Il “ritorno alle origini” di <i>Al-Shabaab</i>, tra divisioni interne e lo spettro dello Stato Islamico Il “ritorno alle origini” di <i>Al-Shabaab</i>, tra divisioni interne e lo spettro dello Stato Islamico
Il 27 febbraio 2016 un commando di Al-Shabaab ha assaltato il Somali Youth League Hotel di Mogadiscio, provocando circa una ventina di vittime, per... Il “ritorno alle origini” di <i>Al-Shabaab</i>, tra divisioni interne e lo spettro dello Stato Islamico

Il 27 febbraio 2016 un commando di Al-Shabaab ha assaltato il Somali Youth League Hotel di Mogadiscio, provocando circa una ventina di vittime, per la maggior parte civili. Il fatto ha riportato all’attenzione degli analisti internazionali il problema delle azioni di Al-Shabaab in Somalia che, dopo un periodo di infiltrazione delle sue attività in Kenya e Tanzania, è ritornato fortemente attivo in Somalia, con un escalation terroristica che dall’inizio di quest’anno ha fatto registrare quattro attentati per un totale di più di un centinaio di vittime.

Come detto, le attività del gruppo somalo si erano gradualmente trasferite verso il Kenya, specie dopo l’intervento delle truppe keniote a fianco dell’Unione Africana in Somalia avvenuto nel 2011, nell’ambito della missione AMISOM. Da quel momento in poi, Al-Shabaab ha rivendicato numerosi attentati in Kenya, sia nella parte orientale del paese nelle città di Garissa, Mandera, Lomu e nei pressi del campo profughi di Dadaab, sia nella parte occidentale nelle città di Nairobi e Mombasa. Oltre ad un carattere puramente operativo, le attività dell’organizzazione in Kenya sono legate anche al reclutamento e all’addestramento di miliziani – a oggi, si stima che circa il 10% dei militanti dell’organizzazione venga da questo paese – e soprattutto al reperimento di finanziamenti, provenienti per la maggior parte da associazioni mascherate da Centri Culturali Musulmani, assieme a profitti legati ad attività di contrabbando. Sul territorio del Kenya, Al-Shabaab è riuscita a perpetrare attentati di forte risonanza internazionale al centro commerciale Westgate del 2013 e all’Università di Garissa del 2015.

L’Africa Orientale è contraddista dalla recrudescenza delle azioni terroristiche di Al-Shabaab. Il gruppo ha ripreso a colpire le città della Somalia, dopo un periodo di maggiore attivismo in Kenya e Tanzania.

Inoltre, più recentemente, il gruppo somalo è riuscito ad estendere parte delle sue attività anche in Tanzania ed in particolare nella regione settentrionale di Arusha, dove sono stati effettuati numerosi attentati contro la popolazione cristiana, chiese e persino contro alcuni Imam moderati. Oltre a questo, è stato riferito di numerosi casi di sparizione di bambini, i quali dopo essere stati rapiti da miliziani del gruppo vengono trasportati oltre confini ed indottrinati alla causa radicale.

Tutte queste considerazioni portavano, fino a pochi mesi fa, a credere che Al-Shabaab si sarebbe gradualmente sempre più “ritirato” dal territorio somalo perseguendo la causa del “jihad internazionale” e abbandonando la leva del nazionalismo somalo. Questa tesi è anche supportata analiticamente dai dati e dal numero di attacchi di Al-Shabaab in Kenya. Essi infatti nel periodo 2007-2010 erano in totale dieci, mentre nel solo 2014 se ne sono contati addirittura ottantaquattro. Sebbene gli attacchi in Kenya rappresentino solamente il 12% degli attacchi totali del gruppo somalo dal 2007, la loro crescita è stata significativa a partire dal 2011, l’anno dell’intervento keniota a fianco delle truppe dell’Unione Africana nell’ambito dell’operazione Linda Nchi 1.

Nonostante ciò , come detto in precedenza, negli ultimi mesi si è registrata un’escalation di attentati in Somalia, tutti rivendicati dall’organizzazione, che ha attirato l’attenzione di molti esperti ed osservatori internazionali. Prendendo però in considerazione i dati, dopo il 2011 ed il 2012, quando gli attacchi di Al-Shabaab in Kenya rappresentavano rispettivamente il 20 ed il 22% degli attacchi totali, negli ultimi tre anni la tendenza dell’infiltrazione terrorista in Kenya sotto forma di attacchi è andata diminuendo, con l’11% nel 2013 ed il 9% nel 20142. Questi dati vanno però presi con le pinze in quanto la maggior parte degli attacchi in Somalia sono stati di “bassa letalità” a differenza di quelli effettuati in territorio keniota e quindi, analizzare solamente il numero totale degli attacchi, sarebbe un’analisi incompleta.

Dal giugno 2015 però, il gruppo somalo ha aumentato la “letalità” dei suoi attacchi in Somalia, quando un assalto alla base-villaggio dell’AMISOM di Lego ha causato più di cinquanta vittime. Un mese dopo, in luglio, un assalto all’Al Jazeera Hotel ha fatto registrare diciassette vittime e nello stesso mese due giornalisti sono stati uccisi in seguito ad un attacco suicida, sempre nella capitale. In seguito, il 1 novembre, una doppia auto bomba è stata fatta esplodere nel centro di Mogadiscio, causando dodici morti e parecchi feriti. In risposta a questi attentati, il 2 dicembre gli Stati Uniti hanno confermato di aver ucciso, con un attacco aereo, uno dei leader di Al-Shabaab, Abdiraman Sandhere – detto Ukash.

È proprio in seguito a quest’ultimo avvenimento che si è purtroppo assistito all’escalation di violenze dei primi mesi del 2016, in cui ci sono stati finora quattro attentati, due dei quali hanno avuto luogo nel mese di gennaio. Il primo di essi è stato un assalto alla base dell’Unione Africana “El Ade” di Ceel Cado, città a 550 chilometri da Mogadiscio, che ha provocato più di cinquanta vittime; il secondo è invece avvenuto una settimana più tardi sul lungomare di Mogadiscio, dove sono state fatte esplodere due autobombe in seguito ad un assalto di un commando di Al-Shabaab al Beach View Hotel che ha causato all’incirca venti morti.

I due attentati di febbraio, avvenuti uno dopo l’altro alla fine del mese, hanno confermato, qualora ce ne fosse bisogno, il trend che ha reso l’organizzazione somala nuovamente attiva in Somalia. Il primo, come detto, è stato un assalto con presa di ostaggi al Somali Youth League Hotel di Mogadiscio che ha causato una ventina di morti, quasi per interezza civili. Il secondo è avvenuto nella città di Baidoa, dove un’auto-bomba è stata fatta esplodere davanti ad un ristorante, in cui gli avventori stavano guardando una partita di Premier League tra Manchester United ed Arsenal. Pochi minuti dopo l’esplosione della prima autobomba, un kamikaze si è fatto saltare in aria causando più di trenta morti.

Una volta registrati i fatti e riscontrata la nuova tendenza di Al-Shabaab diretta ad un “ritorno alle origini” in Somalia è necessario provare a dare una spiegazione a questa nuova strategia militare del gruppo somalo. Le motivazioni possibili sono essenzialmente due, le quali non si escludono a vicenda ma, anzi, possono essere intrecciate e sommate tra loro.

In primo luogo va ricordato che, agli occhi del gruppo, l’attuale Governo Federale Somalo è considerato come un burattino occidentale privo di ogni legittimità. Partendo da questa considerazione e valutando che recentemente è stato deciso di effettuare le elezioni nazionali entro la fine del 2016, si può ben comprendere come la motivazione primaria del gruppo sia riportare la Somalia nell’instabilità, con il fine ultimo di non permettere la messa in opera delle elezioni. È stato deciso inoltre che, il risultato delle urne, contribuirà a formare un parlamento bicamerale nel quale le donne occuperanno almeno un terzo dei seggi e si può ben comprendere come, per gli islamici radicali, questa sia una cosa inaccettabile.

La seconda ipotesi è invece legata ad una possibile divisione interna ad Al-Shabaab. Storicamente il gruppo ha sempre sofferto di poca omogeneità interna ma, se prima questa era legata alla divisione tra nazionalisti somali e jihadisti internazionali, ora essa e dovuta alla tensione derivante dalla scelta di rimanere affiliati ad Al-Qaeda oppure di cambiare alleato in favore dello Stato Islamico. A supporto di questa tesi è fondamentale la testimonianza riportata da due disertori del gruppo che recentemente hanno rilasciato un’intervista a «Voice of America»3 . In essa i due hanno dato conferma delle divisioni interne al gruppo accennate in precedenza è hanno specificato che quasi la totalità dei “foreign fighters” sarebbe propensa ad unirsi alla causa dello Stato Islamico. A questo proposito hanno descritto come Al-Shabaab abbia isolato questa parte di combattenti, i quali rischiano addirittura di essere giustiziati qualora si espongano a favore del cambiamento di linea del gruppo. A conferma di ciò, la leadership dell’organizzazione ha dichiarato che i combattenti che non si saranno allineati alla linea guida del gruppo saranno considerati “Bid’ah”, vale a dire “fuorvianti”, cosa che li porterà a essere giustiziati.

La ricomparsa di Al-Shabaab in Somalia è collegata a due fattori: l’avversione verso il Governo Federale Somalo e le divisioni interne del gruppo tra filo-qaedisti e sostenitori dello Stato Islamico.

Detto questo, il “ritorno alle origini” delle attività del gruppo potrebbe anche rappresentare un segnale in risposta a questa divisione interna, diretto a chiarire che l’organizzazione rimane affiliata e collegata all’ideologia ed alle pratiche di Al-Qaeda, non interessandosi delle mire propagandistiche e programmatiche dello Stato Islamico. Al-Shabaab potrebbe essere quindi tornata attiva in Somalia anche per mandare un messaggio ai suoi miliziani, dando alle azioni in Somalia il significato della fedeltà ad Al-Qaeda ed il rifiuto quindi di unirsi alla causa dello Stato Islamico.

Il cambio di tattica e strategia descritto in precedenza, una volta soppesato, potrebbe essere valutato esternamente come una mossa suicida da parte del gruppo. Infatti, da una parte i Somali vedono nelle elezioni e nell’attuale Governo Federale una sorta di ritorno alla normalità, dopo vent’anni di continui conflitti e instabilità, mentre dall’altra l’imponente presenza delle truppe dell’Unione Africana non permetterebbe una nuova avanzata del gruppo che, a parte gli attacchi terroristici, è destinato a essere sconfitto se attivo in territorio somalo.

Per tutti questi motivi, il “ritorno alle origini” può essere etichettato come una strategia temporanea, tanto simbolica quanto volta a destabilizzare la Somalia in vista delle nuove elezioni ed è probabile che perdurerà proprio fino al termine delle elezioni di quest’anno. È per questo possibile pensare che le presenza del gruppo in Kenya non diminuirà e che le sue attività, nel lungo periodo, non saranno deviate verso la Somalia ma, anzi, potranno tendere sempre più a Est spingendosi oltre il confine con la Tanzania.

NOTE:

Antonino Munafò è collaboratore del programma "Africa e America Latina" dell'IsAG.

1. Dati provenienti da National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism, elaborazione dell'autore.
2. Si veda nota 1.
3. Fonte: The Guardian Online, 8 dicembre 2015.


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