Fame e conflitti armati Fame e conflitti armati
I numeri della fame nel mondo Nonostante i numerosi progressi degli ultimi decenni, il livello di malnutrizione nel mondo nel suo complesso resta inaccettabilmente... Fame e conflitti armati

I numeri della fame nel mondo

Nonostante i numerosi progressi degli ultimi decenni, il livello di malnutrizione nel mondo nel suo complesso resta inaccettabilmente alto, con una persona su nove che soffre la fame, un bambino su quattro con ritardi della crescita e il 9% in stato di deperimento. Secondo le più recenti stime, circa 795 milioni di persone hanno sofferto di denutrizione cronica nel periodo 2014-20151. Dal 2013, 161 milioni di bambini hanno presentato ritardi della crescita e 51 milioni sono stati affetti da deperimento2. Quasi la metà di tutti i decessi di bambini sotto i cinque anni sono dovuti alla malnutrizione, che ne uccide circa 3,1 milioni l’anno3.

A far registrare i livelli più preoccupanti di insicurezza alimentare sono in particolar modo i paesi afflitti da instabilità politica, guerre e conflitti. La guerra, infatti, viene identificata tra le cause principali della fame acuta e persistente. I conflitti armati perturbano i sistemi alimentari, distruggono i mezzi di sostenamento, costringono le persone a fuggire o, in alcuni casi, a restare in una situazione di terrore senza sapere quando sarà il loro prossimo pasto. Nonostante una diminuzione delle guerre negli ultimi decenni, il numero di conflitti e di decessi legati ai conflitti è tornato a crescere dopo aver toccato il punto più basso di sempre nel 2006. Tra il 2013 e il 2014, i venti paesi più colpiti da conflitti hanno registrato un aumento delle morti violente del 28,7%, da 127.134 a 163.562. Basti pensare alla Siria che è di gran lunga il paese più colpito con oltre 70.000 morti nello stesso periodo.

La fame nel mondo rappresenta ancora oggi una problematica che affligge numerosi paesi, in particolare nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Cause principali dell’insicurezza alimentare sono le situazioni d’incertezza politica ed economica e gli scontri armati.

A livello globale le stime più attendibili sul numero di vittime dei conflitti parlano di 172 milioni di persone coinvolte4. Vi sono circa 59,5 milioni di profughi a causa di conflitti e persecuzioni. Solo nel 2014 ben 13 milioni di persone sono state costrette a lasciare il proprio paese a causa della violenza. Ed anche se i rifugiati ne costituiscono l’aspetto più visibile, l’87% delle vittime di guerra sono in realtà persone che non hanno lasciato le proprie case e soffrono di gravissimi problemi alimentari perché mancano le reti di produzione e distribuzione del cibo.

La relazione tra guerra e fame

Esiste ovviamente una stretta associazione tra guerra e fame. I conflitti possono avere delle ripercussioni a catena sul benessere umano. I paesi che ne sono vittime in modo ripetuto o prolungato registrano livelli di malnutrizione molto più alti, una diminuzione dell’accesso all’istruzione e una mortalità infantile molto più elevata rispetto a paesi con potenzialità economiche simili, ma stabili. D’altro canto, la sicurezza alimentare non è solo una componente essenziale del benessere umano, ma anche una base per la stabilità politica.

La maggior parte delle nuove guerre sono guerre civili che si espandono sempre più di frequente oltre i confini nazionali e che vedono coinvolti non solo eserciti statali e insorti, ma anche paramilitari e milizie etniche, bande criminali, mercenari e forze internazionali. Tali conflitti tendono ad essere meno letali rispetto alle guerre di un tempo, sia in termini di violenza che di impatto sulla fame, ma sono spesso ingestibili e mostrano una violenza persistente e apparentemente non riconducibile a schemi precisi e dalla quale nessuno può dirsi in salvo5. Sono proprio i conflitti armati ad essere trattati estensivamente come tema di approfondimento nel rapporto sull’Indice Globale della Fame pubblicato nel 2015 dall’International Food Policy Research Institute (IFPRI)6.

L’Indice Globale della Fame

Mappa%20GHI%202015 (6)

L’Indice Globale della Fame (Global Hunger Index – GHI)7 è uno strumento sviluppato per misurare e monitorare complessivamente la fame, sia a livello mondiale sia di regioni e paesi. Annualmente, l’International Food Policy Research Institute (IFPRI) calcola i punteggi di GHI al fine di valutare i progressi, o la mancanza di progressi, nella riduzione alla fame.

Per riflettere la natura multidimensionale della fame, il GHI assegna ad ogni nazione un punteggio da 0 a 100 calcolato in base ai seguenti quattro indicatori:

  1. denutrizione: la percentuale di popolazione denutrita;

  2. deperimento infantile: la percentuale di bambini sotto i cinque anni affetti da deperimento;

  3. arresto della crescita infantile: la percentuale di bambini sotto i cinque anni con altezza insufficiente in base all’età;

  4. mortalità infantile: il tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni;

Un punteggio elevato comporta un rischio maggiore per la stabilità alimentare del paese. Nel rapporto del 2015, il GHI è stato calcolato per i 117 paesi di cui sono disponibili i dati per i quattro indicatori e dove è considerato più rilevante misurare la fame. Per altri, invece, come Burundi, Comore, Repubblica del Congo, Eritrea, Papua Nuova Guinea, Sud Sudan, Sudan e Siria, non sono disponibili dati sufficienti sulla denutrizione per calcolare i punteggi di GHI.

I risultati generali mostrano come a partire dal 2000, vi sia stato un progresso significativo nella lotta contro la fame. Il GHI del 2000 era infatti di 29,9 per il mondo in via di sviluppo, mentre nel 2015 è di 21,7, registrando dunque riduzione del 27%. I paesi che nel corso dell’ultimo decennio hanno fatto di più per rilanciare il benessere alimentare delle proprie popolazioni sono Brasile, Perù, Azerbaigian, Mongolia e Croazia. Tuttavia, nonostante i progressi incoraggianti, si viaggia ancora a velocità diverse: in 52 dei 117 paesi analizzati, i livelli di fame restano gravi e allarmanti. L’Africa subsahariana e l’Asia meridionale sono le regioni che presentano i tassi di denutrizione più elevati.

Analisi dei paesi con GHI elevato e recenti conflitti

Il GHI assegnava nel 2000 i tre punteggi più alti ad Angola, Ruanda ed Etiopia, afflitti dalle guerre civili su larga scala degli anni Novanta e Duemila. Ad oggi, questi paesi sono divenuti politicamente più stabili e i livelli di fame sono notevolmente diminuiti.

L’Indice Globale della Fame è un importante strumento a favore della comunità internazionale per analizzare la condizione alimentare a livello mondiale. Si tratta di un mezzo per comprendere i progressi dei singoli Stati e per segnalare le situazioni più critiche.

Ad occupare le prime posizioni della classifica del GHI del 2015 sono invece la Repubblica Centrafricana e il Ciad, entrambi paesi devastati da scontri armati e colpi di Stato. Nello specifico, la Repubblica Centrafricana è stata afflitta da instabilità politica, dittature e vari colpi di Stato fin dalla sua indipendenza dalla Francia nel 1960. Più recentemente, a partire dal 2013, gli scontri tra i vari gruppi hanno provocato un consistente numero di vittime e causato lo sfollamento di un quinto della popolazione8. Anche il Ciad ha vissuto decenni di instabilità, dovuta in parte ai conflitti con gli Stati vicini e all’afflusso di rifugiati dai paesi confinanti, come il Sudan e la Repubblica Centrafricana, oltre a fare i conti con i violenti attacchi dei fondamentalisti islamici di Boko Haram.

Nel saggio di Alex de Waal, Direttore Esecutivo della World Peace Foundation9, pubblicato insieme al rapporto dell’Indice Globale della Fame 2015, viene presentata una breve analisi di altri paesi in cui la sicurezza alimentare è stata minacciata da diverse forme di instabilità politica. In Sudan, nel 2003-04, il conflitto armato tra l’esercito sudanese e vari gruppi ribelli in Darfur ha provocato circa 200.000 vittime civili, a causa della fame, delle malattie e dello sfollamento forzato10. La carestia in Somalia del 2011-12, finora la peggiore del secolo, ha provocato circa 250.000 vittime11.

Nella Repubblica Democratica del Congo, le guerre dal 1996 in poi hanno causato un’enorme catastrofe umanitaria: le stime dei decessi raggiungono i 5,4 milioni12. In Iraq, invece, la popolazione a è stata colpita negli anni Novanta dalla letale combinazione di depredazioni di Saddam Hussein, di sanzioni generali e dall’uso che Saddam ha fatto del razionamento alimentare13. Tra i 250.000 e i 500.000 bambini sono morti di fame e malattie14. Ma ci sono altri paesi che, assenti dall’indice per mancanza di dati affidabili, versano comunque in condizioni critiche. Come ad esempio, la Libia, già divisa in due dalla guerra civile scoppiata due anni fa e che fa i conti anche con l’avanzata dello Stato Islamico. L’attuale presenza di gruppi armati sta portando alla distruzione della rete di distribuzione e ostacolando l’approvvigionamento di scorte di cibo sufficienti, a discapito delle fasce più vulnerabili della popolazione.

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile15 segnalano un rinnovato impegno per eliminare la fame e la povertà nel mondo entro il 2030. Secondo l’Obiettivo 2, che è un appello per porre fine alla fame, per realizzare la sicurezza alimentare, garantire adeguato nutrimento per tutti e promuovere l’agricoltura sostenibile, sarà fondamentale assicurare a tutti l’accesso ad una quantità sufficiente di cibo sano e nutriente.

Vi è senza dubbio ancora molto da fare affinché la fame acuta e cronica possa essere definitivamente sconfitta. Lo sviluppo economico, il miglioramento delle politiche alimentari, la risoluzione dei conflitti e le risposte umanitarie internazionali devono continuare a giocare ruoli di primo piano. Se non si riuscirà a ridurre la prevalenza e la persistenza dei conflitti armati e preferibilmente a porvi fine, a far fronte alle necessità e ai diritti delle vittime dei conflitti violenti, visibili ed invisibili, le conquiste finora raggiunte andranno perdute.

Di fronte a conflitti vecchi e nuovi, bisogna intensificare la lotta contro la fame. In quest’epoca di movimenti di popolazione senza precedenti, è necessaria un’adeguata risposta globale ed un impegno politico ai più alti livelli per combattere la fame, indipendentemente dal contesto politico. Risulta pertanto imperativo per la comunità internazionale mettere in cima alla lista delle priorità politiche la prevenzione, la mitigazione e la risoluzione dei conflitti.

NOTE:

1. Fonte: FAO, IFAD e WFP, 2015. The State of Food Insecurity in the World 2015. Meeting the 2015 International Hunger Targets: Taking Stock of Uneven Progress. Rome: FAO.
2. Fonte: Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), 2015b. Malnutrition Current Status and Progress.
3. Black, R. E., et al. 2013. Maternal and Child Undernutrition and Overweight in Low-Income and Middle-Income Countries «The Lancet» 832 (9890): 427–451.
4. Centre for Research on the Epidemiology of Disasters (CRED) 2013. People Affected by Conflict 2013: Humanitarian Needs in Numbers. Louvain, Belgium.
5. Human Security Report Project, 2013. The Decline in Global Violence: Evidence, Explanation, and Contestation. Vancouver: Human Security Press.
6. L’International Food Policy Research Institute (IFPRI) é un centro internazionale di ricerca sull’agricoltura fondato negli anni Settanta.
7. Download disponibile dal presente sito.
8. Arieff, A. 2014. Crisis in the Central African Republic. Washington, DC: Congressional Research Service. January 27.
9. World Peace Foundation (WPF), fondazione affiliata alla Fletcher School of Law and Diplomacy della Tuft University (USA), fondata nel 1910.
10. General Accountability Office (US GAO), 2006. Darfur Crisis: Death Estimates Demonstrate Severity of Crisis, but their Accuracy and Credibility Could be Enhanced. Report GAO-07-24. Washington, DC.
11. Maxwell, D., and N. Majid. 2015. Famine in Somalia: Competing Imperatives, Collective Failures, 2011–12. London: Hurst
12. International Rescue Committee. 2008. Mortality in the Democratic Republic of Congo: An Ongoing Crisis. New York.
13. Alnasrawi, A. 2000. Iraq: Economic Embargo and Predatory Rule in War, Hunger and Displacement: The Origins of Humanitarian Emergencies. Oxford: Oxford University Press.
14. Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), 1999. Results of the 1999 Iraq Child and Maternal Mortality Surveys: Preliminary Report. New York.
15. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG o Sustainable Development Goals) sono un insieme di diciassette obiettivi specifici, creati e promossi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite come obiettivi globali di sviluppo sostenibile, che sostituiscono gli obiettivi di sviluppo del Millennio (MDG), scaduti alla fine del 2015.


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