Palestina: genesi ed evoluzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania Palestina: genesi ed evoluzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania
Riflettendo sull’azione nello spazio si arriva a comprendere le reali ragioni dei conflitti. Questo metodo si può applicare anche al conflitto arabo-israeliano, giungendo ad... Palestina: genesi ed evoluzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania

Riflettendo sull’azione nello spazio si arriva a comprendere le reali ragioni dei conflitti. Questo metodo si può applicare anche al conflitto arabo-israeliano, giungendo ad osservare come la politica degli insediamenti israeliani disarticoli fino a impedire una nascente statualità palestinese.

I primi che diedero inizio all’ondata degli insediamenti che oggi riducono la Cisgiordania in tante isole etniche, furono i coloni nazional-religiosi: animati da un’ideologia messianica della terra e convinti di avere il diritto di possedere l’intera Eretz Israel (“Grande Israele”). Proprio per questo essi sono in aperto contrasto con gli haredim (letteralmente “coloro che tremano davanti alla parola di Dio”): ossia gli ebrei ultraortodossi che ancora oggi non riconoscono la legittimità dello Stato di Israele. Anzi il modo in cui è nato lede secondo loro il mito dei tre giuramenti (vedi: Yakov M. Rabkin, Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo, Ombre Corte, 2005, pp. 86-87): Dio aveva fatto promettere al popolo ebraico di non ribellarsi contro la nazione che li opprimeva, di non utilizzare la forza per tornare nella terra promessa, di non far nulla che avrebbe accelerato l’evento salvifico nella storia con l’avvento del Messia.

Gli haredim rappresentano solo il 10% della popolazione, ma potrebbero limitare le future scelte dello Stato di Israele poiché, malgrado la grande distanza culturale, condividono con la popolazione palestinese l’ostilità all’ideologia sionista, e raccolgono l’astio di molti Israeliani in quanto vivono di sussidi statali senza lavorare, poiché la loro vita è dedicata allo studio dei testi sacri.

In epoca più recente, la colonizzazione non è più stata motivata da ragioni ideologiche ma da esigenze economiche: i coloni economici beneficiano di tutti quegli incentivi che il governo predispone affinché parte della popolazione israeliana si trasferisca nei territori occupati. I coloni non sono più i protagonisti quanto uno strumento delle politiche statali.

Alla base dell’occupazione vi sono motivazioni strategiche. La prima è che la Valle del Giordano dispone di una risorsa fondamentale, l’acqua. Israele oggi ne dispone in modo unilaterale: accade che durante i mesi estivi la compagnia idrica Mekorot ne riduca la disponibilità ai Palestinesi a vantaggio dei coloni. Questo malgrado Israele potrebbe sopperire alla penuria idrica con gli impianti di desalinizzazione; le sue industrie hi-tech esportano in tutto il mondo, ma paradossalmente tali tecnologie non vengono applicate in patria dove più ce ne sarebbe bisogno.

Un’altra motivazione spesso addotta per giustificare l’occupazione è la sicurezza. Tuttavia le fortificazioni attuali sono sproporzionate rispetto alla minaccia, reale o presunta, palestinese.

Ancora più dubbi solleva la motivazione della necessità di spazio. Si prenda ad esempio una città in espansione come Gerusalemme: è paradossale che gli insediamenti israeliani si estendano verso Est dove vivono i Palestinesi e i prezzi sono più alti, quando potrebbero più agevolmente espandersi verso Ovest, laddove maggiore è lo spazio libero e i terreni sono più economici.

In realtà la vera logica per cui Israele conduce la politica di colonizzazione è assicurarsi il controllo di quei territori. In questo modo sta creando un fatto sul territorio, cosicché nell’ambito del processo di pace periodicamente riproposto con scarso frutto, gli interlocutori si troveranno di fronte insediamenti troppo grandi per essere rimossi e sarà impossibile creare uno Stato Palestinese.

NOTE:

Eleonora Palone è laureanda magistrale in Relazioni Internazionali all'Università Sapienza di Roma.


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