratto stipulato con la China State Construction Engineering Corporation aveva sbloccato ulteriori investimenti pari a 420 milioni di dollari, indirizzati al miglioramento delle infrastrutture che supportano il funzionamento del porto, incluse una ferrovia verso l’Etiopia e due aeroporti internazionali. Lo stesso Presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, nel maggio 2015, confermava ad «Agence-Frence Presse» i termini dell’intesa aggiungendo che, al pari di altri paesi, anche Pechino vuole tutelare i propri interessi nel Corno d’Africa. Infatti, nel paese sono da tempo presenti stabilmente, e con motivazioni diverse, basi militari francesi, statunitensi e giapponesi. A causa della posizione strategica tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, Gibuti è diventato un punto strategico per combattere la pirateria nel Corno d’Africa. Se la presenza di forze armate militari francesi può essere giustificata dal passato coloniale di Gibuti; la base statunitense Camp Lemonrier, come riporta «The Diplomat»4, servirebbe a coordinare operazioni di antiterrorismo in Yemen, Somalia e nelle regioni vicine. Mentre la presenza militare giapponese rientrerebbe in un programma nazionale di autodifesa contro la pirateria.

Il 26 novembre 2015 il Colonnello Wu Qian, portavoce del Ministero della Difesa cinese ha dichiarato che la motivazione principale che ha spinto la Cina a essere interessata all’uso del porto di Obock è aiutare a «mantenere la pace e la stabilità nella regione nell’interesse di tutti i paesi», nella realizzazione di una comune aspirazione che non è soltanto «del popolo cinese e di Gibuti» ma anche «del mondo intero»5. Inoltre, ha continuato il colonnello Wu, «data la rilevante importanza assunta nello scenario internazionale, la Cina si sente in dovere di contribuire alla pace e alla stabilità internazionale. Soprattutto in una zona ricca di criticità come il Corno d’Africa». Le navi inviate da Pechino hanno incontrato numerose difficoltà nel soccorrere personale cinese presente sul territorio, nei rifornimenti di cibo e nelle varie operazioni di polizia. Perciò sarebbe necessario avere un supporto logistico effettivo individuato proprio nel porto di Obock.

«Gibuti risulta essere un paese strategicamente importante» ha affermato ancora il Colonnello «affinché l’esercito cinese possa condurre efficientemente le operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, di intervento umanitario e di soccorso in caso di emergenze. Pertanto, la presenza di una base militare sulla quale Pechino può fare affidamento risulterebbe necessaria per continuare a fornire un contributo positivo alla pace e alla stabilità»6. Le fonti di diritto internazionale che regolano le missioni sulle coste somale e nel Golfo di Aden si rifanno a una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza a partire dal 2008, anno di inizio delle missioni di pace nell’area. Nel triennio 2010-13, una nave di soccorso della Marina cinese è stata impegnata nella Mission Harmony, una missione di servizio medico, per assistere paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano. Dalla fine del 2013 all’inizio del 2014, un sottomarino nucleare cinese navigando nelle acque dell’Oceano Indiano ha condotto operazioni sulle coste della Somalia e del Golfo di Aden. Nello stesso anno, una nave della Marina Militare cinese si è spinta fino all’Oceano Indiano dallo stretto di Sunda per condurre una serie di addestramenti. Secondo «The Diplomat» l’intensificarsi delle operazioni navali nell’ambito del programma hanno impegnato la Marina cinese con più di 2000 unità militari . Più nel dettaglio il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti riferisce che:

«PLA global operations in 2014 included counter-piracy patrols, humanitarian assistance and disaster relief, exercises and sea lane security. Highlights include the deployments of the 17th and 18th Naval Escort Task Forces to the Gulf of Aden, PLA Navy frigates escorting cargo ships carrying chemical weapons materials out of Syria, search and rescue support for Malaysia Airlines MH370, participation in UN peacekeeping missions, circumnavigation of the African continent, and the first-ever deployment of a SHANG-class nuclear powered submarine (SSN) and SONG-class diesel electric submarine (SS) to the Indian Ocean»8.

La partecipazione di Pechino nella lotta alla pirateria ha ricevuto anche un importante riconoscimento formale nella risoluzione ONU S/2012/177. In essa si è elogiata la capacità di recepire nella propria normativa nazionale i principi di cui all’art 101 della Convenzione ONU sul diritto del mare in materia di contrasto alla pirateria9. Una procedura di adattamento importante che ha permesso di arricchire l’ordinamento giuridico cinese di una serie di fattispecie di reato legate alla pirateria. Insomma la Cina sta dimostrando di voler essere protagonista nella tutela della stabilità e della pace nell’area geografica rendendosi propositiva sia su un piano internazionale (partecipando alle missioni in modo efficiente) che nazionale (predisponendo gli strumenti giuridici necessari su un piano ordinamentale). Se la riqualificazione a uso militare del porto di Obock sarebbe al servizio, secondo Pechino, anche di interessi internazionali in realtà la vicenda è da interpretarsi anche sotto un’altra prospettiva e cioè alla luce dei grandi interessi economici cinesi in Africa. Tra questi due aspetti si inseriscono elementi di novità che hanno catturato l’attenzione di numerosi analisti. Infatti gli interessi nazionali cinesi si devono interpretare come significativamente correlati agli interessi internazionali di cui si è menzionato in precedenza ma, allo stesso tempo, come oscillanti tra interessi militari e commerciali.

Questa oscillazione è dovuta a una nuova percezione della propria sicurezza nazionale e agli interessi economi in ballo nel continente africano che come riportato dal «South China Morning Post», includono anche le rotte navali previste nel progetto One Belt One Road e la necessità annessa di aprire nuove vie al petrolio in Medio Oriente. Di conseguenza le operazioni navali sulle coste di Gibuti (e la relativa necessità di istallare una base) assumono anche un valore fortemente pragmatico . Il Ministero della Difesa cinese nel white paper (2015) indentifica come oggetto di tutela attiva sia «the security of China’s overseas interests» finalizzata a una «regional and international security cooperation» e al mantenimento della «regional and world peace»11. Quindi «the country’s armed forces will continue to carry out escort missions in the Gulf of Aden and other sea areas as required»12. Le intenzioni di Pechino sono chiare: estendere il raggio di azione delle proprie operazioni spostando il range da un “offshore waters defense” a un “open ocean protection13 di cui il golfo di Aden risulta essere una delle priorità. Si sta enfatizzando un cambiamento significativo nelle politiche di sicurezza cinesi: esse non si limiteranno soltanto alla difesa dei propri confini territoriali (una costante nella storia cinese) ma si estenderanno ovunque vi siano interessi rilevanti di difesa e commerciali. Come rileva «Bloomberg»: «The new approach to Africa — a major hot spot for Chinese investment — could illustrate how China tries to strike that balance globally as its business interests expand»14.

Sui media occidentali la vicenda non è certamente passata inosservata: la riqualificazione del porto è stata recepita come un primo tentativo di affermazione militare marittima. In realtà il Ministero della Difesa cinese ha tenuto a precisare come vi sia una differenza tra “logistical facilities” e “military base15 asserendo che il Governo mai ha parlato di base militare ma di base logistica sul quale fare affidamento «to normalize its escort missions along the African coast and give the Chinese businessmen in Africa a stronger sense of security». Rimarcando come «China’s influence in Africa will keep expanding without any doubt, but such influence will mainly come from the growing economic cooperation and political mutual trust between China and Africa»16. Nonostante il tradizionale antagonismo ideologico all’imperialismo americano, il Ministero della Difesa cinese ha ribadito che:

Given the fact that China is the world’s largest country in terms of trade volume, the PLA Navy has not played an equally active role in the oceans and has never entered certain areas so far. If we think about the U.S. that has built military bases all over the world, it’s really ridiculous to talk about China’s “ambition for maritime hegemony”, so let’s be realistic and focus on more practical topics17.

Appare dello stesso avviso anche il professore di Relazioni Internazionali, Shen Dingli, dell’Università Fudan di Shanghai il quale ha commentato la vicenda sottolineando come la grande consapevolezza della propria forza militare dovrebbe portare la Cina ad avvalersi di basi all’estero. E aggiungendo che l’imperialismo americano consiste da 150 anni nell’espansione di propri interessi economici a livello mondiale e nella difesa degli stessi con missioni e basi militari oltre i propri confini18. Considerando l’importanza della Cina a livello globale è giunta l’ora, nelle parole del professor Shen Dingli, di cambiare prospettiva e agire come gli Stati Uniti da sempre fanno. In tal senso quindi la base militare in Gibuti risulterebbe strategica perché Pechino vuole salvaguardare anche la propria libertà di navigazione. Discussioni semantiche e reinterpretazioni ideologiche a parte: affermare che probabilmente si stia scrivendo un nuovo capitolo nella lunga fase di transizione cinese non è totalmente errato. Sicuramente l’Africa, e in particolare Gibuti, saranno tenuti sotto osservazione per capire gli sviluppi futuri nella politica estera e militare di Pechino.

NOTE:

Calogero Rino Infurna è collaboratore del programma di ricerca "Asia Pacifico dell'IsAG.

1. Forum on China-Africa Cooperation, China-Africa trade tops 220 bln USD in 2014: envoy, 26/11/2015
2. AllAfrica, Djibouti and China Sign a Security and Defense Agreement, 27/02/2014
3. Lee, J., China Comes to Djibouti, Foreign Affairs, 23/04/2015
4. Ankit, P., A Naval Base on the Horn of Africa for China?, The Diplomat, 13/05/2015
5. Yao, J., Defense Ministry's regular press conference on Nov. 26, Ministry of National Defense of the People's Republic of China, 26/11/2015
6. Ibidem.
7. Ankit, P., op. cit.
8. Center for Strategic and International Studies (CSIS), Chinese Strategy and Military Modernization in 2015: A Comparative Analysis, 10/10/2015, p. 256.
9. United Nations, S/2012/177, 26/03/2012, p. 9-10-11.
10. South China Morning Post, Chinese military base in Djibouti necessary to protect key trade routes linking Asia, Africa, the Middle East and Europe, 01/12/2015
11. Dong, Z., II. Missions and Strategic Tasks of China's Armed Forces”, Ministry of National Defense of the People's Republic of China, 26/05/2015
12. Dong, Z., VI. Military and Security Cooperation, Ministry of National Defense of the People's Republic of China, 26/05/2015
13. Chang, F., Strategic Intentions: China’s Military Strategy White Paper, Foreign Policy Research Institute, 27/05/2015
14. Cohen, M. e Ting, S., Xi's African Tour Highlights China's Expanding Security Role, Bloomberg, 30/11/2015
15. Yao, J., Ridiculous to hype up China's ambition for maritime hegemony, Ministry of National Defense of the People's Republic of China, 30/11/2015
16. Ibidem.
17. Ibidem.
18. Perlez, J. e Buclkey Chris, China Retools Its Military With a First Overseas Outpost in Djibouti, New York Times, 26/11/2015


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