Hebron ed Hevron: la città divisa dall’Amico Hebron ed Hevron: la città divisa dall’Amico
In Israele e Cisgiordania si protraggono da oltre quattro mesi episodi legati alla c.d. “intifada dei coltelli” con uno degli ultimi episodi che risale... Hebron ed Hevron: la città divisa dall’Amico

In Israele e Cisgiordania si protraggono da oltre quattro mesi episodi legati alla c.d. “intifada dei coltelli” con uno degli ultimi episodi che risale al 13 febbraio scorso e conta ormai oltre le 180 vittime. La storia della rivolta dei giovani palestinesi ha inizio infatti lo scorso 13 settembre con le proteste per l’intrusione israeliana nella spianata delle Moschee durante i festeggiamenti del capodanno ebraico ed è una storia che coinvolge due città: Geruralemme ed Hebron (Hevron in ebraico standard). Come è stato già ricordato in una precedente analisi di Diego Del Priore, le divisioni interne a Gerusalemme possono essere considerate come il microcosmo del conflitto israelo-palestinese ovvero come «luogo simbolo che custodisce elementi identificativi del patrimonio religioso e culturale di entrambi i popoli. Ma soprattutto contenitore di analisi che presenta una serie di elementi di carattere politico e geopolitico che sintetizzano efficacemente alcune dinamiche chiave che connotano il conflitto israelo-palestinese».

Rispetto ai maggiormente noti eventi gerosolimitani, stessa analisi e stessa sorte può riferirsi ad Hebron sebbene la sua divisione interna sia avvenuta in un periodo successivo, nel 1997, a seguito della firma del protocollo di riassegnazione del territorio di Hebron tra Stato di Israele e OLP1. L’accordo prevedeva la divisione in due della città: H-1 sotto il diretto controllo dell’Autorità Palestinese e H-2, sotto quello dell’esercito israeliano, riconoscendo all’Autorità Palestinese la sola autorità civile sui residenti. H-1 comprende il territorio più vasto, il maggior numero della popolazione residente, le sedi governative e gli uffici pubblici mentre H-2, in meno di cinque km quadrati, comprende due luoghi nevralgici per la popolazione: la Città Vecchia – cuore pulsante per l’economia – e la Tomba dei Patriarchi (moschea Ibrahimi – di Abramo).

20151022_084457_resized_1

Hebron, in arabo al-Khalīl, lett. “amico”, riferito al patriarca Abramo, a 30 km a sud da Gerusalemme, è una delle più grandi città della Cisgiordania e la sua popolazione è stimata per oltre 200.000 abitanti. L’esercito israeliano ha chiuso molte parti della città ed ha distribuito le sue truppe sul territorio: questo controlla circa il 20% dell’area secondo quanto stabilito nel 1998 nel Wye River Memorandum2. Hebron è delimitata della presenza degli insediamenti coloniali (circa 850 coloni stimati) tra cui il più importante è Kiryat Arba. Tali insediamenti si concentrano in e intorno la Città Vecchia dove aveva sede il suo mercato famoso in tutto il Medio Oriente. È considerata città santa per ebrei, cristiani e musulmani: vi sarebbe sepolto Abramo (Ibrahim), fondatore del giudaismo per gli ebrei e profeta venerato per i musulmani.

Sebbene i primi episodi di occupazione israeliana ad Hebron risalgano già al 19683, a meno di un anno dall’occupazione della Cisgiordania, si è ricordato nei giorni scorsi l’anniversario dall’evento che ha portato alla divisione in due della città. Ventidue anni fa, infatti, il 25 febbraio del 19944 Baruck Goldstein, ebreo estremista originario di Brooklyn, sparò con un fucile d’assalto e uccise 29 palestinesi mentre pregavano all’alba nella moschea di Abramo all’interno della tomba dei Patriarchi.

A seguito di questi fatti, Israele gradualmente adottò una politica ufficiale di separazione dei palestinesi dagli israeliani, prima intorno alla tomba di Patriarchi, poi, a seguire, nel resto del centro città fino a raggiungere l’ufficialità attraverso il Protocollo del 1997, momento culminante a margine degli accordi di Oslo5. Le difficoltà della convivenza ad Hebron sono infatti sottolineate dagli articoli 7 e 9 del protocollo, nell’intento di decretare una “normalizzazione della vita nella Città Vecchia” in cui «both sides reiterate their commitment to maintain normal life throughout the City of Hebron and to prevent any provocation or friction that may affect the normal life in the city» e «both sides share the mutual goal that movement of people, goods and vehides within and in and out of the city will be smooth and normal, without obstades or barriers».

20151022_084711_resized_1

Con l’avvento della Seconda intifada, nel 2000, le misure adottate si fecero sempre più restrittive ed i limiti imposti dalla politica di separazione si applicarono all’intera area in cui i coloni si erano progressivamente insediati. Tale separazione portò a restrizioni alla mobilità in città senza precedenti, a continui coprifuoco e a chiusure delle principali strade per i palestinesi residenti. In questo clima da rappresaglia, molte furono le vittime sia tra i civili che i militari di entrambe le parti e gradualmente la distinzione tra H-1 e H-2 si è andata sfumando.

Le parti della città, quelle vicine a insediamenti israeliani, vennero chiuse ai residenti palestinesi: tra cui si considera il centro economico di Shuhada Street6, la Casbah e il mercato delle verdure. Questi erano i principali luoghi commerciali di Hebron; vennero chiusi e centinaia di commercianti palestinesi furono sfrattati rendendola nei fatti una città fantasma. Check-point sono stati istituiti intorno all’ingresso della moschea, presidiata da soldati israeliani, così come altre zone della città divenute inaccessibili o delimitate da percorsi sbarrati. Le autorità hanno creato lunghe strisce di territorio che ripartiscono la città da Nord a Sud in sezioni interdette al traffico dei veicoli dei cittadini palestinesi; alcune di queste lo sono anche per il traffico pedonale.

20151022_085149_resized

Quella che nasceva come una misura temporanea per evitare il conflitto divenne una soluzione permanente così come tale sembra essere diventata la missione internazionale TIPH7 (Temporary International Precence in Hebron) prevista all’art. 17 dell’accordo del 1997. La missione TIPH ha base in H-1 ed è una “civilian observer mission” a cui partecipano i contingenti di Danimarca, Italia, Norvegia, Svizzera, Turchia, e Svezia8. Il mandato della missione è quello di monitorare la situazione a Hebron e relazionare su eventuali violazioni degli accordi tra l’Israele e la parte palestinese, in materia di diritto internazionale umanitario e i riconosciuti standard internazionali sui diritti umani. Tutto questo avviene attraverso report confidenziali destinati unicamente all’IDF, alle forze di polizia palestinese e ai referenti dei paesi partecipanti alla missione9. La missione non ha il compito di intervenire nelle dispute o nelle attività delle forze di polizia ma è stata creata allo scopo di promuovere un senso di sicurezza nei palestinesi residenti e aiutarli o sostenerli nel mantenimento della stabilità in città.

Un tempo frenetico, oggi il centro storico di Hebron è abbandonato, solamente in pochi riescono a resistere rimanendo nelle proprie case o gestendo le pochissime attività commerciali rimaste. Qui TIPH svolge la sua attività visitando le zone in cui avvengono gli scontri e le famiglie rimaste isolate o circondate dai coloni riportando tali fatti nei report. Sebbene molti ne critichino la natura stessa della riservatezza, la sua presenza può essere considerata un rassicurante deterrente o il realizzarsi in un aiuto fattivo come nel caso della istallazione delle protezioni all’interno della Casbah.

20151022_091244_resized
Ad Hebron bambini, donne e militari partecipano a questo conflitto che ha preso la forma di una guerra tra vicini di casa dove ognuno lotta con ciò che possiede nell’esasperazione della realtà della vita quotidiana e per la lotta alla resistenza e alla sopravvivenza. Tutti presupposti per la nascita di una intifada dei coltelli che ha coinvolto soprattutto Hebron ma anche Gerusalemme, città legate a doppio filo. Le proteste che si sono diffuse dalla Cisgiordania e da Gaza hanno avuto principio da Gerusalemme ma il maggior numero di palestinesi che son rimasti uccisi sono originari di Hebron, tanto da essere considerata come la capitale dell’intifada. Dal 1967 queste due città sono state quelle maggiormente interessate dalla presenza dei “settlers” israeliani, accumunate dal destino di avere sede su territori di “speciale rilevanza storica” per gli ebrei e «superiore ad ogni altro diritto dei non ebrei» così come dichiarato con sentenza dalla Corte Suprema israeliana.

Ma la colonizzazione non è il solo aspetto dell’occupazione che lega Gerusalemme ed Hebron poichè qui i loro luoghi santi vengono costantemente messi in discussione e le situazioni si ripetono allo stesso modo in ambedue le città. Tra l’altro, ci sono forti relazioni anche di tipo familiare tale da considerarle come le città socialmente più connesse in Palestina. Queste relazioni, tra l’altro, esistono da secoli, inizialmente per la presenza dei luoghi santi, in secondo luogo per le relazioni familiari e tribali che si sono create, al punto che il maggior numero dei palestinesi residenti a Gerusalemme ha origine da Hebron10.

20151022_091519_resized

Ciò che crea maggiormente allarme tra i palestinesi si riferisce alla gestione dei luoghi santi e al timore che ciò che è accaduto nella Moschea di Abramo possa accadere nella spianata delle moschee. Se dal 1994 la moschea Ibrahimi è stata sottratta al controllo palestinese e divisa spazialmente e temporalmente tra musulmani ed ebrei, in un prossimo futuro potrebbe accadere la stessa cosa a Gerusalemme. Ecco perchè, nonostante la costruzione di muri e i tentativi di isolamento dal resto della Cisgiordania, non è possibile recidere il cordone tra Gerusalemme ed Hebron, relazioni che si reggono su legami di sangue e si consolidano con il sangue versato per le vie della città. Ci troviamo davanti a conflitti che periodicamente sono destinati a riaccendersi per l’esasperazione delle condizioni di vita ai limiti della futuribilità. Ciò che i nostri Carabinieri vivono da osservatori in una realtà senza tempo è quanto di più difficile risoluzione perché legato a ragioni che, per entrambe le parti, israeliani e palestinesi, sono dovute a tradizioni storiche, culturali e soprattutto religiose ma anche a quegli accordi di natura pattizia che, favorevoli e sfavorevoli, ne hanno determinato e cristallizzato nel tempo le relazioni.

Nota dell’autore: Le foto sono state scattate dall’autore tra il 16 e il 22 ottobre 2015 durante un viaggio attraverso territori israeliani e West Bank. Desidero ringraziare la missione TIPH e il Maresciallo Pamela Caracciolo per l’amicizia e l’ospitalità.

NOTE:

Chiara Ginesti è ricercatrice dell'IsAG.

1. Il protocollo di Hebron o accordo di Hebron, è un accordo relativo alla ridistribuzione delle forze militari israeliane ad Hebron in conformità con l'accordo ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza (l'accordo interinale, o "Oslo II ") del settembre 1995.
2. Il memorandum di Wye River è stato un accordo negoziato tra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese per l'attuazione del precedente accordo ad interim del 28 settembre 1995 (Oslo 2).
3. Il 4 Aprile 1968, dopo la Guerra dei Sei Giorni il rabbino Moshe Levinger e un gruppo di 30 ebrei decisero di stabilirsi nella città per rivendicare quella che per loro è una parte importante della Terra Promessa. Fingendosi turisti svizzeri si registrarono al Park Hotel nella centro storico della città. Due giorrni dopo presero il controllo dell’albergo e rifiutarono di andarsene. Nel 1970 il Governo israeliano concesse al gruppo capeggiato dal rabbino Levinger di costruire al posto di una vecchia base militare abbandonata una nuova città. Il gruppo si trasferì allora a Kiryat Arba, nella periferia di Hebron.
4. Quell’anno l’atmosfera era particolarmente tesa poichè il mese sacro del Ramadan e la festività del Purim si sovrapponevano.
5. Lamis Andoni, Redefining Oslo: Negotiating the Hebron Protocol, «Journal of Palestine Studies», Vol. 26, No. 3 (Spring, 1997), pp. 17-30.
6. Shuhada Street, è la strada principale che porta alla Tomba dei Patriarchi, luogo dove si trovava il mercato centrale per la presenza del luogo sacro e per la sua centralità. Dopo l’attentato del 1994, Israele ha chiuso la strada per i palestinesi. Negli anni 2000, in conformità con il protocollo di Hebron, la strada è stata completamente riaperta al traffico veicolare arabo, ma i negozi sono rimasti chiusi. Porzioni di strada sono state chiuse di nuovo ai palestinesi a causa della violenza della seconda Intifada.In questi giorni si sono svolte manifestazioni a Gerusalemme per la sua riapertura.
7. Una prima missione TIPH risale in realtà al 1994 ma quella prevista nel protocollo del 1997 e attualmente in corso è la TIPH2 o meglio conosciuta semplicemente come TIPH.
8. L’Italia vi partecipa con l’invio dei carabinieri (nell’ordine delle 12 -15 unità) che affiancano i civili insieme ai rappresentanti delle forze armate e i civili degli altri paesi.
9. Le parti hanno l'obbligo di dare una risposta ufficiale alle richieste presentate da TIPH e, se necessario, TIPH richiede ulteriori chiarimenti dalle parti responsabili, il tutto con l'obiettivo di trovare rimedi e soluzioni per l'incidente segnalato.
10. Cfr. Amb. Mordechay Lewy in Insediamenti “Gerusalemme Est, i mattoni che dividono due popoli” di B. Uglietti in Avvenire del 6 maggio 2010 ripreso in reginamundi.info.


  • Paolo C

    12/03/2016 #1 Author

    Trovo l’analisi molto ben fatta. Rispecchia in maniera puntuale la situazione in loco e quello che si vive.

    Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
3 + 7 =