L’Italia tra inerzia del Piano Juncker e crisi del credito alle PMI L’Italia tra inerzia del Piano Juncker e crisi del credito alle PMI
L’Italia come l’Europa, attraversa una fase economica ancora incerta. La ripresa non è ancora così concreta come previsto e la deflazione denota un calo... L’Italia tra inerzia del Piano Juncker e crisi del credito alle PMI

L’Italia come l’Europa, attraversa una fase economica ancora incerta. La ripresa non è ancora così concreta come previsto e la deflazione denota un calo dei consumi in tutta Europa. Tra i motivi di tale incertezza vi è il mancato afflusso di liquidità nell’economia reale in quanto gli stimoli monetari della BCE, di fatto, sono rimasti congelati all’interno del sistema finanziario. Una tendenza che ha messo in crisi molte PMI italiane, alcune delle quali sono fallite non per improduttività, ma per mancanza di credito e, quindi, di investimenti. Ciò ha comportato un continuo drenaggio del risparmio da parte delle imprese che si sono viste ridimensionare i profitti e il capitale. Le politiche di austerità hanno intaccato i bilanci famigliari, concorrendo in tal modo a creare una spirale che nel complesso ha contratto l’economia.

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Un sostegno alle imprese italiane dovrebbe arrivare dai fondi europei che metteranno a disposizione circa 1 miliardo di euro. Rimane però bloccato il meccanismo classico che vede le banche operare con le imprese. Ciò rende il sostegno dei fondi europei un qualcosa di positivo ma al contempo di momentaneo e, pertanto, non risolutivo della situazione. A ciò si deve aggiungere lo squilibrio interno alla UE con economie nazionali diverse che accentuano le asimmetrie su più livelli: uno su tutti i salari. Nella fase attuale, specialmente per l’Italia, un concreto punto di rilancio per innescare una nuova fase virtuosa è rappresentato delle infrastrutture. In tale direzione dovrebbe andare il Piano Juncker che sulla carta avrebbe dovuto attrarre investimenti privati per circa 350 miliardi di euro a fronte di 20 miliardi dal settore pubblico. Il piano attualmente non sta realizzando gli obiettivi prefissati; la causa è proprio nel rapporto tra quote d’investimento pubblico/privato.

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In fasi economiche come quella attuale è lo Stato a dover stimolare l’economia e lo fa sempre con aumento della spesa pubblica e spesso attraverso la realizzazione di opere infrastrutturali che per loro natura sono opere di medio lungo periodo. I capitali privati, specialmente adesso, risultano restii ad investire in Europa su progetti di tale durata. Normalmente le grandi opere sono poi speculari a politiche di rilancio, spesso verso nuovi settori nei quali indirizzare le economie nazionali. Proprio questo fattore vede le singole nazioni operare singolarmente per i propri interessi nei margini concessi dall’Europa. L’OCSE delinea un quadro critico del piano Juncker sottolineando, addirittura, che un aumento della spesa pubblica, in contrasto con le politiche di austerità, avrebbe invece ricadute positive sia sul PIL, sia sullo stock di debito.

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Nella simulazione dell’organizzazione si evidenzia come una spesa pari allo 0,5% di PIL generi già nel primo anno un incremento dello stesso pari allo 0,6% e una diminuzione del debito per uno 0,4%. Tutto questo per l’Italia ha un senso ben preciso. Lo sviluppo di nuove infrastrutture è oggi un fattore di ripresa economica e non solo. Per il paese investire in questa direzione vuol dire riallineare il proprio assetto geoeconomico in Europa e nel mondo. Nello specifico, il paese necessita di una trasformazione di se stesso in senso logistico. La penisola italiana, infatti, dovrebbe proporsi come una piattaforma logistica e portuale euro-mediterranea che le permetta di esprimere il valore geografico che la contraddistingue. Quello italiano è, infatti, un centralismo mediterraneo che se ben investito può portare alla realizzazione di un “centralismo costruttivo” con ricadute economiche e politiche di lungo periodo.

Un elemento in più a favore di tale nuova politica è la strategia cinese che cerca nel Mediterraneo il suo gateway europeo per la Via della Seta marittima. L’interazione con l’Oriente, non solo con la Cina, getta le basi per un impulso capace di portare l’economia italiana fuori dalle molteplici difficoltà. Certamente un impulso profondo che necessita di essere accompagnato e sostenuto da politiche che rendano dinamico e attrattivo il percorso intrapreso. Essere centrali oggi nel Mediterraneo, vuol dire essere centrali tra Europa, Asia ed Africa, ponendo le basi per un catalizzatore economico. Va ricordato poi che la Cina è diventa membro della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) enfatizzando l’impegno nella realizzazione della sua strategia di via marittima.

L’Italia ha così diversi punti a suo vantaggio come il fattore geografico e quello degli investimenti, anche di natura estera, che potrebbero compensare lo stallo di quelli europei. Un’occasione agevolata anche dalla tempistica dei mutamenti geopolitici ad Oriente, occasione, quindi, su cui investire per invertire una tendenza al marginalismo che sta erodendo il sistema industriale italiano che, pur competendo ancora con forza con quello dell’asse franco-tedesco, al tempo stesso si sta indebolendo a causa della crisi e dell’adozione di quelle politiche nazionali ed europee che, volente o nolente, tendono a ridimensionare la nostra economia a scapito di quella tedesca e francese con sempre maggiori acquisizioni in settori chiave.

 

NOTE:

Alessandro Di Liberto è ricercatore associato del programma "Infrastrutture e sviluppo territoriale" dell'IsAG.


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