La deriva politica irachena: dal ba’athismo laico al settarismo religioso La deriva politica irachena: dal ba’athismo laico al settarismo religioso
Wahda, Hurriyya, Ishtirakiyya (Unità, libertà, socialismo): lo slogan del partito che ha dominato la scena irachena fino al 2003 non rappresenta di certo l’Iraq... La deriva politica irachena: dal ba’athismo laico al settarismo religioso

Wahda, Hurriyya, Ishtirakiyya (Unità, libertà, socialismo): lo slogan del partito che ha dominato la scena irachena fino al 2003 non rappresenta di certo l’Iraq di oggi, lacerato, a partire dal 1980, da un susseguirsi ininterrotto di guerre e sanzioni che hanno messo in ginocchio la popolazione civile e hanno portato a uno scenario socio-politico nettamente più drammatico di quello del Ba’ath di Saddam Hussein. Pur non volendo in alcun modo osannare un regime che ha fatto delle epurazioni e della pratica autoritaria il suo marchio di fabbrica, si intende qui analizzare come una serie di fattori endogeni ed esogeni abbiano trasformato il paese più laico del Medio Oriente in uno scenario intriso di antagonismi settari e vituperato dal terrorismo islamista.

Il Ba’ath alla prova di governo (1968-1979)

Il Ba’ath (“partito della rinascita”) trova le sue origini in Siria negli anni Quaranta: Zaki al-Arsuzi (alawita), Michel Aflaq (cristiano-ortodosso) e Salah al-Din al-Bitar (sunnita), rielaborando il pensiero nazionalista e socialista europeo, danno vita a un partito a vocazione internazionale che promuove l’ideologia del panarabismo (‘uruba) e vede i confini nazionali come un prodotto coloniale che non deve inficiare l’idea fondamentale di una comunità che trova la sua identità non più nell’Islam, ma nella lingua araba.

Il rapporto dell’Iraq con il Ba’ath risale al 1968, anno in cui un colpo di stato (il terzo in dieci anni) porta al potere il Generale Ahmad Hasan al-Bakr e il suo braccio destro, il giovanissimo Saddam Hussein. Nel 1968 il Ba’ath deve affrontare un’ampia gamma di problemi, come le tensioni etniche e settarie, la stagnazione di agricoltura, commercio e industria, l’inefficienza e la corruzione del governo, la mancanza di consenso politico tra i tre principali gruppi sociopolitici (sciiti, sunniti e curdi).

La coppia Bakr-Hussein ottiene risultati notevoli durante i primi dieci anni di governo (anche se le azioni e le riforme sono sistematicamente accompagnate da enfatiche celebrazioni populiste che ne aumentavano la portata agli occhi della popolazione): la nazionalizzazione dell’Iraq Petroleum Company porta al paese nuovi e consistenti introiti che – seppure in gran parte destinati al rafforzamento delle forze armate e della sicurezza – da un lato portano incremento esponenziale dell’istruzione, ammodernamento e meccanizzazione dell’agricoltura, sanità nettamente più efficiente e, in generale, un miglioramento delle condizioni di vita degli Iracheni, dall’altro permettono all’Iraq di assurgere a ruolo di attore decisamente più influente nella scena internazionale. Se in campo economico i successi sono innegabilmente positivi, in ambito militare e politico il giudizio non può essere così netto.

La storia dell’Iraq contemporaneo è indicativa della complessità del quadro regionale, sociale e politico costruito e distrutto rivoluzione dopo rivoluzione.

Nei primi anni il Ba’ath, bisognoso di una più solida base di consenso e di una quantomeno apparente legittimità, avvia con le forze politiche curde e comuniste delle trattative che portano nel 1972 all’ingresso del PDK di Mustafa Barzani nel Fronte Nazionale Progressista (raggruppamento politico volto a dare legittimità al Ba’ath), che lascia i comunisti isolati e deboli. Man mano che il ruolo di Saddam Hussein diventa preminente, il partito permette principalmente ai militari sunniti di occupare i posti rilevanti, mentre gli sciiti vengono relegati negli incarichi civili inferiori.

L’Iraq del Ra’is (1979-2003)

Dopo dieci anni segnati dalla ba’athizzazione delle istituzioni e dell’esercito, Saddam Hussein – eletto Presidente della Repubblica e detentore di tutte le massime cariche – subordina l’ascesa politica e militare all’appartenenza regionale/tribale. I posti di rilievo vengono affidati ai membri del clan tikriti e di altri clan affiliati, passando così da un esercito ba’athizzato a un esercito tribalizzato e politicizzato. Il malcontento di sciiti e curdi all’interno e la minaccia di Khomeini dall’esterno determinano degli atteggiamenti politici ben precisi: all’interno Saddam sovrappone apparente normalità istituzionale e repressione delle spinte centrifughe nel tentativo di creare un Iraq unito e forte, all’estero attacca l’Iran mostrandosi come il campione dell’arabismo e il difensore della laicità del mondo arabo moderato contro l’oscurantismo di Khomeini.

L’Iraq esce dal conflitto come potenza regionale nel Medio Oriente, armato fino ai denti ma d’altro canto fortemente indebitato (soprattutto con Arabia Saudita e Kuwait) e ancora molto instabile a causa del debole consenso interno. Ancora una volta Saddam gioca la carta dell’avventura militare e nel 1990 invade il Kuwait, accusato di intraprendere una “aggressione economica” per spingere l’Iraq alla bancarotta. In realtà le dispute tra Iraq e Kuwait risalgono agli anni Sessanta, quando l’Iraq si rifiuta di ratificare gli accordi di frontiera stipulati con il piccolo emirato nel 1961, ma sistematicamente contestati con le rivendicazioni delle due isole di Bubiyan e Warba, fondamentali per l’accesso al Golfo, a cui si aggiungono le pretese di Baghdad sui proventi del giacimento di Rumayla. Saddam pensa di poter impunemente invadere il Kuwait senza che l’Occidente batta ciglio, ma i suoi calcoli sono del tutto erronei. La reazione dei governi dell’Occidente e di gran parte di quelli del mondo arabo è compatta: Saddam va fermato.

C’è però un dato fondamentale: mentre la maggioranza dei governi arabi sostengono gli USA, l’opinione pubblica arabo-musulmana è tutta pro-Iraq, soprattutto negli Stati in cui la libertà di opinione è maggiore. In Marocco, Pakistan, Giordania, Indonesia e persino in Siria i cittadini manifestano a favore di Saddam e contro i loro governanti che ritengono burattini dell’Occidente. Saddam sfrutta l’occasione e si presenta come il difensore dell’Islam dalle ingerenze dell’Occidente e affianca alle tre stelle ba’athiste della bandiera irachena la frase “Allahu akbar”. Non siamo più di fronte alla guerra Iraq-Kuwait, e neanche alla guerra Iraq-USA: siamo di fronte al conflitto fra l’Occidente e l’Islam, che Huntington inquadra come la prima guerra di transizione verso il “suo” Scontro delle Civiltà.

È l’inizio della fine. Cominciano i sistematici bombardamenti americani sul suolo iracheno che – insieme alle terribili sanzioni economiche – devasteranno l’economia e la società irachena lasciando al potere un governo debole, incapace di rialzare la testa. Il file iracheno è sospeso per circa dieci anni, quando l’Iraq entra nella lista dei rogue states e diventa – insieme all’Afghanistan – l’obiettivo principale del neocon George W. Bush.

Il dopo Saddam e la de-ba’athificazione (2003-2016)

Sebbene con metodi fortemente discutibili – quantomeno per l’occhio dell’osservatore occidentale figlio della democrazia – Saddam Hussein mira (e in parte nei primi anni riesce) a costruire una nazione laica fatta di Iracheni. Militare, politico, beduino, difensore dell’Islam, eroe del panarabismo e figlio della Mesopotamia: tutti i volti che assume il Ra’is durante i suoi venticinque anni di governo per combattere forze disgregatrici e centrifughe. L’opportunità che sprecano i governi sciiti a partire dal 2003 è quella di porsi come mediatori tra le varie componenti sociali e politiche del paese, per raggiungere quello che sarebbe probabilmente l’assetto ottimale per l’Iraq: un governo federale decentrato che abbia come obiettivo la promozione la collaborazione tra le fazioni politiche rivali.

La complessa struttura statale, su base tribale e clientelare costruita da Saddam Hussein se da una parte ebbe il merito di dare stabilità al paese e tenerlo unito, dall’altra dimostrerà la sua intrinseca fragilità dopo la caduta del leader e l’avvio del processo di de-ba’athificazione.

All’origine della disgregazione dello Stato iracheno – che ha consentito l’avanzata dello Stato Islamico senza troppe resistenze – c’è il processo di de-ba’athificazione, istituzionalizzato dal leader della Coalition Provisional Authority, Paul Bremer, che sancisce il divieto per i membri del Ba’ath di occupare qualsiasi carica nei primi tre livelli di ogni istituzione governativa e la smobilitazione totale dell’esercito iracheno (400.000 soldati ben addestrati). I risultati sono devastanti: la capacità istituzionale e la forza lavoro qualificata dell’Iraq sono distrutte; la sicurezza interna è fortemente compromessa e favorisce l’insorgenza della guerra civile; il settarismo latente acquista notevole forza. L’articolo 7 della Costituzione del 2005 pone il divieto dei simboli del Ba’ath e peggiora la posizione degli ex-ba’athisti, ulteriormente aggravata dall’ascesa sciita alla burocrazia irachena: il governo del partito sciita Al-Da’wa, presieduto da Ibrahim al-Ja’afari (2005-2006), sostituisce infatti gli ex-ba’athisti con gli sciiti, permettendo a questi ultimi di infiltrarsi nelle forze di sicurezza.

Con l’ascesa al potere del premier Nuri al-Maliki (2006-2014), nonostante il ripristino di più di 80.000 ex funzionari sunniti in campo militare e della sicurezza (Accountability and Justice Law, 2008), in ambito civile si continua a perseguire una politica di selezione, impedendo ai sunniti di tornare alle proprie posizioni. Nella fase conclusiva del suo governo, il Premier al-Maliki si serve della de-ba’athificazione come di un vero e proprio strumento politico per eliminare i suoi rivali e creare una rete di fedelissimi all’interno delle forze armate, della sicurezza e della magistratura. Al-Maliki respinge tutte le richieste nazionali e straniere di formare un governo di coalizione nazionale che includa anche le forze sunnite e curde, perseguendo una politica che rappresenti il volere e il voto della maggioranza sciita (sebbene anche alcune frange sciite siano critiche delle sue scelte fallimentari).

Vari sono gli effetti negativi che la de-ba’athificazione produce nella politica e nella società: i ba’athisti oggetto di epurazione e marginalizzazione non si sono “ravveduti” né tanto meno “trasformati”, si sentono piuttosto spodestati in nome di una logica di responsabilità collettiva, peraltro da un governo sciita che ha sì garantito posti di potere a sciiti e curdi, ma che non ha raggiunto il benché minimo livello di efficienza e stabilità. La volontà di tracciare una netta discontinuità con il passato ba’athista non ha contribuito a democratizzare la cultura politica, a portare giustizia e a instillare negli Iracheni un maggiore grado di fiducia nelle istituzioni, mentre ha contribuito a radicalizzare i sentimenti di appartenenza settaria dei tre principali gruppi socio-politici del paese (sunniti, sciiti, curdi).

Infine, l’avanzata dello Stato Islamico in Iraq e la conseguente perdita di controllo del territorio da parte dello Stato è strettamente legata al processo di de-ba’athificazione: lo scioglimento dell’esercito ad opera di Bremer determina da una parte l’incapacità del nuovo esercito di fronteggiare i miliziani esperti di Da’esh, dall’altra la confluenza di ex-ba’athisti in gruppi paramilitari più o meno legati all’Organizzazione di Al-Baghdadi (ne sia esempio l’Esercito Naqshbandi guidato dal Generale ‘Izzat Ibrahim al-Douri, recentemente ucciso nei pressi di Tikrit), con cui condividono il comune obiettivo (realizzato) di rovesciare il governo di al-Maliki.

Il premier Haidar al-‘Abadi, consapevole degli errori commessi e delle conseguenze socio-politiche che hanno determinato, ha nel 2014 l’opportunità di guidare l’Iraq con politiche che tutelino gli interessi di sunniti, sciiti e curdi e che li rappresentino nel Governo, nel Parlamento e nell’Esercito. Tuttavia, nonostante l’avanzata e le riconquiste delle forze regolari irachene, a due anni dall’insediamento, il premier sembra non aver fatto passi avanti per liberare l’Iraq dal caos, dalla corruzione, dal settarismo e dal terrore.



  • marco patriarca

    04/12/2016 #1 Author

    Ho letto solo ora l’analisi di Carlo Marongiu, chiara ed esauriente. Su sente che è scrtta ” da vicino” Dovrebbe essere publicata su una rivista americana come Foreign Affairs TELOS oppure Commentary.

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