L’interventismo iraniano in Siria L’interventismo iraniano in Siria
La guerra civile siriana, scoppiata nel 2011, ha oggi assunto le dimensioni di un conflitto regionale e ha registrato una radicalizzazione a carattere settario.... L’interventismo iraniano in Siria

La guerra civile siriana, scoppiata nel 2011, ha oggi assunto le dimensioni di un conflitto regionale e ha registrato una radicalizzazione a carattere settario. Dall’inizio della crisi, i fronti di guerra si sono moltiplicati, così come gli attori statali e non statali coinvolti nelle dinamiche di un conflitto la cui sorte è divenuta una questione strategica per le maggiori potenze regionali. Come sottolineato da Lakhdar Brahimi, inviato della Lega Araba e dell’Onu, attualmente due sono i rischi maggiori causati dal protrarsi della guerra, vale a dire la trasformazione della Siria in un terreno di competizione per attori statali e non statali antagonisti e la regionalizzazione della guerra civile.

Uno dei principali attori presenti sulla scena siriana è l’Iran, unico alleato mediorientale del regime siriano, e il quale non soltanto fornisce un sostegno economico e di armi, ma invia consiglieri militari e recluta foreign fighters da arruolare nelle sempre più numerose formazioni paramilitari. Il secondo attore importante e, di fatto, uno dei principali strumenti dell’interventismo iraniano in Siria, è il gruppo libanese degli Hezbollah, divenuto la principale formazione, oltre al NDF (National Defense Forces), a combattere sul suolo siriano: il suo contributo al regime è stato determinante nella riconquista di alcune città occupate dai ribelli, come ad esempio Qusair e Yabrud, al confine libanese, Homs e alcune zone di Aleppo dove risiedono comunità sciite. Tra il 2012 e il 2013 l’Iran appoggiò il regime di Assad nella creazione di numerose milizie locali e regionali, tra cui la più importante e nota è quella del Liwa Abu Fadl al-Abbas (LAFA). Inizialmente, tali formazioni paramilitari poggiavano su una base di reclutamento limitata e agivano all’interno di aree specifiche, configurandosi come subordinate al NDF.

Tuttavia, un mutamento all’interno della conformazione e dell’azione di queste milizie sciite si può notare a partire dalla fine del 2012, quando esse assunsero sempre più i tratti di copie di Hezbollah, sposando completamente l’ideologia iraniana del velayat-e-faqih e raggruppandosi attorno ad un comando centralizzato. Un secondo e importante mutamento di tali gruppi riguarda l’adozione di un outlook regionale, in seguito all’unificazione di gruppi affini operanti in Siria e in Iraq, affiliazione che ha facilitato alcune milizie sciite basate in Siria nel reclutamento di sciiti iracheni direttamente dall’Iraq o tra i profughi iracheni nel territorio siriano.

Gli attori regionali giocano un ruolo fondamentale e uno dei rischi maggiori è la regionalizzazione della guerra civile.

A dimostrazione del proprio carattere transnazionale, e in reazione alla presa di Mosul da parte dell’IS nel 2014, molte delle milizie hanno aggiunto alla propria sigla “fi al-Iraq wa Shaam” (in Iraq e nel Levante): così, ad esempio, la milizia del Liwa Dhulfiqar è divenuta “al-Mudafaan al-Muqaddasat fi al-Iraq wa al-Sham” (Difensori dei luoghi sacri in Iraq e nel Levante), mentre la LAFA ha aggiunto “fi al-Iraq wa Shaam” al proprio nome. È da notare, inoltre, come i militanti di questi corpi non sono esclusivamente siriani o iracheni, bensì foreign fighters provenienti dal Libano, dall’Afghanistan e in misura molto limitata da paesi occidentali. Il fenomeno dei combattenti stranieri, come osserva Peter Smyth, autore del report The shiite jihad in Syria and its regional effects, è stato oggetto di analisi quasi esclusivamente riguardo ai combattenti unitisi ai ribelli o all’IS, mentre il fenomeno dei combattenti sciiti, reclutati peraltro tramite strumenti non dissimili da quelli impiegati dagli altri attori, è ancora pressoché sconosciuto.

Seppur monitorato in misura minore, tuttavia il fenomeno dei foreign fighters sciiti è in costante aumento: un numero crescente, seppur imprecisato, di combattenti, infatti, si unisce alle fila delle formazioni paramilitari dirette dall’Iran, e in alcuni casi tali combattenti riescono a formare un corpo paramilitare di dimensioni importanti e omogeneo dal punto di vista etnico (è il caso, ad esempio, del gruppo afghano dei Fatemiyon). In particolare, il caso del reclutamento di combattenti afghani è stato al centro di un recente report di Human Rights Watch, nel quale è stato denunciato il reclutamento forzato di cittadini afghani, spesso residenti in Iran in qualità di rifugiati, e inviati in Siria per combattere e difendere i luoghi sacri degli sciiti. Oltre alla coercizione, l’Iran ha fatto ricorso anche ad incentivi economici al fine di persuadere gli Afghani: come segnalato in alcune testimonianze raccolte sia da France24 che dal report di HRW, molti foreign fighters afghani hanno ricevuto incentivi economici e facilitazioni per l’ottenimento di un permesso di residenza in Iran, non soltanto per se stessi bensì esteso ai famigliari.

Il reclutamento da parte dell’Iran di combattenti da arruolare nelle truppe, la nuova organizzazione delle milizie, molto simile a quella degli Hezbollah, la vocazione transnazionale, l’adesione all’ideologia radicale dell’Iran nonché la dipendenza diretta da Teheran, piuttosto che dal regime siriano, hanno portato analisti come Peter Smyth a parlare di “hezbollahizzazione” delle formazioni paramilitari sciite in Siria, vale a dire la creazione da parte dell’Iran di una forza ben equipaggiata e addestrata al fine di renderla uno strumento indipendente e in grado di sopravvivere anche in caso di crollo del regime siriano. Come è stato osservato da più parti, infatti, se la funzione di tali formazioni, nel breve periodo, è l’appoggio iraniano al regime di Assad, nel lungo periodo esse costituiscono, per l’Iran, uno strumento disponibile e in grado di facilitare una presenza a lungo termine all’interno del territorio siriano, mantenendolo nella sfera d’influenza di Teheran.

Il coinvolgimento dei principali attori sciiti nella regione è stato spesso presentato esclusivamente in termini ideologico-religiosi. La difesa dei sepolcri sciiti e le motivazioni religiose, infatti, rappresentano uno degli strumenti maggiormente utilizzati dall’Iran per attrarre combattenti. In particolare, la difesa del sepolcro di Sayyeda Zaynab è al centro della retorica propagandistica iraniana: basti ricordare come la terminologia utilizzata per riferirsi ai combattenti sciiti in Siria è “protettori del sacro sepolcro”.

Tuttavia, la strategia dell’Iran ruota attorno alla ridefinizione del proprio ruolo geopolitico e della propria supremazia nella regione, motivi per cui l’intervento diretto in Siria, Iraq, Libano e perfino nello Yemen non dovrebbero essere considerati esclusivamente dal punto di vista ideologico, bensì anche come la ricerca di uno spazio vitale. L’Iran, considerato il capofila del movimento sciita, percepisce il conflitto siriano come una minaccia alla propria sicurezza nazionale e come una lotta per l’egemonia regionale, tradizionalmente contesa con le monarchie del Golfo.

Il fenomeno dei foreign fighters sciiti, ancora troppo sottovalutato, potrà rappresentare uno strumento di influenza importante nelle mani di Teheran a livello ideologico e geostrategico. La Siria rappresenta per l’Iran uno spazio vitale.

È verosimile, quindi, che le motivazioni dietro l’azione dei combattenti sciiti vadano al di là del semplice scontro settario, e includano ragioni strategiche e geopolitiche. Dal punto di vista geopolitico, infatti, l’appoggio iraniano al regime di Assad e il suo interventismo sul campo di battaglia è comprensibile tenendo presente l’importanza che riveste la Siria per l’Iran. È utile ricordare, a questo proposito, le parole di un clerico iraniano, l’Hojjat al-Islam Mehdi Taeb, il quale parlando davanti ad un gruppo di studenti a Basij disse: «La Siria è la trentacinquesima provincia dell’Iran, una provincia strategica per noi. Se il nemico ci attaccasse e volesse conquistare sia la Siria sia il Khuzestan, la priorità per noi dovrebbe essere quella di conservare la Siria […]: se perdessimo la Siria non saremmo in grado di proteggere nemmeno Teheran». Spostandosi direttamente sul ruolo dell’Iran nel conflitto siriano, il clerico iraniano affermò: «La Siria ha un esercito, ma non ha l’abilità di gestire la guerra all’interno delle città siriane».

La Siria, quindi, rappresenta per l’Iran un capitolo strategico della propria politica estera: essa costituisce il ponte che permette al regime iraniano di continuare a sostenere, economicamente e militarmente, il gruppo di Hezbollah in Libano; rappresenta per Teheran uno sbocco al mare attraverso cui mantenere un controllo indiretto verso il Mediterraneo, altrimenti raggiungibile dalle navi iraniane solamente tramite il Canale di Suez. La perdita della Siria dalla propria sfera d’influenza determinerebbe, per l’Iran, un indebolimento a livello regionale e rappresenterebbe un ostacolo alla propria capacità di sostenere Hezbollah dal punto di vista logistico.

Un’altra ragione per cui si può affermare che le motivazioni dietro l’interventismo iraniano trascendono le ragioni ideologico-religiose è l’assenza di una posizione comune tra gli stessi ayatollah sciiti: se da parte iraniana l’appoggio e la spinta verso l’arruolamento nei corpi paramilitari accomunano i discorsi degli ayatollah, in Iraq, ad esempio, l’Ayatollah Ali Al-Sistani ha mantenuto una posizione alquanto ambigua e di fatto non ha espresso il proprio appoggio, tramite una fatwa, ai foreign fighters in partenza dall’Iraq.

Si può, quindi, affermare che, se da una parte la retorica settaria e la strumentalizzazione di antichi antagonismi ideologico-religiosi costituiscono potenti strumenti di reclutamento di foreign fighters utilizzati dagli attori coinvolti nelle dinamiche del conflitto siriano, tuttavia ai fini di una comprensione e di un’analisi più completa delle ragioni dietro l’interventismo iraniano in Siria è necessario tenere presente l’importanza geografica e strategica di Damasco per Teheran.



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