L’intervento in Libia e gli effetti sulla Tunisia L’intervento in Libia e gli effetti sulla Tunisia
Il Nord Africa è una regione fondamentale per la politica estera dell’Unione Europea. Da essa dipendono le maggiori sfide degli ultimi anni: la crisi... L’intervento in Libia e gli effetti sulla Tunisia

Il Nord Africa è una regione fondamentale per la politica estera dell’Unione Europea. Da essa dipendono le maggiori sfide degli ultimi anni: la crisi migratoria e il pericolo del terrorismo islamico, a dimostrazione che l’instabilità dei paesi di vicinato1 forma delle crepe nella fortezza occidentale. Il motivo del caos geopolitico dello scacchiere Nord-africano è da ritrovarsi anche in fattori geografici: paesi di diverse grandezze, confini porosi e ampie zone desertiche. A questi va aggiunta la natura sociale di tipo tribale, che talvolta si trasforma in un problema di rappresentanza politica.

La Tunisia e la Libia rispecchiano alla perfezione queste caratteristiche: due paesi limitrofi, uno in via di transizione, un altro immerso in un caos quasi “anarchico”. In una già piuttosto fragile fase di democratizzazione, per la Tunisia il caos libico rappresenta una pesantissima spada di Damocle che incide sulle scelte politiche di uno Stato che trova le sue difficoltà ad affrontare le sfide economiche e sociali del paese. Oltre ai fattori geografici appena accennati, l’interdipendenza tra la Tunisia e la Libia deve essere letta su tre livelli. In primis, i rapporti commerciali, i traffici illeciti e infine, due diverse ma ugualmente fragili situazioni di politica interna.

Definire il rapporto tra Libia e Tunisia

La Libia è un fattore di grande destabilizzazione nel Maghreb, la situazione governativa o meglio di ingovernabilità in cui versa influenza l’assetto dei confini limitrofi. In particolare di quella piccola lingua di terra che è la Tunisia, per lungo tempo prezioso partner commerciale. I due paesi condividono una zona trans-frontaliera, chiamata Gefara, che va dal Sud della Tunisia al Nord-Ovest della Libia, molto vicina a Tripoli. Tribù e clan, sia dalla parte tunisina che da quella libica, amministrano traffici illeciti, sopratutto di armi. Uno dei centri nevralgici di queste attività è la città di Ben Gardane, a Sud della Tunisia.

Il rapporto tra Libia e Tunisia è fondamentale per la stabilità del Nord Africa. Dalla fine degli anni Ottanta e fino al 2011 il commercio fra i due paesi è stato particolarmente florido, ma la Primavera tunisina e il crollo del regime di Gheddafi hanno sconvolto la stabilità lungo i confini.

Dalla creazione de l’Union du Maghreb Arabe, nel 1989, che fece in modo che il confine tra la Tunisia e la Libia fosse aperto, i rapporti commerciali furono ampiamente facilitati. Tuttavia, l’embargo posto dall’ONU sulla Libia non lasciò altra possibilità ai due paesi se non quella di adottare forme di economia alternative. La stabilità degli scambi commerciali nella zona era garantita dalla coesione tribale della regione di Gefara: la formazione di cartelli e la gestione del commercio da parte delle famiglie locali ha creato per lungo tempo una protezione non solo contro l’intromissione del governo nel traffico di armi, ma anche di soggetti al di fuori di libici e tunisini.

È stato stimato che nel 2010, questo traffico fruttò alla Tunisia 1 milione di dollari americani. Alla luce di questi dati, sotto l’allora presidente Ben Ali il governo tunisino diede priorità alla stabilità sociale, a discapito del controllo del contrabbando. Un rapporto dell’African Bank of Development risalente al 2011 evidenzia come i due paesi proprio per favorire il loro intenso rapporto commerciale fossero intenzionati a creare un’area di libero scambio tra la città tunisina di Ben Gardane e il confine di Ras Jadir. Nel 2010, infatti, furono eliminati tutti gli ostacoli finanziari e amministrativi che impedivano il movimento di beni e persone tra i due paesi.

La Primavera tunisina, il conflitto libico e il commercio illegale trans-frontaliero

Due eventi importanti hanno contribuito a sconvolgere l’equilibrio al confine. Da una parte, la Primavera tunisina. La transizione post Ben Ali ha scoperchiato la realtà economica della Gefara e ha contribuito a spazzare via le garanzie dei clan che si occupavano di traffici illeciti. Dall’altra parte, la guerra in Libia ha creato nuovi tipi di alleanze e di bisogni: parte dei Tunisini hanno cominciato a sostenere i rivoluzionari, mentre la richiesta di cibo e beni da parte della popolazione libica ha dato adito ad altre forme di contrabbando che si sono sostituite a quelle esistenti prima del conflitto. Alcune milizie si sono unite a criminali e trafficanti creando nuove forme ibride di gruppi organizzati, molto spesso mosse da una matrice religiosa salafita. Dal momento che, come visto precedentemente, l’esistenza del traffico illecito al confine con la Libia si reggeva sulla coesione tribale tra le famiglie della zona, ognuna delle quali controllava una determinata area, una volta introdottisi nuovi attori e nuovi interessi, l’equilibrio è venuto meno, e di conseguenza anche la coesione tribale.

Il presidente Essebsi, infatti, nel luglio 2015 dichiara la Tunisia in guerra più che contro la Libia, contro una situazione di instabilità generalizzata. Nella zona della Gefara la domanda di armi si accompagna ad una più urgente domanda di cibo e di traffico di persone. Ad essere più toccate da questo sconvolgimento sono state le comunità di confine, tra cui Tuareg e altre tribù più marginalizzate politicamente. Tuttavia, la domanda di armi dalla parte tunisina non si è totalmente arrestata. Al contrario, dal momento che dopo la caduta di Ben Ali, il sistema di polizia è stato ritenuto molto instabile anche i civili hanno iniziato ad armarsi.

Un (nuovo ?) intervento?

La possibile stabilizzazione della Libia avanza dei quesiti sul futuro della Tunisia, ma qual è la situazione politica del paese? All’inizio del 2014 quando l’allora inviato dell’ONU Bernardino Léon cercava di creare un governo di unità nazionale, i due governi uno a Tobruk e uno a Tripoli erano ben distinti. Il parlamento di Tobruk era la Camera dei Rappresentanti, riconosciuto dai governi occidentali, mentre a Tripoli si trovava il Congresso Generale Nazionale. Una tale demarcazione è poi finita nel caos: Tobruk, Camera dei Rappresentanti ma con problemi di effettiva rappresentanza, riconosciuta dalla comunità internazionale, come contrapposto al potere islamista all’interno della Regione.

La faccia islamista del paese è a Tripoli, sebbene la situazione non sia così semplice dato che milizie islamiste sono presenti in tutta la regione. Come sottolinea la giornalista e analista Mary Fitzgerald, in Libia politici e rappresentanti eletti hanno generalmente un ruolo marginale rispetto a quello dei gruppi armati, sempre più legati ad attività di traffico illecito di armi ed esseri umani. Ed è proprio con il governo non riconosciuto di Tripoli che la Tunisia deve fare i conti.

Oltre alla situazione caotica della vicina Libia, la Tunisia è contraddistinta da problematiche sociali ed estremismo. La continua instabilità libica e il possibile intervento occidentale possono comportare conseguenze negative nel territorio tunisino.

Nel più ampio panorama europeo, la concessione fatta dal governo italiano agli Stati Uniti di utilizzare la base di Sigonella per i droni americani diretti in Libia, unita alla pressione posta da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Italia sulla Libia affinché crei un governo di unità nazionale, ha accresciuto nell’opinione pubblica la reale possibilità che gli Italiani possano mettere gli stivali sul terreno libico. Sebbene nessuna decisione in merito sia ancora stata presa dal governo italiano, Mattia Toaldo dello European Council for Foreign Relations sottolinea come un intervento già sia in atto, e alleati italiani ne sono protagonisti. Ciò di cui necessita la Libia non è una diatriba sull’intervenire o meno, quanto invece la concezione di un nuovo approccio all’intervento che sia più politico che militare.

Bisognerebbe dare priorità alla creazione di un equilibrio socio-economico, in grado di rendere il traffico illecito una fonte di guadagno meno attraente. L’approccio da “securitario” dovrebbe dare priorità alla crescita economica e sociale dei paesi. Una tale soluzione non può essere circoscritta alla Libia, al contrario deve allargarsi all’intero confine tra Libia e Tunisia. Ed è qui che l’Unione Europea dovrebbe agire da interlocutore nei conflitti, ristabilendo il vero significato della Politica di Vicinato.

Intervento e conseguenza

Paradossalmente, un intervento in Libia con la sua auspicata stabilizzazione costringerebbe la Tunisia a fare i conti con la marginalizzazione del Sud del paese, creando malcontenti dei clan familiari a Ben Gardane, ad esempio, come era già accaduto in occasione della Primavera tunisina. Inoltre, il presidente Essebsi, alla luce delle conseguenze del passato intervento della NATO del 2011, si è dichiarato favorevole più a una Risoluzione ONU che a un intervento militare e ha invitato le forze occidentali, nella scelta di un intervento, a considerare anche gli interessi dei paesi limitrofi alla Libia.

L’idea di un intervento militare ha infatti spinto molti libici ad attraversare il confine, aumentando la percezione di insicurezza per la paura di infiltrazioni jihadiste. La Tunisia si trova, dunque, divisa tra un problema di dissidenza sociale e uno di radicalismo islamico. Ad aggravare quest’ultimo è il caos libico, fonte di attrazione di aspiranti jihadisti che, tornando in Tunisia, influenzano le menti dei giovani tunisini. Spinta dalla disperata ricerca di sicurezza, la Tunisia ha paventato l’idea di alzare un muro al confine che, come ha sottolineato il consigliere del primo ministro Dhafer Néji, non solo grava sulla spesa pubblica, ma inasprisce anche i rapporti con il governo di Tripoli, che accusa la Tunisia di favorire Tobruk. L’Unione Europea dovrebbe pensare ad agire al confine tra la Tunisia e la Libia non solo fornendo strumenti militari, ma attraverso training. La recente incursione di militanti jhadisti a Ben Gardane fa capire quanto il pericolo sia impellente e che il processo di pace in Libia non può non tenere conto della Tunisia nel dialogo negoziale.

Per concludere, la Libia si trova di fronte ad una sfida: la creazione di un sistema di governo inclusivo. Il caos in cui, nel frattempo, versa è terreno fertile per l’espansione di gruppi di islamisti radicali. La vicinanza del paese alle coste europee motiva l’idea interventista delle forze occidentali e la decisione di appoggiare l’iniziativa americana di contro-terrorismo in Libia. Al confine occidentale della Libia si trova la Tunisia, combattuta tra il progresso politico e la minaccia terroristica, acuita dalla vicinanza al caos libico. Il presidente Essebsi deve, tuttavia, far conto delle discrepanze economiche all’interno del paese, diviso tra il centro, Tunisi, e il Sud, le città al confine.

Un’auspicata soluzione politica in Libia permetterebbe alla Tunisia di non disperdere le energie nel controllare le zone di confine, e di focalizzarsi sulle sue sfide domestiche, prendendo coscienza che il problema del radicalismo al suo interno è dovuto anche ad una crescita a due velocità tra il Nord e il Sud del paese. Al contrario, una soluzione militare creerebbe una visione negativa dell’Occidente e si formerebbero altri ceppi jihadisti – come la guerra in Afghanistan ha insegnato – che a loro volta penetrerebbero all’interno della Tunisia. La visione anti-occidentale potrebbe essere, quindi, esportata da questi gruppi all’interno del paese, gravando sul rapporto privilegiato che la Tunisia ha con l’Europa. Così facendo, l’Europa perderebbe un interlocutore strategico all’interno dello scacchiere Nord-africano.

NOTE:

Monica Esposito è collaboratrice del Programma "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.

1. La Politica di Vicinato dell’Unione Europea è una politica bilaterale tra l’Unione Europea e i paesi partner, geograficamente vicini all’Unione Europea, sia a Sud che a Est. Tra i sedici paesi aderenti, vi si trova anche la Tunisia. Creata nel 2004, la PEV ha l’obiettivo di garantire stabilità, prosperità e sicurezza ai soggetti che ne fanno parte, attraverso relazioni economiche e diplomatiche privilegiate, a condizione che vengano condivisi i valori di Democrazia, Stato di Diritto, rispetto per i diritti umani, principi di economia di mercato e sviluppo sostenibile.


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